Il ricorso ai principi morali come prerogativa per l’indipendenza

di Enzo Trentin su L’Indipendenza

Che l’Italia sia un paese libero, nel senso che c’è sì la libertà, ma quella dei servi, non quella dei cittadini ci sembra un fatto assodato. La libertà dei servi o dei sudditi consiste nel non essere ostacolati nel perseguimento dei propri fini. La libertà del cittadino consiste invece nel non essere sottoposti al potere arbitrario o enorme di un uomo o di alcuni uomini. Poiché in Italia si è affermato un potere enorme, siamo – per il solo fatto che tale potere esiste – nella condizione di servi. Il potere in questione è quello della partitocrazia. Un potere simile, che mai si è affermato all’interno delle istituzioni liberali e democratiche di alcun paese, genera quello che è definito il sistema della corte, vale a dire una forma di potere caratterizzato dal fatto che un ristretto gruppo di persone sta al disopra e al centro di un numero più o meno grande di individui – i cortigiani – che dipendono dai partiti politici per avere e conservare ricchezza, status e fama. (1)

A confortare l’idea che un paese in cui i cittadini possono tranquillamente esercitare e godere i diritti politici e civili è un paese libero c’è l’opinione di autorevoli filosofi. Benjamin Constant, ad esempio, nel «Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni», distingue una libertà degli antichi – che consiste “nell’esercitare collettivamente ma direttamente molte funzioni dell’intera sovranità, nel deliberare sulla piazza pubblica (2) sulla guerra e sulla pace, nel concludere con gli stranieri trattati di alleanza, nel votare le leggi, nel pronunciare i giudizi, nell’esaminare i conti, la gestione dei magistrati, nel farli comparire dinanzi a tutto il popolo, nel metterli sotto accusa, nel condannarli o assolverli”. E una libertà dei moderni, che consiste nel “diritto di ciascuno di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in alcun modo a causa dell’arbitrio di uno o più individui”, nel “diritto di ciascuno di dire la sua opinione, di scegliere la sua industria e di esercitarla, di disporre della sua proprietà e anche di abusarne; di andare, di venire senza doverne ottenere il permesso e senza render conto delle proprie azioni e della propria condotta”, nel diritto di ciascuno “di riunirsi con altri individui sia per conferire sui propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare le sue giornate o le sue ore nel modo più conforme alle sue inclinazioni, alle sue fantasie”, nel diritto, infine, di ciascuno “di influire sulla amministrazione del governo sia nominando tutti o alcuni dei funzionari, sia mediante rimostranze, petizioni, richieste che l’autorità sia più o meno obbligata a prendere in considerazione” (3).

Esiste anche un’altra idea di libertà, la libertà positiva, che nasce dal desiderio di essere padroni di noi stessi e di partecipare alla formazione delle leggi e delle norme che controllano la nostra vita. Per quanto tale desiderio sia legittimo, l’ideale della libertà positiva è stata nella storia una maschera della tirannia. L’Italia del secondo dopo guerra è un esempio di ciò. Come non notare che praticamente da sempre in Italia i partiti operano senza esser dotati di personalità giuridica? Non solo, ma anche senza che a nessuno di loro sia mai stato imposto il metodo democratico all’interno e neppure l’obbligo di presentare bilanci veritieri. Dunque appare quanto meno singolare che improvvisamente ci si ricordi di tutto questo (e di quanto non detto) per individuare gli elementi o alcuni degli elementi indispensabili per la legittimità dell’agire di costoro in politica.

Come ignorare le innumerevoli deroghe alla costituzione da parte di quegli stessi partiti che l’hanno voluta, e che mai è stata votata dal cosiddetto “popolo sovrano”? E il mancato rispetto di innumerevoli esiti referendari, che per inciso rappresentano la massima espressione della cosiddetta sovranità popolare? Vogliamo trascurare le centinaia di Proposte di legge d’iniziativa popolare mai esaminate dal Parlamento, perché quest’ultimo in chiaro conflitto d’interessi non ha approntato un regolamento apposito? (Tsz!) E le cosiddette leggi ad personam, che indicano, una legge o un atto normativo, avente forza di legge, emanato con lo specifico intento di favorire direttamente o indirettamente (o anche sfavorire) un cittadino, un’azienda o un ristretto gruppo di soggetti? Come soprassedere alla immoralità d’una tassazione persecutoria, atta a ripianare un debito pubblico che invece continua a crescere? Come ignorare gli infiniti privilegi che i partiti politici, alleati e sodali con la burocrazia, si sono elargiti e continuano ad elargirsi malgrado la recessione economica? Potremmo continuare con un elenco sterminato, tuttavia alla fine avremmo lo stesso giudizio definitivo: l’immoralità di questo Stato italiano.

Il ricorso a princìpi morali non è prerogativa esclusiva di chi è favorevole alla secessione. La parte avversa può contro argomentare tentando di mostrare, non solo che la secessione è moralmente ingiustificata, ma anche che resistere alla secessione con la forza è moralmente ammissibile. Le posizioni antisecessioniste possono presentate argomenti che sostengono l’inesistenza di un diritto morale a secedere e la legittimità di opporsi con la forza alla secessione, con l’ulteriore implicazione che non esiste un valido argomento per garantire un diritto costituzionale a secedere. Tuttavia, alla fine, le posizioni antisecessioniste risultano più convincenti come argomenti atti a dimostrare solo che il diritto morale a secedere è «limitato».  Un’analisi ed una discussione di questi argomenti ci condurranno verso la determinazione della portata e dei limiti di un diritto morale a secedere e ci consentiranno di affrontare la questione del disegno costituzionale a partire da una salda base morale.

Allen Buchanan nel suo libro «SECESSIONE – Quando e perché un paese ha il diritto di dividersi» c’informa che gli argomenti pro secessione degni di considerazione sono almeno dodici, numero piuttosto sorprendente se si pensa che i dibattiti pubblici o accademici dei movimenti e partiti secessionisti, nella maggior parte dei casi assumono come unica giustificazione della secessione il «diritto all’autodeterminazione». E qui s’impone una sommaria analisi dei secessionisti del paese di Arlecchino & Pulcinella.

Sommariamente possiamo dire che i secessionisti appartengono a due gruppi, più un mezzo filone (una baguette?). Quasi tutti grandi estensori di petizioni all’ONU, che si guarda bene – a tutt’oggi – dal rispondere a chicchessia. Per mancanza di proposte di nuovo assetto istituzionale? Di consistente seguito democratico? Non siamo in grado di rispondere. Rimane il fatto che alla baguette appartengono pochi individui, con poco seguito, dediti al folklore o alle proposte più disparate, fantasiose e/o poco credibili. Ad un primo gruppo appartengono un numero indefinito di persone che accampano imprescindibili princìpi morali, ma non si sono dotato ancora di uno strumento organizzativo efficiente ed incisivo. In qualche caso circolano in quest’ambito sia degli abbozzi di nuova Costituzione, sia una proposta di Costituzione federale completa, ma ancora mancano gli Statuti per gli Enti locali, e i Codici civile e penale. Nel secondo gruppo, invece, si possono individuare movimenti o partiti politici; distinzione alquanto  sibillina considerando che l’operatività ed i fini sono analoghi. E molti di questi movimenti o partiti politici sembrano in constante, compulsiva e parossistica contrapposizione tra loro. Producono sondaggi che non hanno riscontro con gli esiti alle elezioni cui costantemente partecipano. In ciò confermando quanto la politica dei sondaggi sia fuorviante, essendo i sondaggi stessi sempre eterodiretti.

Niccolò di Bernardo dei Machiavelli coniò il termine ragion di Stato, che atteneva ad una società di sudditi. Se la politica era la scienza più nobile dell’uomo, con la ragion di Stato si tenterà di giustificare ogni nefandezza. Quelle medesime azioni che la politica repubblicana condannava, come ad esempio distribuire onori e denari pubblici agli amici o eliminare gli avversari con mezzi illeciti, diventarono per la ragion di Stato signorile e oggi partitica, scusabili o addirittura meritevoli di lode. Proprio nelle corti rinascimentali italiane e per la prima volta nella storia, la viltà, l’adulazione, il tradimento, la congiura e il crimine assumono caratteri positivi se finalizzati alla conservazione e accrescimento dello Stato. Nel nostro caso quello dominato dagli attuali partiti.

Orbene di questi movimenti o partiti politici indipendentisti non si conosce una bozza di Costituzione o altro fondante documento. Si conoscono, al contrario, infinite dichiarazioni di buoni propositi. Ma si sa che questi ultimi, nella bocca, nella penna o nella tastiera dei politicanti non valgono nulla. Una riprova? È di questi giorni l’ennesima risibile conferma. Giovanni Dalla Valle, Head Coordinator Venetian delegation 2013 Edinburgh Rally for Scottish Independence, Head Quarter Branch Member of the Scottish National Party and Yes Scotland Campaign Program Ambassador, ha dovuto pregare gli organizzatori dell’evento scozzese di togliere una effige di partito spacciata per insegna veneta, per sostituirla con il gonfalone di San Marco, simbolo riconosciuto da tutti gli indipendentisti veneti. Ed il bello è che il segretario di quel partito indipendentista veneto che ha cercato di far passare il suo logo, è un “mezzo segretario”, constatato che è contestato pubblicamente da buona parte degli stessi aderenti a quel partito. Insomma, in quest’ambito ci troviamo di fronte ad una vecchia cultura partitica (ed usiamo un eufemismo) che tanto prima sparirà tanto meglio sarà per la causa indipendentista. È dunque necessario che gli indipendentisti più responsabili si muovano al più presto ad una proposta di nuova architettura istituzionale ispirata a innovativi e condivisibili princìpi morali, poiché – come affermava Francis Bacon (4) – niente provoca più danno in uno Stato del fatto che i furbi passino per saggi.

* * *

NOTE:

(1) Si veda Maurizio Viroli, La libertà dei servi – © 2010, Gius. Laterza & Figli – Prima edizione giugno 2010

(2) In alcuni Cantoni svizzeri si delibera tuttora sulla pubblica piazza per mezzo dell’antico istituto delle Landsgemeinde. Oggi sopravvive nel cantone di Glarona e nei semicantoni di Appenzello interno ed esterno, di Nidwaldo e di Obwaldo: a Glarona la Landsgemeinde si riunisce la prima domenica di maggio, e nei citati semicantoni l’ultima domenica d’aprile. Tali assemblee legiferano e prendono decisioni (guerra o pace, alleanze, trattati, ammissione di nuovi membri, elezione di funzionari ecc.), risolvono i problemi afferenti beni comuni, i processi in ultima istanza d’appello, ed eleggono il landamano e i suoi collaboratori al vertice dell’esecutivo.

(3) Benjamin Constant, Discorso sulla libertà degli antichi paragonata d quella dei moderni, in Stefano de Luca, Il pensiero politico di Constant, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 188.

(4) Francis Bacon, Saggi, 1597/1625

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3 risposte a Il ricorso ai principi morali come prerogativa per l’indipendenza

  1. Luigi ha detto:

    Caro Enzo, in Veneto circolano ben 4 (quattro) bozze di Costituzione. Forse non lo sai o forse non hai avuto tempo per vederle, leggerle, confrontarle. Ti invito a procurartele in modo che possiamo TUTTI discuterne ed eventualmente trovare la sintesi più adatta da proporre ai nostri concittadini e fratelli Veneti (iscritti all’anagrafe giusta).

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  2. giorgioburin ha detto:

    Ecco Luigi, qui ti volevo, non sei ne tu ne l’amico Trentin che dovete leggere e confrontare le costituzioni. Sono i loro autori che devono mettersi d’accordo e coinvolgere una base più ampia e competente possibile, per produrre una sola costituzione (di una abbiamo bisogno, non di quattro) condivisa, e farla conoscere alla gente. Questo è lo spirito della Conversazione Nazionale

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