La Scozia si propone come faro per principi di autodeterminazione

di Enzo Trentin su L’Indipendenza

scoziaSergio Saviane sosteneva che l’intervista è un articolo rubato. Il giornalista, infatti, si limita a far domande, e noi questo faremo a Giovanni Dalla Valle, oramai noto indipendentista veneto-scozzese, aderente allo Yes Scotland Campaign Program con il ruolo di Ambassador, componente dello Head Quarter Branch Member of the Scottish National Party e portavoce UK & Scotland for Venetian Independentist and Autonomist Movements. 

Domanda: Ci da’ qualche notizia storico-politico-culturale sul Partito Nazionale degli Scozzesi?

Risposta: Lo Scottish National Party è antico: nasce nel 1934 ma s’è radicato significativamente in Scozia  solo negli ultimi vent’anni grazie alla robusta e carismatica leadership di Alex Salmond. Negli anni ’90, lo SNP è stato il principale promotore della devolution. Appoggiata dallo stesso partito laburista di Tony Blair nel 1997 e approvata nel referendum del 1997 (da lui stesso promosso) con una maggioranza del 74% di Sì, la devolution in Scozia ha interessato fin da subito aree come amministrazione, giustizia, scuola, agricoltura e trasporti.

Forti del loro nuovo parlamento di Holyrood (insediatosi il 1 luglio 1999), i governanti scozzesi hanno cominciato a favorire anche un modello localistico di economia produttiva, basata su facilitazioni fiscali per piccole e medie imprese e un rapporto più diretto tra amministrazione di territorio e cittadini, specialmente nelle aree rurali delle Highlands e nelle isole maggiori come Skye, le Ebridi, le Orcadi e le Shetlands.

D. – Constatiamo, dunque, una situazione un po’ diversa da quella riscontrabile alla Regione Veneto. Ma cosa ci dice a proposito dell’economia?

R. – Secondo dati del rapporto economico-fiscale pubblicato due mesi fa (1), la Scozia, che ad oggi fa circa 5.300.000 di abitanti, nel 2012 ha prodotto un PIL pari a 124 miliardi di sterline (circa 142 miliradi di euro) a cui si aggiungerebbero altri 25 miliardi di sterline (circa 28 miliardi di euro) se la Scozia tenesse per sé (tutti) i proventi derivati dall’estrazione petrolifera nel Mare del Nord e dai gas naturali.

Si stima che nel Mare del Nord ci siano riserve per 24 miliardi di barili di petrolio e gas. La Scozia ha il 50% delle riserve carbonifere dell’intera Europa. La Scozia è anche ricchissima di vento e potrebbe coprire da sola il 25% dellla produzione di energia eolica dell’intera Europa. Inoltre le sue maree rappresentano un decimo del potenziale di energia da onde marine di tutto il continente.

La Scozia ha un tipo di struttura economica molto simile a quello dell’Inghilterra, con la differenza che il settore manufatturiero s’era ridotto di quasi metà e invece quello dei servizi pubblici, governativi e finanziari aveva preso circa la metà della sua economia nei primi anni zero, per poi contrarsi significativamente dopo lo scoppio della bolla creditizia nel 2007.

D. – Il PIL (Prodotto Interno Lordo) del Veneto nel 2010 era calcolato (secondo Unioncamere) in quasi 147 miliardi di Euro. Il 2012 ha chiuso con una flessione del -1,9%. Fatica l’export (+1,6%), tiene il turismo, mentre le previsioni 2013, secondo le stime più recenti, si confermano negative: nel 2013 il Veneto registrerà una flessione del -0,4% determinata dalla dinamica negativa degli investimenti delle imprese (-2,3%) e dai consumi delle famiglie (-1,2%). Positivo sarà invece il contributo delle esportazioni, che registreranno una ripresa (+3,7%). Il tasso di disoccupazione è stimato in aumento, riflettendo l’incremento delle persone in cerca di lavoro, e toccherà nel 2013 l’8,3%Sul piano dell’amministrazione locale e della relativa tassazione, in Scozia come si sono evolute le cose?

R. – Grazie alla politica localista del governo ed ad iniziative come lo Small Business Scheme Bonus (volto ad agevolare la tassazione per le piccole imprese), la Scozia è riuscita ad assorbire meglio gli effetti della crisi finanziaria globale e dal 2009 fino ad oggi c’è stato invece un incremento annuo medio del 9% di apertura di partite IVA di piccole e medie imprese (IVA=VAT in UK). (2)

Quindi la Scozia sta piano piano uscendo dalla recessione globale, assieme all’Inghilterra con un incremento PIL medio attorno ai due punti percentuali all’anno (pressapoco come quello dell’Inghilterra) dal 2008 (annus horribilis, quando cominciarono ad arrivare in UK gli effetti del collasso americano). Il tasso di disoccupazione è al momento del 7,8% non lontano dallo 7,7% dell’Inghilterra.

Ma la tassazione centrale di Londra continua a rimanere uno svantaggio per gli scozzesi che pagano una media di circa £. 10,700/anno per persona al governo centrale contro una media  di £. 9000/anno di tutto il Regno Unito. (3).

Ma forse ancora più mal sopportato è lo scarso potere di rappresentanza nelle decisioni che riguardano la Scozia nei seggi di Westminster. Questo si riflette ancora su una disparità di uso di risorse per la gente locale e di conseguenza anche sul livello di welfare. In Scozia le cose stanno migliorando velocemente ma i poveri sono ancora quasi 1/5 della popolazione, soprattutto anziani e le fasce di lavoratori più giovani sotto i 25 anni. 

D. – Cosa, dell’esperienza dello SNP, i veneti dovrebbero imitare o rielaborare ad uso della propria indipendenza?

dallavalle-149x200R. – Nel 2007, Lo SNP di Alex Salmond vinse la maggioranza relativa alle elezioni. Nel dicembre dello stesso anno, il governo di Holyrood passò una mozione per l’Indipendenza e promosse un progetto di Conversazione Nazionale, reclutando più di 400 associazioni civili di tutti i settori della società e dando il via a dibattiti sia territoriali che in Internet su tutti i temi costituzionali più importanti, come economia, finanza, lavoro, welfare, ambiente, sanità, sicurezza, immigrazione.

Il risultato fu la White Paper di fine 2009 che rappresentò la base per una nuova proposta costituzionale in una possibile Scozia indipendente. Una proposta che veniva dai cittadini, però,  e non imposta dall’alto, in senso dirigista. (4)

Il biennio di Conversazione Nazionale consentì la raccolta di un’enorme documentazione sui bisogni e gli interessi diretti dei cittadini scozzesi. Un risultato forse inaspettato fu anche l’improvviso aumento del consenso della gente per lo SNP e per l’idea dell’indipendenza (oltre a una coesione maggiore fra tutte le forze autonomiste e indipendentiste, tradizionalmente alquanto divise).

La conseguenza fu una vittoria assoluta alle elezioni del 2011 del partito di Salmond e quindi maggior forza politica ‘contrattuale’ per reclamare un referendum vero e proprio per il distacco dall’Unione dopo trecento anni (la Scozia si legò all’Inghilterra con il Treaty of Union del 1 maggio 1707).

Il referendum è stato ultimamente concordato con il governo di David Cameron in ottobre 2012 e sarà tenuto in Scozia il 18 settembre 2014.

D. – A noi sembra che l’esperienza scozzese sia stata mal interpretata da alcuni veneti. Infatti, alcuni di essi si sono dati alla creazione compulsiva di partitini in contrasto tra loro, con leader o pseudo tali, che sembrano prediligere il concorso alle elezioni amministrative o politiche pur che sia e senza alcun risultato elettorale degno di nota. Di più, facendo insorgere il sospetto che a loro interessi di più la cosiddetta “carega”. È possibile in Veneto una riproposizione delle iniziative scozzesi?

R. – L’esperimento della National Conversation è oggi un modello per tutte le forze autonomiste e indipendentiste moderne perché si basa sull’associazionismo civile e quindi by-passa il potere delle lobbies e dei partiti tradizionali e, concentrandosi sulle proposte dirette della popolazione per risolvere i propri problemi quotidiani, va direttamente al cuore dei bacini elettorali.

Il crescente successo economico della Scozia, in gran parte diretto proprio dalla lungimiranza e umiltà dei suoi politici (molto attenti a premiare il merito anche dei più giovani e  mai a fare una politica contro le persone degli avversari  ma piuttosto sempre confrontandosi sui contenuti d’interesse per la popolazione com’è lo stile pragmatico di Salmond) ha gradualmente rivelato anche l’importanza cruciale del suo modello localista come alternativa di successo a un modello di globalizzazione bancaria e finanziaria che sta chiaramente implodendo davanti agli occhi di tutti.

D. – In quello che potrebbe essere il più grande “mea culpa” economico della storia, i media ammettono ora che la macchina governativa-bancaria-propagandistica della Troika, composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue,  ha avuto torto per tutto il tempo. Sono stati costretti a riconoscere che l’approccio dell’Islanda al pronto intervento economico è stato quello corretto sin dall’inizio. Quale è stato l’approccio dell’Islanda? Fare l’esatto contrario di tutto ciò che i banchieri che gestivano le nostre economie ci dicevano di fare. I banchieri (naturalmente) ci dicevano che dovevamo salvare le Grandi Banche criminali a spese dei contribuenti (erano Troppo Grandi Per Fallire). L’Islanda, invece, non ha dato nulla ai banchieri criminali.

R. – Il mondo occidentale ha vissuto un periodo di ineguagliabile benessere nella seconda metà del ventesimo secolo, grazie anche ai paletti fissati dalla celebre conferenza economica mondiale di Bretton Wood, voluta dal presidente americano Roosvelt e dal primo ministro inglese Churchill nel 1944, circa 1 anno prima della conclusione della Seconda Guerra Mondiale.

Fu proprio in quell’occasione che il celebre economista John Maynard Keynes sostenne che il commercio doveva essere internazionalizzato con meccanismi che riducessero i deficit delle bilance nazionali ma mise tutti in guardia dall’internazionalizzazione del credito che le avrebbe minacciate pericolosamente.

Sfortunatamente verso fine secolo, presero piede teorie neo-liberiste (che non vanno confuse con il liberalesimo autentico) che in nome di un’astratta libertà assoluta di mercato portarono (pare per volere proprio del governo Clinton) alla fondazione del WTO nel 1994 allo scopo di deregolizzare tutti i mercati occidentali e favorire investimenti in tutti i settori produttivi basati su prestiti fuori dal controllo nazionale. Nel 1999 viene così abolita la legge Glass-Steagall che impediva alle banche di riparmio di trasformarsi in banche d’investimento (pare che questa legge fosse stata voluta proprio dallo stesso Franklin D. Roosvelt per proteggere l’economia americana e in genere le economie nazionali).

Il risultato, assieme alle conseguenze di altre operazioni neoliberiste sfrenate in quegli anni, portò al passaggio da un’economia di tipo produttivo (dove gli investimenti sono condizionati dall’utilizzo delle risorse del posto e della produzione locale di materie prime e manufatti, poi anche da esportare) a una di tipo speculativo, dove gli investimenti si basano su debiti con banche o istituti finanziari a sede spesso extra-territoriale (se non persino off-shore).

Questo portò a  un enorme accumulo di risorse nelle mani di pochi istituti finanziari (come la Goldman Sachs) che divennero i nuovi centri di potere del mondo e all’indebitamento esponenziale nel giro di pochi anni di molti governi nazionali (fu il caso dell’Islanda fino al 2008). L’indebitamento progressivo nelle mani di istituti bancari o di credito stranieri portò alla perdita di sovranità  economica di paesi interi come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia ora vincolati anche dall’euro e quindi dall’impossibilità di attuare svalutazioni delle proprie monete come valvole di ‘sfogo’ per incentivare le esportazioni come in passato.

L’effetto di questa standardizzazione globale dei mercati voluta dal WTO negli anni ’90 (la politica della Global Governance) ebbe presto anche risvolti di carattere etico e sociale come l’affermazione di un Pensiero Unico e del dogmatismo del cosiddetto ‘politicamente corretto’ (anche se sovente modellato su standards americani) con lo scopo di assimilare tutti i ‘consumatori’, e annientare ogni identità storico-culturale che possa creare tensioni  o minacciare la nuova standardizzazione economica, favorendo maggior competizione a livello di economie produttive locali (magari anche con forme di protezionismo chiaramente in antitesi con i nuovi diktat liberisti ed eurocentrici come quelle recentemente introdotte dal governo ungherese di Orban).

Una ‘invisibile’ società orwelliana dove si può essere arrestati e imprigionati anche per una parola sbagliata detta o scritta in pubblico, ma un modello di società che sta esasperando la maggior parte delle persone, a prescindere da backgrounds politici, etnici o culturali.

D. – Tuttavia la richiesta d’indipendenza di molti popoli è scambiata per bieco nazionalismo, con tutti i risvolti negativi che il XX secolo ci ha fatto conoscere.

R. – Gli esseri umani godono di varie forme d’identità ma principalmente tre: un’identità universale biologica che ci rende tutti uguali a prescindere dalle nostre origini, un’identità unica biologica, psicologica e spirituale che ci rende tutti unici, e un’identità di gruppo che ha specifici connotati etnici, culturali e storici che è altrettanto prerogativa e diritto di ciascuno di noi. È singolare come la Storia ci insegni che guerre e violenze di massa avvengono più spesso quando si urta questo tipo d’identità.

Proprio per questo, davanti al fallimento del totalitarismo ‘economico’ di questo inizio secolo e dei fautori di un Nuovo Ordine Mondiale (discorso presidente Barak Obama a Berlino, 17 gennaio 2009), è tempo di riflettere urgentemente sull’estrema pericolosità di questo modello e sulle crescenti tensioni che sta provocando, specie in un pianeta di 7,300 miliardi di persone e con accesso a informazione via Internet in pochi secondi.

Si può uscire da questa pericolosa spirale solo valutando o rivalutando modelli di economia localistica che consentono alla gente di ‘riappropriarsi’ delle risorse del territorio dove vive e lavora (oggi senza dubbio anche al di la’ dal senso di appartenenza etnico) e riconoscersi nella cultura e storia specifica di quel posto.

Questo sentimento sembra essere emerso con vigore in Europa nel 2012 dove molti popoli hanno cominciato a protestare con veemenza contro i governi centrali invocando maggiore autonomia se non indipendenza (Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre, Occitania, Corsica, Sardegna, Sicilia, Veneto ed altri ancora).

La Scozia si propone così come faro per principi di auto-determinazione e localismo economico-sociale per tutta l’Europa.

Forse stiamo assistendo al nascere di una nuova ideologia ‘localista’ che porterà più nazioni alla fine di questo secolo dopo la fine dei grandi imperi del secolo scorso (la cosiddetta caduta dei Titani). Di certo c’è gran voglia di comunità (indipendenti o autonome) più piccole ma più a misura d’uomo, dove amministrazione e potere siano direttamente nelle mani dei cittadini che vi abitano e lavorano. (5) Questo il senso del mio discorso Edimburgo 22 settembre 2012.

Come scriveva Don Lorenzo Milani, “profeta” in Barbiana ancora nel lontano 31 luglio 1966: «Gli imperialismi? Ci vorrebbero ventimila San Marino per eliminarli. Il mondo cambierebbe radicalmente in meglio, sarebbero protette le culture e le identità. Sostanzialmente sarebbe protetta anche la pace, perché le guerre diverrebbero guerricciole.»

Anche l’Italia e i suoi tanti Popoli hanno interesse a valutare l’importanza di questi modelli in quanto una visione federalista (dove localismo può anche essere riferito alla storia e natura particolarista delle sue realtà comunali) è sempre stata proposta fin dalla sua nascita da celebri intellettuali e patrioti italiani, come ad esempio Carlo Cattaneo, mai però veramente ascoltati (6).

Dopo i disastri e gli olocausti a cui abbiamo assistito con l’epoca dei Titani, prima di ordine ideologico e razziale, ora di ordine economico e sociale, è tempo di cambiare e la politica “buona”, quella che si fa per il bene di una comunità, ha grande opportunità di tornare alla ribalta se saprà prendere velocemente la guida di questi nuovi eventi.

NOTE:

  1. 1.    Fiscal Commission Working Group Report, Scottish Government, Edinburgh, 2013
  2. 2.    Business, Enterprise and Energy: growing businesses (http://www.scotland.gov.uk/Topics/Statistics)
  3. 3.    Government Expenditure and Revenue, Scotland 2011-2012, Scottish Government, March 2013
  4. 4.    Your Scotland, Your Voice: a National Conversation,  Scottish Government, 2009
  5. 5.    Giovanni Dalla-Valle: Discorso Rally for Scottish Independence Edimburgo, 22 settembre 2012 http://www.youtube.com/watch?v=mqQof4X13h8
  6. 6.    Carlo Cattaneo: La città considerata come principio ideale delle istorie italiane (pubblicato su il Crepuscolo, n. 42,44,50,52 del 17 e 31 ottobre, 12 e 16 dicembre 1858)
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2 risposte a La Scozia si propone come faro per principi di autodeterminazione

  1. Edoardo Rubini ha detto:

    Sono d’accordo con il pensiero di Giovanni Dalla Valle: la Scozia è un brillante esempio per i Veneti. La vera differenza con la Scozia è che qui da noi è stata impiantata (credo dal dominio italiano) una strana avversione verso la cultura, lo studio, la costruzione comune, l’impegno individuale e collettivo. C’è una strana megalomania anarcoide, insofferente alla costruzione lenta e seria, incline invece all’improvvisazione, all’iniziativa estemporanea, all’ammirazione verso la demagogia e l’apparenza. Insomma, un terreno degradato, dove si fa una fatica maledetta a far riprendere coscienza sui tesori che la Civiltà del passato ha lasciato. Di conseguenza, parlare di organizzazione e programmi a lungo termine sembra un’aspirazione da visionari. In sintesi, il vero nemico non né Roma, né Bruxelles, ma la nostra ignoranza. Oggi, con la crisi finanziaria si comincia a capire la follia del sistema globalizzato e la necessità di difendere l’identità locale, anche per uno sviluppo economico auto-centrato. È un ottimo passo avanti. Un altro sarà capire che non esiste il liberismo (o il liberalismo) buono: il modello eccellente , mai superato e sempre ben funzionante resta quella della Repubblica Serenissima, d’ispirazione cattolica e basato sulla solidarietà tra classi sociali. Esso è intessuto dall’amor di Patria, dove lo Stato mantiene un deciso ruolo-guida, ponendosi al servizio della collettività, onde serbare un certo ordine sociale e uno spettro di valori spirituali ben precisi: quelli ereditati dalla Tradizione.

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  2. Carlo De Paoli ha detto:

    Non è difficile essere d’accordo con Giovanni Dalla Valle: egli sostiene infatti degli eccellenti argomenti supportati da dati economici e confronti incontrovertibili.
    Il problema non è Giovanni Dalla Valle né Enzo Trentin caro Edoardo, ma sei tu.
    L’Italia ha certamente le sue colpe se i suoi cittadini ignorano molto della propria storia, ma questo fatto non deve diventare un pretesto per sputare sui nostri connazionali, sia veneti che di altre Regioni.
    Un minimo di istruzione l’Italia l’ha comunque assicurata.
    C’è chi è stato fortunato e ha potuto studiare di più e chi ha dovuto fermarsi prima.
    Al tempo della Repubblica la scuola pubblica, così come è strutturata ora, non esisteva.
    Tutto sommato, quindi, non siamo tanto svantaggiati rispetto a quei tempi, da questo punto di vista.
    Manca un comune sentire, lamenti, beh, questo è il risultato di tanti anni di disimpegno dello stato italiano nel sollecitare momenti di coesione sociale: probabilmente gli attuali governanti facevano più assegnamento sulle forze di “dissuasione” di Polizia e Carabinieri che non sulla lenta “costruzione” di una coscienza sociale.
    Ma per costruire una coscienza sociale ci vogliono decenni, se non secoli.
    Hai presente, nei primi secoli della nostra Repubblica, quante volte le cronache ufficiali riportano, riferito al doge regnante: et evulserunt oculi eius, ad indicazione di quante forti passioni si agitavano all’interno delle nostre Lagune?
    Per secoli in Venezia fu latente una guerra tra fazioni che non consentì di godere di quella pace sociale che noi adesso, con gli occhi affettuosi dei posteri, tendiamo ad accreditare a quel periodo.
    Emilio Magnanini, storico e poeta che scrisse in versi (sonetti) le biografie di tutti i nostri Dogi così conclude il sonetto dedicato al primo Doge Anafesto Paoluccio che tentò di imporre la pace fra gli abitanti delle varie Isole:

    la lota xe sta dura e disgraziada:
    ti ga perso la vita per l’union
    dei fior de la to stessa contrada.

    Il secondo, doge, si salvò, ma Orso Ipato (726/736), anche lui, venne assassinato.

    Si susseguirono, per sei anni, i Maestri dei militi che avrebbero dovuto conservare la pace.
    Ma neanche a questi riuscì l’impresa se l’ultimo, Giovanni Fabriciazio, sempre nei versi del Magnanini:

    No gera proprio santi sti soldai
    se l’ultimo Giovanni Fabriciazio
    ga vuo abaçinà i oci brusai.

    Detto homiçidial de sangue insazio,
    al modo de le torture orientai
    el popolo de lù ga fato strazio.

    Abaçinà xe sta anca Deodato, fio de Orso: (741/755)

    Ne le isole tutte in disaccordo
    al Doxe abbassinà per i Obelieri
    ghe xe restà la vita nel ricordo.

    e Galla Gaulo (755/756):

    Ga dà el colpo el popolo in sommossa
    che lo ga spento zo da la carega
    façendoghe a lù la stessa mossa

    che lù gaveva fato al so colega:
    de la vista privà a scossa a scossa
    per insegnarghe far come se prega.

    Ma poi ancora, Domenico Monegario (756/764):

    Fra forme spasimanti de tortura
    i veneziani ga formà famegia
    ne la riçerca de salda armadura

    d’un Governo che a un pare ghe somegia,
    Anca a sto Doxe el popolo in congiura
    ga orbà la vista e ga brusà la Regia.

    Pietro Tradonico (836/864):

    [ … … … ]
    A vespro, fora de San Zacaria,
    i tà massà co un colpo de lama.

    Le tensioni civili erano sempre latenti, anche nel X Secolo.
    I motivi di frizione potevano avere origine “interna” come essere fomentate da potenze esterne che avevano interesse a destabilizzare il Ducato.
    È il caso del dogado di Pietro Candiano III (942/959)

    L’abilità dei preti sempre quela
    che fa desolassion in ogni Regia
    co la lama in man drio de la candela

    ga provocà de ribellion la svegia
    – ne le vene el sangue me se gela –
    mettendo el fio contro la famegia.

    E qui mi fermo, che forse sono già stato troppo tedioso.
    Questo per indicare che, anche fra popolazioni omogenee, diverse quindi da quelle che si stanno “creando” ora, per raggiungere un “equilibrio” ci vuole del tempo.
    D’accordo quando scrivi dell’economia che prevale e prevarica i popoli.
    L’economia che viene usata per creare schiavitù.
    Ma nel nostro antico Stato c’era chi era altrettanto ricco e questo non si verificava a caso, ma a seguito di una precisa ricerca del benessere e della ricchezza.
    La ricchezza, di per sé, non è male.
    E non è condannabile.
    Distinguere fra ricchi cattolici buoni e ricchi non cattolici cattivi, mi sembra una esemplificazione banale e faziosa.
    Chi è ricco i soldi se li tiene, cattolico o non cattolico.
    La solidarietà fra i nostri Maggiori è un qualche cosa che attiene alla nostra razza, e non alla religione che per un certo periodo i nostri antichi hanno professato e ancora professano.
    Di governi cattolici, ma te l’ho già scritto, ce n’erano in molti Stati europei, ma solo da noi gli effetti che tu ti ostini ad attribuire al cattolicesimo si sono verificati: solidarietà fra classi sociali differenti e buon governo.
    Nella stessa Roma le diseguaglianze sociali davano origine a sopraffazioni nonostante lì ci fosse la Cattedra di Pietro e dei suoi rappresentanti.
    Venezia dovette sempre difendersi dall’intromissioni dello Stato della Chiesa.
    Quattro interdetti sono là, a dimostrarlo.
    A questo punto mi chiedo e ti chiedo: tu che hai in tanto disprezzo e consideri con sufficienza il popolo tanto da volergli sottrarre la facoltà di autogovernarsi, chi indicheresti, oltre a te, naturalmente, in grado di governare stabilendo quel che è il bene per Tizio, Caio e Sempronio, dopo averlo, il popolo, ammutolito?
    L’amor di Patria non ha bisogno di una religione alle spalle, non di una religione Universale, almeno.
    La religione cristiana, secondo il suo Creatore, prevede il libero arbitrio e la salvezza è individuale.
    È stato detto che raggiungere il Regno dei Cieli è molto difficoltoso.
    E la vita è breve.
    È già difficile portare a salvamento la propria anima.
    Edoardo, non sarà mica che ti vuoi servire della religione non come strumento individuale per la salvezza dell’ anima, ma come forma di instrumentum regni per tuoi interessi personali come hanno fatto i democristiani per tanti decenni con l’appoggio del Vaticano?
    Infine la solidarietà fra classi sociali si ha quando le “Classi” si riconoscono e si rispettano.
    E si rispettano, le Classi sociali, quando non esiste pretesa di tutela di una sull’altra altrimenti il rapporto non è paritetico.
    Così si crea una Tradizione degna di quella alla quale facciamo riferimento!

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