ALBERT EINSTEIN diceva…..

di Andrea Muttin

“E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e grandi strategie”

strange-albert-einstein

Dopo cinque anni di crisi in Italia cosa possiamo dire di aver cambiato ? Non è  cambiato assolutamente nulla ! La crisi poteva essere uno sprono per riformare e cambiare uno Stato bulimico e vorace di risorse, invece ci ritroviamo più poveri e più depressi perché la speranza di un miglioramento ormai sta’ venendo a mancare. Le prossime generazioni vivranno peggio di quelle dei genitori… queste sono le uniche certezze che tutte le persone dicono di avere.

Tutti continuano a proseguire per la stessa strada, lavorando (chi ha ancora un lavoro) attendendosi solo peggioramenti .

L’immobilismo politico è lo specchio della società: cambiare tutto per non voler cambiare nulla.

La costituzione più bella del mondo è stata creata per proteggere se stessa da qualsiasi cambiamento che l’attuale situazione richiede, il mondo globalizzato corre e non aspetta l’Italia che è ferma da ormai trent’anni.

Dopo mesi di governo il massimo cambiamento che la politica riesce a fare è togliere l’Imu e sostituirla con la service tax. Il governo da mesi lavora (?) per cambiare nome alle tasse che ogni giorno di più strangolano l’economia .
Ma allora chi deve cambiare qualcosa?

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Una risposta a ALBERT EINSTEIN diceva…..

  1. Edoardo Rubini ha detto:

    Ricordo l’intervento fatto alla fine degli anni ’90 dal rappresentante di un partito autonomista scozzese al convegno organizzato dall’allora “Liga Fronte Veneto”, che suonava più o meno così: “Da noi, Londra ci nega l’autogoverno, come da voi ve lo nega Roma; ma tra Veneti e Scozzesi c’è una sostanziale differenza: da noi i processi arrivano a sentenza dopo una manciata di mesi e i servizi pubblici sono impeccabili…”. La situazione che ci troviamo dopo più di 60 anni di sistema bloccato, in un paese tenuto per le palle da una casta ristretta composta da incapaci e prepotenti, è andata al di là della sopportazione umana. Il problema cruciale, che emerge dal confronto con la Scozia, è la mancanza di una vera classe dirigente. Però sarebbe ingiusto ridurre le responsabilità a questi ristretti gruppi di privilegiati, che messi ai posti di comando mostrano di non possedere né la preparazione, né la cultura, né la stoffa per gestire gli affari pubblici (e che quindi si accontentano di ripetere i discorsi di circostanza, formulati da chi li comanda dall’esterno). Qua c’è una generale situazione di grave degrado, che ha radici storiche risalenti all’unificazione della penisola, che ahinoi richiede una trasformazione assai più profonda che alleviare il carico fiscale (operazione peraltro necessaria). C’è il rischio che tanti credano che la questione dei “riferimenti culturali” (o se vogliamo dei “valori spirituali”), fondamentali per rimettere in piedi una società, sia un dibattito accademico del tutto astratto, buono solo per chi non ha altro da fare.

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