ITALIA, REPUBBLICA DIVISIBILE: I VENETI DECIDANO

di Edoardo Rubini

image01La Carta Costituzionale davvero rende impossibile staccarsi dallo Stato ai territori soggetti alla sovranità italiana ? Se così fosse, che senso avrebbe, allora, parlare di “autodeterminazione dei popoli” ? O di libertà in senso lato ?

Il punto è se abbia senso che uno Stato si auto-dichiari eterno, in quanto indivisibile: la questione dipende dalla concezione giuridica che si ritiene valida.  Due sono, infatti, le impostazioni filosofiche del diritto e  da esse dipende persino il significato delle leggi.

  1. La prima impostazione, di antica elaborazione, è il giusnaturalismo. Si tratta della dottrina del “diritto naturale” ed assoggetta il comportamento umano a regole eterne, universalmente valide e immutabili, in quanto rispondenti ad un ordine che si riscontra in tutto il creato.
  2. Il “diritto naturale” preesiste rispetto ad ogni forma di diritto positivo poiché, come insegnavano Socrate e Platone, le idee sono innate e corrispondono a cose non create dall’uomo; quindi esistono principî eterni e universali, che si collocano al di sopra del diritto positivo. Ne consegue che le leggi create dallo Stato non possano contrastare con questi principî.
  3. La seconda impostazione è assai più moderna: è il giuspositivismo. Questa corrente di pensiero vuole che il diritto valido ed efficace sia solo quello “positivo”, cioè posto dallo Stato all’interno delle sue leggi.  Si sa che le leggi statali sono il prodotto storico, contingente e mutevole della volontà di un organo politico, ciononostante i giuspositivisti ritengono che il diritto positivo non sia vincolato ai principî naturali nel regolare la società.
  4. Queste teorie generano conseguenze pratiche che divergono in modo radicale.  La dottrina del diritto naturale nega che l’uomo nasca come tabula rasa, su cui la società possa imprimere a discrezione certe inclinazioni; allo stesso modo, lo Stato non può “fondare” i diritti, ma li “riconosce” solamente, in quanto essi preesistono.
  5. Un altro enorme divario riguarda i limiti che incontra l’attività legiferatrice dello Stato: mentre i giuspositivisti non ammettono limiti alla facoltà dello Stato di imporre qualsiasi legge (facoltà che gli deriverebbe dal “contratto sociale e dalla “volontà della nazione” immaginati da Hobbes e Rousseau), i giusnaturalisti ritengono che il Diritto Naturale, come base morale, costituisca un limite invalicabile anche per le leggi del parlamento: per esempio, nulla può legittimare la soppressione di esseri umani, neanche sotto forma di aborto, o di eutanasia, ecc.
  6. Questa premessa aiuta ad evidenziare un problema fondamentale: lo Stato è il decisore di tutto? È un potere fine a se stesso?  Oppure è uno strumento fondamentale ed irrinunciabile, certo, tuttavia finalizzato a garantire la convivenza civile?
  7. Il giusnaturalismo è dunque la concezione giuridica non assolutista che contempla il principio dell’autodeterminazione dei popoli come diritto naturale. L’effettività dell’autodeterminazione non cambia per quanto è stato previsto nel diritto positivo.
  8. L’autodeterminazione sussiste in quanto c’è un popolo, come formazione naturale prodotta dalla storia. Se un popolo che ha acquisito una sua forte identità nel tempo, per essersi dato nel passato una propria organizzazione politica, oppure per essere in grado di svolgere una vita a se stante, non avvertendo veri vincoli che lo leghino ad un’autorità che sente essere estranea ai suoi interessi, esso ha diritto a pronunciarsi se mantenere tale legame di sovranità, oppure se disporre di sé dando vita ad una distinta entità statuale.

Durante la discussione in Consiglio Regionale del 30 luglio 2013 sulla richiesta di referendum consultivo per l’indipendenza del Veneto, sono state richiamate norme della Costituzione italiana che impedirebbero tale consultazione, in particolare l’articolo 5, che dispone così: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali…».

Finora poco ci si è soffermati sull’origine della formuletta che vuole l’Italia “Repubblica una e indivisibile” (come dal testo approvato dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947).  Si  noti che tale asserto non compariva neppure nel precedente Statuto Albertino del 1848. Da dove salta fuori, dunque, la formuletta?

La sua derivazione risale alla rivoluzione francese: durante la seduta d’apertura della Convenzione Nazionale (parlamento rivoluzionario) del 21 settembre del 1792, i deputati votarono all’unanimità l’abolizione in Francia della monarchia, così dal 25 settembre 1792 si cominciò a definire la Repubblica francese come “una ed indivisibile”.

In Italia questo concetto ha fatto la sua comparsa in alcuni trattati sottoscritti al tempo dell’invasione napoleonica: per esempio nel Trattato di Campoformido del 17 ottobre 1797, con cui Francia e Austria disponevano la soppressione della Veneta Serenissima Repubblica per spartirsene i territori, si cancellava dalla carta geografica uno Stato che esisteva da millequattrocento anni circa, rimasto neutrale alla guerra combattuta dai due Stati che firmavano il trattato.  Nell’intestazione, si trova scritto: «Sua Maestà l’imperatore dei Romani, re d’Ungheria e di Boemia e la Repubblica francese, volendo consolidare la pace le cui basi furono poste con i preliminari sottoscritti nel castello di Eckenwald presso Leoben in Stiria il 18 aprile 1796 (29 Germinale, anno 5° della Repubblica francese, una e indivisibile) hanno nominato loro Ministri Plenipotenziari…».

Come leggiamo, l’attributo di “unicità ed indivisibilità” si trova riferito solo alla Repubblica francese, non all’Impero Asburgico, a conferma dell’origine rivoluzionaria di questo concetto. Infatti, oltre a essere una novità assoluta nella storia, il concetto di Stato “unico ed indivisibile” contrasta con l’intera storia umana.  Sappiamo non c’è stato momento nella storia che non siano stati spazzati via Stati, che altri di nuovi non ne siano sorti, che dei territori non siano passati di mano, perché conquistati, ceduti, talora comprati con somme di danaro, o barattati…

In certi casi, alcuni popoli hanno combattuto, anche con asprezza e con alti costi umani, per sottrarsi al dominio di Stati sovrani sentiti come oppressivi ed estranei (indipendenza U.S.A., Irlanda, ecc.); l’esperienza coloniale si è conclusa con una seminagione di nuovi stati, così la caduta del comunismo, ma di recente vari popoli si sono anche visti riconoscere la sovranità attraverso consultazioni del tutto civili e pacifiche, come quella che si ritiene di seguire per la nostra Veneta Patria.  Se questo processo storico di mutazione dei confini è inesauribile, che cosa ha spinto un parlamento nell’Anno 1792 ad introdurre un concetto così suggestivo, come quello di “Repubblica francese, una e indivisibile”?

Lo studio dei retroscena storici consente di chiarire certe “bizzarrie giuridiche”. Il fatto di dire che uno Stato non si dividerà mai ha due conseguenze pratiche: il primo è che si vuole tale Stato come immortale; il secondo è che non potrà mai ridursi, ma solo accrescersi. Si aggiunga una terza conseguenza: lo Stato che non si dividerà mai potrà solo ingrandirsi, fino a conquistare il globo terracqueo.  Infatti, questa era la prospettiva seguita da Napoleone Bonaparte e dagli altri condottieri ispirati dai medesimi intenti, quali Hitler, Mussolini, Stalin, ecc.

Dunque, l’insostenibile autodichiarazione di eternità dello Stato è motivata dalla prospettiva di impadronirsi del pianeta; tale mira può definirsi “nazionalista”, ma in realtà ha poco senso se rapportata alle esigenze limitate di un solo popolo, o nazione.

Si spiega invece in altri termini: l’ispirazione ideologica della Rivoluzione Francese risaliva alle società di pensiero e alle sette gnostiche. L’idea di base era quella di impiantare un nuovo tipo di stato che sovvertisse la Civiltà Cristiana: si voleva edificare la Società perfetta sulla scorta delle utopie illuministe. Si agognava la rigenerazione dell’intera umanità. Ecco l’Uomo Nuovo: un essere onnipotente, che si erge al di sopra della Morale, della Religione, su tutto.

Si concepisce così una repubblica laicista che deve esportare la rivoluzione in ogni dove, rovesciando Troni e Altari: nulla la fermerà, dunque si dice “una ed indivisibile”, dopo che al suo interno sarà soppressa ogni differenza regionale, ogni forma locale di autogoverno, ogni pluralismo linguistico ed etnico. La “nuova democrazia nazionale” sarà assoluta, mentre i segni secolari della storia dovranno essere cancellati.

L’Italia fu dichiarata “Repubblica una e indivisibile” nell’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947.  Questa frase ha un qualche significato, nel senso di integrità territoriale?

Proprio nel 1947, alla fine della seconda guerra mondiale, fu previsto il “Territorio Libero di Trieste” all’interno del Trattato di Pace firmato dall’Italia con le potenze belligeranti.  Secondo l’articolo 21, l’integrità e l’indipendenza del Territorio Libero di Trieste sarebbero state assicurate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La mancata entrata in vigore dello Statuto e la mancata nomina del governatore di tale territorio determinarono una situazione di stallo, che fece dubitare i giuristi dell’effettiva esistenza stessa di uno stato denominato “Territorio Libero di Trieste”, poiché non godeva di sovranità statale, mentre era assoggettato al regime di occupazione militare.  Il Territorio Libero di Trieste era diviso in due zone:

  • la Zona A, amministrata da un Governo Militare Alleato, di circa 310.000 abitanti comprendeva la città di Trieste e terminava presso Muggia;

  • la Zona B, amministrata dall’esercito iugoslavo, con la parte nord-occidentale dell’Istria, di circa 68.000 abitanti.

La situazione si sbloccò con gli accordi di Londra del 1954, trovando soluzione sul piano giuridico nel 1975 con il Trattato di Osimo, quando Italia e Iugoslavia incorporarono le rispettive zone A e B.

Questa ricostruzione dimostra che proprio nel periodo in cui i “Padri Costituenti” della novella “Repubblica Italiana” la dichiaravano “una ed indivisibile”, sussisteva una situazione politica conclamata a livello internazionale, per cui il territorio italiano era di fatto smembrato a causa della sconfitta bellica, tanto che l’Italia non accettava questa suddivisione ed incertezza sui suoi futuri confini: in quel momento la Repubblica era in realtà divisibile, né si sapeva che ne sarebbe stato dei territori contesi.

L’insostenibile autodichiarazione di eternità dello Stato si palesa per quel che è: un’utopistica petizione di principio, non un principio giuridico. In questo ambito si disquisisce di volontà popolare, cioè di un concetto politico, contro la quale a nulla vale opporre norme giuridiche, ancorché costituzionali.

Questa voce è stata pubblicata in Attualità, Blog Pubblico. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...