Indipendentismo, manca la classe politica all’altezza e la visione strategica

di Enzo Trentin su L’Indipendenza

A prescindere dalle pubbliche dichiarazioni fatte nei giorni scorsi da alcuni degli oltre 55 Sindaci che hanno richiesto alla Regione Veneto d’indire un referendum consultivo per l’indipendenza anche Gianfrancesco Ruggeri  in un altro articolo su questo quotidiano ha avanzato dubbi sull’indipendentismo di un altro di tali soggetti: il veronese Flavio Tosi.

«Dev’essere il governatore Luca Zaia a dirci se è legittimo che la Regione indica un referendum per l’indipendenza del Veneto. Senza una risposta certa, non possiamo andare avanti». Questa, invece, la delibera (10/09/2013) della Commissione “Affari istituzionali” del Consiglio regionale, guidata dal vicentino  Costantino Toniolo (Pdl). La Commissione ha deciso a maggioranza (contrari Valdegamberi e la Lega, ma non compatta) di presentare invece un’interrogazione “a risposta immediata” rimettendo la patata bollente in mano allo stesso Presidente Zaia. Il testo infatti ricorda che non c’è una posizione sintetica della Commissione dei saggi: «Hanno prodotto cinque distinte relazioni». Erano in sei. (Tsz!) Insomma, una situazione tragica ma non seria.

Sorvolerò sul comportamento “democristiano” di Luca Zaia che ora è costretto a prendere tempestivamente una posizione chiara, fatti salvi, ovviamente, nuovi contorsionismi, per rilevare come la via dei “partitanti” sedicenti indipendentisti non mi convinca. Basti confrontare l’esito delle decine di referendum consultivi fatti dai Comuni (Lamon per primo) che desideravano solo cambiare Provincia o Regione. Tutti vinti e tutti impantanati nelle pieghe della burocrazia. Figuriamoci un referendum consultivo per l’indipendenza!

La questione fondamentale è che non abbiamo una classe politica all’altezza della situazione. La cultura politica odierna è ben rappresentata dalla vicenda di Silvio Berlusconi. Un’infinità di clientes sono costretti, o meglio hanno l’interesse precipuo, a difendere un reo perché uscito dalla scena politica costui, loro rimarrebbero dei… “poareti”. Se poi i Sindaci, sedicenti indipendentisti, avessero coscienza della loro funzione e delle prerogative di autonomia che la Carta europea delle autonomie e le conseguenti successive leggi consentono loro, avremmo una diversa consapevolezza politica, e conseguenti azioni.

Basterebbe rifarsi alla cosiddetta civiltà comunale. Lo sviluppo della vita urbana, il dinamismo economico, i mutamenti religiosi e il rafforzamento dell’autonomia politica del Comune ebbero un forte impatto anche sull’organizzazione e sulla concezione del sapere, stimolando la progressiva definizione di un nuovo tipo di uomo di cultura: l’intellettuale «laico». Laico – è bene sgombrare il terreno da possibili accezioni modernizzanti del termine -, prima ancora che per condizione giuridica, perché cultore di discipline «secolari», pronto a esprimere e a impegnare il suo sapere «in tematiche non teologiche né strettamente religiose» (1). Questo cambiamento di prospettiva, per cui la cultura non era più appannaggio pressoché esclusivo dei chierici né le sue finalità solo religiose, non sminuì comunque il ruolo degli ecclesiastici, fra i quali spiccavano tra l’altro nuove figure di studiosi. Tali furono, per esempio, i membri degli ordini mendicanti, la cui predicazione, sempre più aperta agli studi di retorica e teologia, influenzò profondamente la civiltà comunale in tutti i suoi risvolti. I laici contemporanei sono deficitari sotto questo profilo, mentre i religiosi contemporanei… beh! Lasciamo perdere.

Inizialmente, per la verità, il rapporto non fu facile. La rinascita del diritto romano, legata allo studio della grande raccolta voluta da Giustiniano (Corpus iuris civilis) nelle scuole di diritto, in quelle notarili e nelle università, significò anche il suo riconoscimento come ius commune, legge comune dell’impero. Non è un caso che nella rivendicazione degli iura regalia contro i comuni Federico I di Svevia avesse trovato sostegno proprio nelle teorizzazioni dei giuristi dell’Università di Bologna. Qui i discepoli di Irnerio (ca. 1060-dopo il 1125), fondatore della grande tradizione bolognese di studi giuridici, considerarono illegittime le pretese dei governi cittadini di emanare ordinamenti propri e di amministrare la giustizia sostituendosi all’autorità imperiale. Poi, gradualmente, l’idea che l’imperatore fosse l’unica fonte del diritto venne superata. Analogamente, oggi, con gli Statuti comunali – se redatti in forma autenticamente autonoma – si potrebbe mettere spesso in riga il governo centrale. Ma quale Sindaco ha coscienza di ciò?

A partire dal primo Duecento, sulla scia dei successi delle città comunali, acquistò una sempre maggiore autonomia e dignità lo ius proprium, l’insieme di leggi e regolamenti elaborato localmente e codificato principalmente attraverso gli statuti cittadini. Ciò poté avvenire anche perché all’origine di questa produzione normativa e della sua continua revisione vi erano il sapere e la creatività di giuristi più o meno stabilmente insediati nel cuore dell’organismo comunale. Gli statuti cittadini, come assicura il retore Boncompagno da Signa (ca. 1170-ca. 1240), rivestivano ormai piena validità e forza esecutiva anche quando erano contrari alle codificazioni imperiali. Era questa un’espressione eloquente del cambiamento ideologico-culturale che caratterizzò il passaggio dalla fase del Comune consolare all’avvento del governo podestarile, con una conseguente apertura della cultura giuridico-retorica alle nuove forme politiche. Il nuovo sistema istituzionale fondato sul confronto, che comportò una moltiplicazione dei consigli, stimolò infatti l’elaborazione di pratiche giuridiche e retoriche, favorendo l’incontro tra l’universo culturale dei doctores e il mondo degli iudices e dei notai. E la testimonianza di Boncompagno da Signa appare tanto più significativa se si tiene conto della posizione del celebre maestro di retorica dell’Università di Bologna, strenuo difensore della cultura universitaria contro quella nata dalla «pratica» di governo della città-Stato; un maestro che, dunque, distingueva nettamente il mondo dei literati da quello dei laici.

Si trattò di un apporto culturale e ideologico che servì inizialmente al Comune per contrastare le rivendicazioni imperiali di Federico II. I notai formati nelle scuole di Bologna, infatti, impiegarono la loro cultura classica per legittimare e consolidare le istituzioni comunali: attraverso il ricorso alle auctoritates e al patrimonio biblico la sovranità della legge fu svincolata dall’autorità imperiale e fatta discendere direttamente da Dio. Un chiaro riflesso dell’elevato sapere retorico dei notai appariva anche nelle sillogi degli statuti cittadini della seconda metà del Duecento, espressione rilevante di un’autonomia comunale che si affermò pienamente con i governi di matrice popolare. Grazie al loro background tecnico e letterario, più ancora che alla solidarietà corporativa, essi acquisirono un ruolo centrale nella formulazione del lessico culturale e giuridico adottato dalla pars populi, e in molti Comuni si realizzò una vera e propria collusione ideologica e politica del notariato con il Popolo. Chi sono oggi gli intellettuali che si appellano all’esercizio della sovranità popolare di cui all’art. 1, comma 2, della Costituzione? Nessuno! Nel M5* si blatera di democrazia diretta, ma la sua pratica è ancora tutta da codificare malgrado abbia eletto alcuni Sindaci.

Sia sul piano teorico che su quello della prassi politica il rapporto che il diritto e la retorica intrattennero con i governi cittadini fu pressoché analogo: dopo un’iniziale diffidenza, la loro relazione sfociò in forme sempre più strette di collaborazione in cui questi due saperi intimamente connessi si imposero come strumenti di legittimità e fondamenti effettivi del potere. Indubbiamente lo snodo cruciale di questo mutamento fu quello politico-istituzionale legato alla nuova stagione politica dei regimi podestarili. La preparazione retorica, al pari di quella militare, costituiva una tappa obbligata della formazione del magistrato forestiero, le cui tecniche di eloquenza, ovvero il saper scrivere e parlare secondo un linguaggio codificato, divennero indispensabili per dirigere un governo mosso da finalità di mediazione politica. Con l’affermazione dei regimi podestarili la parola acquisì così, oltre al valore fondante del legame sociale, una funzione eminentemente politica come strumento di comunicazione volto a temperare i conflitti, a disciplinare la violenza e, più in generale, a persuadere un pubblico sempre più vasto, integrato in una complessa articolazione di consigli. Al giorno d’oggi la retorica serve solo a produrre vuote contrapposizioni (tra partito e partito, e all’interno dei singoli partiti). E tale retorica è impregnata di propaganda mistificante, anziché della semplice informazione attraverso la quale il cittadino responsabile è in grado di fare le proprie scelte.

Uno dei tratti più specifici e significativi della società urbana italiana fra XII e XIII secolo risiede in quella che gli studiosi hanno definito «civiltà comunale». Tuttavia, se lo sviluppo delle autonomie cittadine non interessò esclusivamente il regno d’Italia, ma toccò in misura variabile anche il Sud della penisola così come il resto dell’Europa occidentale, la cultura urbana «repubblicana» acquistò una dimensione del tutto peculiare solo nei Comuni dell’Italia centrosettentrionale.  In quest’universo cittadino, pur nella straordinaria varietà di situazioni locali, si deve infatti riconoscere la circolazione e la diffusione di modelli politico-culturali sostanzialmente analoghi, con la conseguente elaborazione di un sentimento identitario affine e di un’ideologia dai caratteri omogenei quanto originali.

La città dell’alto Medioevo possedeva già la consapevolezza di appartenere a una res publica concepita quale garanzia fondamentale della libertas dei suoi abitanti, mentre il vescovo, nella sua autorità al contempo spirituale e temporale, costituiva il principale referente identitario in molte realtà urbane dell’Italia protocomunale. Il Comune ereditò dalla civitas i principali tratti costitutivi dell’identità urbana, come i valori della libertà, del bene comune e della concordia ma con l’avvento del consolato l’idea preesistente di res publica divenne espressione peculiare di un organismo politico autonomo dall’autorità episcopale. Questo cambiamento accelerò senz’altro il processo di transizione da una temperie religiosa ed ecclesiastica tradizionale, in cui la cultura era appannaggio quasi esclusivo dei chierici, a una visione più «laica» dell’universo cittadino, legato a finalità civili anche attraverso le sue strutture politico-sociali. La nuova pregnanza dei laici nella società comunale, tuttavia, non deve essere interpretata in termini di «desacralizzazione» della dimensione religiosa, ma piuttosto come un mutamento sensibile degli equilibri esistenti tra divino e terreno. La pittura di Giotto o l’arte «gotica» possono essere considerate tra le testimonianze più eloquenti del nuovo rapporto di interazione fra le finalità secolari e la ricerca spirituale. Si pensi alle scene francescane della basilica di Assisi: i personaggi biblici sono qui rappresentati con tratti decisamente umani e in uno scenario architettonicamente reale, urbano, la cui profondità preludeva all’arte nuova della prospettiva. (2)

Concludendo: agli indipedentisti autoctoni non mancano solo progetti di una nuova architettura istituzionale da sottoporre al cosiddetto popolo sovrano. Mancano di una visione strategica. Come scriveva un giornalista americano: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta.» Quanto a me, mi si consenta si appellarmi a questa antica leggenda: un giorno c’era un enorme incendio boschivo. Tutti gli animali terrorizzati, atterriti, guardavano impotenti il disastro. Solo il piccolo colibrì era occupato, andava a prendere qualche goccia con il becco per gettarla sul fuoco. Dopo un po’, l’armadillo, infastidito da questa agitazione ridicola, gli disse: «Ruby! Non sei arrabbiato? Non è con queste gocce d’acqua si spegnerà il fuoco!» E il colibrì rispose «Lo so, ma sto facendo la mia parte».

* * *

NOTE:

(1)   si confronti F. Cardini, Gli intellettuali e la cultura, in Storia della società italiana, vol. VI: La società comunale e il policentrismo, Milano, 1986, pp. 349-386: p.353.

(2)   Franco Franceschi e Ilaria Taddei: Le città italiane nel Medioevo XII – XIV secolo – © 2012 by Società editrice il Mulino, Bologna.

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3 risposte a Indipendentismo, manca la classe politica all’altezza e la visione strategica

  1. Luigi ha detto:

    EH no: dissento da questa affermazione. Qui in Veneto c’è l’abbiamo la classe dirigente brava e valide. Caro Enzo, anche tu, come molti tuoi colleghi giornalisti non camminate tra la gente comune e non cercate le notizie vere, avete beccato la brutta malattia della “poltronite”. Avete perso la capacità di trovare le notizie. Il giornalismo non è commentare i fatti o le cose seduti davanti allo schermo della TV o de computer dove ARRIVANO le news. Voi siete i “cani de guardia del potere” ma contro il potere: alzate il culo e andate alla ricerca dei fatti veri !
    Con tutto il rispetto alle vostre persone, ma meno alla categoria professionale che, mi sembra, imbottita di “pennivendoli”. Saluti fratterni. WSM.

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    • AdminVivereVeneto ha detto:

      Ehhh…Luigi, anche se Enzo non ha bisogno di essere “difeso” , ti assicuro che conosce realmente il mondo che descrive…non vive in un altro mondo, semmai può sembrare perché Lui sa immaginare il futuro, forse la sua proiezione lo spinge ad andar oltre molte logiche comuni trite e ritrite. e’ Probabile che la sua libertà intellettuale lo porti ad esprimere argomenti a volte anche scomodi, però questo è parte della libertà di espressione e del confronto che dovremo e vorremo avere in futuro. Delle idee e delle opinioni di tutti vi sarà bisogno, non trovi ?

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  2. Europa Veneta ha detto:

    “Se poi i Sindaci, sedicenti indipendentisti, avessero coscienza della loro funzione e delle prerogative di autonomia che la Carta europea delle autonomie (e le conseguenti successive leggi) consentono loro, avremmo una diversa consapevolezza politica, e conseguenti azioni”.
    Questo è il cuore dell’intervento di Enzo Trentin, che con il suo solito profluvio di dotte citazioni letterarie vuol fare la figura della grande mente che si erge sulla folla scomposta di Veneti che reclamano l’indipendenza.
    Proviamo, per una volta, ad analizzare freddamente le affermazioni di Enzo Trentin.
    Trentin dice che gli indipendentisti sono “falsi indipendentisti” perché l’indipendenza non si può avere. Trentin dice che i Comuni e in particolare i sindaci che votano per la consultazione referendaria per l’indipendenza stanno prendendo in giro i cittadini, perché a loro interessa solo la carega e rastrellare denari per le loro amministrazioni, ricattando lo stato con la minaccia della secessione.
    Trentin dice che tutti i partiti che, bene o male, lottano per la causa veneta, sono in preda ad istinti compulsivi. Ma allora, ci si chiederà, dove vuol andare a parare questo Trentin ?
    Lo spiega la citazione sopra: per lui conta la nuova moda della democrazia diretta. Per Trentin non serve lo stato, non serve un buon governo, una classe dirigente all’altezza.
    No di certo, la panacea di ogni male per Trentin sarebbero gli istituti di democrazia diretta, ora in versione telematica: la politica fa schifo, il potere è cattivo, lo stato è cattivo, anzi va abolito, basta mettersi dietro ad una tastiera e i problemi si risolvono con un semplice click.
    È il giacobinismo di ritorno, il cosiddetto “movimento libertarian”, quella subcultura utopistica di matrice illuminista, che distrusse il nostro popolo sull’onda dell’invasione napoleonica degli anni 1796-97, con massacri, ruberie e violenze inaudite, ma che soprattutto sradicò la maestosa Civiltà Cattolica che la nostra Veneta Patria aveva coltivato per secoli, per impiantarvi al suo posto l’ideologia liberale, su base individualistica e materialista. Enzo Trentin è l’omologo pseudo-venetista di Beppe Grillo e Roberto Casaleggio.
    Infatti, Trentin nega che esista l’identità veneta, lui si sente italiano fino al midollo perché si riconosce nell’ateismo e nell’amoralità d’importazione francese che andò a formare l’“homo novus italicus”. Perché non lo dice chiaramente? È furbo, si è intrufolato nel movimento indipendentista per perorare il sistema di poteri forti che fa capo a Bruxelles: non per niente, la soluzione di Trentin è la Carta europea delle autonomie. Per inciso, sono reduce dalla trasmissione “Focus” condotta dal meritevole giornalista Bacialli (almeno una trasmissione dalla parte dei Veneti…), dove per una ora e mezza il rappresentante di “Indipendenza Veneta”, avv. Cantarutti, che infatti difendeva egregiamente il referendum per l’indipendenza, ha dovuto subire attacchi e provocazioni da parte di tale Loris Palmerini, che contrastava il referendum citando a suo favore che cosa? La Carta europea delle autonomie. Sorge spontanea una domanda: non è che delle volte il potere si difende mandando avanti qualcuno a provocare, confondere le idee alla gente, a seminare il disordine?

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