Giuliano Amato alla Consulta, brutte notizie per gli indipendentisti

di ENZO TRENTIN su L’Indipendenza

Per coloro che perseguono la cosiddetta via legale per la creazione di un nuovo Stato indipendente, la recentissima nomina di Giuliano Amato a giudice costituzionale, non è una buona notizia. È impossibile credere che Re Giorgio non conosca i sentimenti indipendentisti dei vari popoli della penisola. Coerente, quindi, che sposti le sue pedine sulla scacchiera del potere, ed Amato alias il dottor sottile, rappresenta una sicurezza per coloro che vogliono mantenere il potere in Italia.

Giuliano Amato più che aderente alla partitocrazia è sempre stato uno strumento duttile per il potere. Lui se n’è sempre infischiato della nomea di disinvolto (usiamo un eufemismo, s’intende) anche quando nottetempo nell’estate del 1992, sfilò con retroattività  un prelievo del 6 per mille sui depositi bancari deliberato dal suo governo per salvare (disse lui) la Lira. «[…] feci approvare la misura com’era», ricostruisce più di recente Amato. E conclude: «Non me ne sono mai pentito». Tsz!

Una domanda retorica alla quale abbiamo già risposto è questa: «Esiste giustizia al di fuori del potere? No! Il potere esercita la propria giustizia.» Né è sperabile ci sia da qualche parte, a livello internazionale, un giudice terzo. Altri ci hanno già provato, ed indipendentemente dall’essere d’accordo con i promotori dell’iniziativa e la questione da loro sollevata, rimane il fatto incontestabile che nel collegio giudicante della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo c’era un italiano. Quindi la terzietà di quel giudizio internazionale è credibile?

Un’altra domanda non sembra oziosa per meglio inquadrare la “mossa del colle”. Se la Costituzione più bella del mondo non risultasse un documento “interpretabile”, che necessità ci sarebbe di una Corte costituzionale, dopo che l’articolo 1, Comma 2, del documento sancisce: «La sovranità appartiene al popolo…». Non sarebbe lo stesso popolo “sovrano”, accettando e rifiutando le leggi ad esercitare il corretto funzionamento democratico? Delle polemiche sulla Corte costituzionale – del resto – fu intrisa la prima legislatura, tanto che un autore ebbe a scrivere: «Né i dubbi e le incertezze, a parere di questo studioso, erano propri dei soli esponenti politici, ma riguardavano anche i giuristi: “se si analizza il dibattito scientifico in tema di giustizia costituzionale negli anni che vanno dal 1948 al 1953, non si può dire che esso abbia saputo fornire al legislatore repubblicano un ausilio che brillasse per univocità e compattezza: uno sguardo d’insieme sui contributi dedicati all’argomento restituisce l’immagine di una dottrina non meno scettica e non meno problematica dei parlamentari che stavano attendendo alla legge n. 87/1953 e alla legge costituzionale 1/1953”» (1) Ed ancora: «Per realizzare al più presto la Corte costituzionale, evitando di dover utilizzare il più lento procedimento di cui all’art. 138 della Costituzione si è certamente data una lettura alquanto “ardita” al rapporto fra i poteri dell’Assemblea costituente in regime di prorogatio ed il potere “costituito” di revisione ed integrazione costituzionale». (2)

Di più: nell’Italia centro-settentrionale nacque la civiltà comunale. Quella che con i propri autonomi Statuti si opponeva all’impero. In essa c’era un maggior grado di democrazia; e qui è bene non fraintendere, perché bisogna contestualizzare. Al di fuori dei liberi Comuni, chi dominava era l’impero e la chiesa che non erano certo istituzioni democratiche. Quel sistema non ebbe teorici o ideologi o filosofi che lo ipotizzassero a priori. Non se ne conosce uno. Questi vennero dopo, nel 1300 a cose fatte (i Comuni esistevano già tra il 1000 e il 1100). E questi teorici si chiamavano Marsilio da Padova e Bartolo da Sassoferrato che teorizzarono la “sovranità popolare”, una cosa assolutamente rivoluzionaria (perché la sovranità per definizione fino a quel momento atteneva al sovrano), ma ciò a rivoluzione fatta, e fatta dal popolo, un popolo senza capi, predicatori, apostoli, martiri o partiti. «Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi», scriveva Beltold Brecht!

In particolare Bartolo da Sassoferrato fu il giurista probabilmente più insigne del medioevo, nato appunto nella cittadina vicina ad Ancona e vissuto nel XIV secolo, professore all’Università di Pisa ed in Polonia, ma apprezzato enormemente in tutta l’Europa. Eccelse per profondità di pensiero e acume giuridico, per forza di sintesi, per l’equilibrio eccezionale. Raggiunse, ancora in vita, fama altissima, anche fuori d’Italia. Dopo la sua morte furono istituite cattedre per illustrare le sue opere accanto alla glossa accursiana, e da lui prese il nome tutta una corrente  del diritto europeo. La venerazione delle successive generazioni di studenti del diritto è dimostrata dall’adagio: nemo bonus íurista nisi sit bartolista, non può essere un buon giurista chi non sia un bartolista (cioè un seguace di Bartolo). Lasciò commenti a ogni parte del Corpus iuris civilis (in sostanza, le sue lezioni) e molte brevi opere minori: trattati (a lui attribuiti 55, ma molti spurî), quaestiones, pareri legali, in ogni ramo del diritto. Particolarmente celebri rimasero le teoriche di Bartolo sugli statuti e sui loro conflitti, sulle enfiteusi temporanee dei beni ecclesiastici, sull’obbligatorietà dei patti nudi in materia commerciale, sui marchi di fabbrica, sull’actio spolii, sull’esecuzione parata degli strumenti guarentigiati. Nel campo del diritto pubblico, alcuni dei suoi trattati (De represaliis, De Guelphis et Gebellinis, De tyrannia, De regimine civitatis, ecc.) trovarono sviluppo nel pensiero politico del Rinascimento. Le edizioni complete delle sue opere sono non meno di 55 tra il 1504 e il 1846.

Ebbene, questo personaggio così autorevole e ampiamente riconosciuto cosa ebbe – tra l’altro – a scrivere (andiamo a memoria): «Ogni volta che mi si propone un problema giuridico, prima sento quale deve essere la soluzione, poi cerco le ragioni tecniche per sostenerla.» E se questo era vero per un simile luminare, figurarsi per il magistrato qualunque. Dunque aspettarsi dal giudice un giudizio asettico, pressoché meccanico, come una macchina in cui si infila il fatto e viene sputata fuori la sentenza, è del tutto fuori luogo. Il diritto cerca di mettere ordine e razionalità nelle vicende, tipizzandole in quadri astratti, ma poi in concreto quel diritto viene maneggiato da un essere umano, con la sua cultura (o incultura), la sua affettività, i suoi principi e, perché no? i suoi pregiudizi. Si spiega così che la parola “sentenza” si ricolleghi a “sentire”, cioè alla stessa radice di “sentimento”, non a “sapere”. Non si spiega, dunque, in altro modo la mossa di Giorgio Napolitano. Infatti, che sentenze potrà mai emettere il giudice costituzionale Giuliano Amato? Quali concrete speranze hanno i partitanti sedicenti indipendentisti nel percorrere la loro via legale all’indipendenza? Per questo è ora di distinguere i secessionisti dagli indipendentisti. Sembrano sinonimi, ma non lo sono. Di questo, comunque, tratteremo in futuro.

* * *

NOTE:

(1) Giovanni Bisogni, Le leggi istitutive della Corte costituzionale, in La prima legislatura repubblicana. Continuità e discontinuità nell’azione delle istituzioni, a cura di Ugo De Siervo, Sandro Guerrieri, Antonio Varsori, Carocci 2004, vol. I, pag. 71 ss.

(2) Così si esprime in proposito la relazione governativa di accompagnamento del d.d.l.: “Non occorre rilevare l’urgenza e la necessità che la legge costituzionale così prevista sia emanata dall’Assemblea costituente, a ciò autorizzata anche dal numero XVII delle disposizioni transitorie finali. È chiaro che, se l’emanazione della legge costituzionale fosse rimandata alle due future Camere legislative, occorrerebbe almeno un anno di tempo prima che la Corte costituzionale potesse entrare in funzione”. Per una esplicita critica sul piano della costituzionalità dell’attribuzione alla Costituente del potere di integrazione costituzionale in questa materia, cfr. Carlo Lavagna, Atti ed eventi costituzionali in Italia dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1950, Riv. trim. dir. pubbl. 1951, pag. 431 ss.

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