Nulla distrugge lo spirito come ci riesce la povertà!

di ENZO TRENTIN su L’Indipendenza

Andrea, un ragazzo autistico, ha scritto: «Sono un uomo imprigionato in pensieri di libertà.». Veneti, lombardi, alto-atesini, toscani, sardi, siciliani ed altri ancora nutrono gli stessi aneliti di libertà nei confronti dell’inefficiente e depauperatore Stato italiano. Esiste però quella che noi vorremmo definire, per semplicità, la sindrome del gregario.Gregario è un sinonimo che trae la sua origine dal latino gregarius: «del gregge, che fa parte del gregge». Con Machiavelli per estensione è usato anche riferito a chi fa parte di un partito, di una organizzazione o una istituzione qualsiasi senza un grado e senza alcuna funzione direttiva. La stessa definizione con riferimento alle persone può significare tendenza o facilità ad adattarsi senza resistenza alle imposizioni della vita sociale o a seguire passivamente le direttive impartite dall’alto, a sottomettersi acriticamente agli ordini di un capo. Gli italiani, purtroppo, sono gregari di una partitocrazia immonda, nauseabonda, ripugnante.

Roberto Tumbarello nel suo libro «SI SALVI CHI PUÒ» ci da’ anche un’altra immagine del gregario: Il gregario non contraddice mai il leader e lo asseconda in qualsiasi input o richiesta, annullando sempre la propria volontà e personalità pur apparendo talvolta persino ridicolo nell’orgoglio di immolare la propria dignità per la gloria del leader. Proprio per l’esigenza di essere gratificato da una continua adulazione, il leader, dal canto suo, ha bisogno della presenza contigua e assidua del gregario, la cui dote principale – dovuta spesso a una particolare intelligenza e anche a una grande sensibilità – è la percezione del pensiero del leader, che, quindi, trova sempre conferma della propria superiorità nella compiacenza del gregario. Quando il leader – che è più forte e forse anche più furbo, ma non sempre più intelligente – gli chiede un parere, il gregario gli dà sempre quello che coincide col suo pensiero, non col proprio, perché la contraddizione potrebbe infastidire il leader. Il gregario glielo legge nella mente, non è la sua opinione, né, tanto meno, quella obiettivamente giusta. È proprio ciò che molto spesso il leader vuole sentirsi dire, essendo per lui la lusinga più preziosa della verità. In realtà, si tratta di due categorie patologicamente interdipendenti perché, per sopravvivere, ognuna ha bisogno dell’altra.

La società non si divide solo in individui capaci e altri mediocri. Le due grandi categorie umane – forse meno evidenti, ma più nette – sono i leader e i gregari. Non sempre si distinguono tra loro perché la differenza, che non è sostanziale ma comportamentale, si evidenzia solo in presenza dell’ambizione (che di per sé non è un elemento negativo). Il gregario è geniale e valoroso quanto e spesso più del leader. E può avere altrettanta personalità, anche se non sente il bisogno di esibirla, perché il più delle volte è soddisfatto della propria condizione. Chi non è alla ricerca di affermazione patologica – cioè non è affetto dalla necessità di conseguire potere o denaro, notorietà o successo – vive allo stesso modo sia da leader che da gregario e può essere ugualmente positivo, intelligente e realizzato, quindi, gratificato.

Un esempio soddisfacente di gregario lo si riscontra nell’aviazione militare dove il gregario è il pilota meno esperto che ne supporta un altro più capace in missione. C’è sempre un capo-pilota e un secondo pilota che lo segue e lo affianca. Questo secondo pilota è il gregario che ha come compito principale il coprire le spalle al capo-pilota. Da tale pratica nasce l’esperienza per fare del gregario di oggi il capo-pilota di domani.

In una repubblica degna di questo nome, la democrazia, l’autogoverno locale, la volontà che sale dal basso, i governanti controllati dai governati (quindi i cittadini, comunque abbiano votato, tutti all’opposizione rispetto al governo), il governo forte coi forti e debole coi deboli, il governo dei molti (o di tutti: quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet, ossia ciò che riguarda tutti da tutti deve essere approvato. Regola su cui si fondava la civiltà comunale.) e quindi l’ottimismo verso la capacità del popolo di autogovernarsi, esula completamente dal concetto di gregario cui da troppo tempo è votato il popolo che abita lo stivale.

A quanto sopra è ancora necessario rilevare che vi sono leggi sociologiche che si manifestano in ogni organismo collettivo in cui avvengono discussioni e decisioni, non esclusi i Parlamenti. Secondo queste leggi, il lavoro di gruppo spesso mortifica il genio personale di ciascuno, che viene in qualche modo limitato e “corroso” dalla pressione degli altri. Ciò fa sì che spesso le persone più competenti finiscano per essere scavalcate da quelle meno equipaggiate. Ma, proprio per questo, più pronte a sputare sentenze senza sufficiente preparazione. Queste ultime, poi, generalmente sono meno impegnate in attività e responsabilità professionali e sociali, o, se lo sono, ne sentono meno il richiamo, mentre si inebriano facilmente della gloriosa responsabilità di sedere in Parlamento e di discutere per il bene del popolo. Mentre dunque i più responsabili stanno molto spesso sulle spine per timore di venir meno ai propri doveri professionali, gli altri non hanno affatto questo scrupolo e si gettano a tempo pieno nel dibattito, sciorinando tutta la propria abilità dialettica, anche a scapito del rigore nell’informazione e nell’argomentazione. Avviene allora facilmente che, per una logica interna al gruppo, i primi o si intimidiscono, sentendosi impreparati perché non hanno la sfacciataggine di parlare con autorità di cose che non hanno potuto approfondire – come invece fanno gli altri – ovvero si seccano e si allontanano sdegnati, senza considerare che, così facendo, lasciano campo libero agli altri. Già a fine Ottocento il grande esploratore dell’Africa Henry Stanley, eletto al parlamento inglese, osservava che, per quanto riguarda le colonie africane, prevaleva sempre il parere di chi in Africa non aveva mai messo piede.

Poiché nulla distrugge lo spirito come la povertà, e nella povertà siamo già parzialmente immersi, avendo prospettive a breve ancora più drastiche vista la deindustrializzazione in corso, auspichiamo che all’incontro organizzato dalla LIFE [vedasi qui] per sabato 12 ottobre, ci sia una presa di responsabilità collettiva, finalizzata alla individuazione e costituzione di un Comitato di pianificazione strategica che individui, di volta in volta, l’opportunità di attivare le azioni: a) più adeguate ai fini da raggiungere; b) alle risorse umane disponibili; c) alle singole circostanze. Infatti, sono ben 198 le tecniche di azione nonviolenta, classificate in tre categorie principali: protesta e persuasione, non collaborazione e intervento. l metodi di protesta e persuasione nonviolenta sono in gran parte dimostrazioni simboliche, come sfilate, marce e veglie (54 in tutto). La non collaborazione si divide in tre sotto categorie: (a) non collaborazione sociale (16 metodi), (b) non collaborazione economica, compreso il boicottaggio (26 metodi) e gli scioperi (23 metodi), e (c) non collaborazione politica (38 metodi). Le forme di intervento nonviolento attraverso mezzi psicologici, fisici, sociali, economici o politici, come l’occupazione rapida e nonviolenta e il governo parallelo (41 metodi), costituiscono il gruppo finale.

La nozione di base è semplice: se un numero sufficiente di subordinati si rifiuta di collaborare abbastanza a lungo e nonostante la repressione, il sistema oppressivo si indebolirà fino al collasso. Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.

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