Indipendenza: per la salvaguardia della cultura veneta!

 di ENZO TRENTIN su L’Indipendente

QuebecIl bisogno di salvaguardare una cultura può di per se stesso essere una giustificazione alla secessione. Il Quebec può servire da esempio. L’accordo di Meech Lake, come è  noto, contiene una clausola speciale che riconosce il Canada francese come una «società distinta». Una delle ragioni dell’inclusione di questa clausola fu che essa era necessaria per preservare la cultura franco-canadese. La sua vera forza risiede nell’idea che gli appartenenti a una cultura, quando credono che essa sia minacciata di disintegrazione, sentono messa in pericolo la loro stessa identità e pensano che, perdendo la propria cultura, perderanno in un certo modo anche se stessi, o una parte significativa del loro essere a cui attribuiscono un grande valore.

Per valutare questa giustificazione alla secessione sono necessarie alcune riflessioni. Il valore fondamentale della cultura è caratterizzato in modo appropriato come valore di appartenenza culturale. In altre parole, una cultura ha valore, in primo luogo e soprattutto, per i contributi che sa dare alla vita degli individui che appartengono a tale cultura. Naturalmente il valore di una cultura sarà maggiore se arricchisce anche la vita di coloro che non vi partecipano direttamente, ma che hanno contatti con essa.

Il punto cruciale è che, qualunque sia il valore di una cultura, questo deve essere riferibile agli individui. Dire che una cultura è buona in virtù dei contributi che fornisce al vivere degli individui non significa ritenere che il bene di questi individui sia egoistico o debba essere puramente centrato sugli individui stessi, né tanto meno che l’appartenenza a una cultura sia per loro solo un bene strumentale. La cultura non solo rende preminente una gamma limitata e accessibile di finalità alternative, salvando l’individuo dalla paralisi che deriva da infinite possibilità di scelta, ma lo fa anche in modo tale da fornire a certe opzioni significati che permettono all’individuo di identificarsi con essi e di esserne motivato.

L’appartenenza culturale è importante anche perché, almeno per molti individui, la partecipazione a una comunità è di per sé un ingrediente fondamentale del contenuto di una vita buona, e non semplicemente della sua forma. La partecipazione a una comunità, per molte persone, è un bene fondamentale e non soltanto una condizione per il conseguimento di altri beni o di mezzi per acquisirli. In molti casi la comunità che è più importante nella vita di un individuo è quella culturale oltreché politica, professionale ed estetica.

Nel proporre l’argomentazione che stiamo analizzando dobbiamo andare più in là della semplice dichiarazione che l’appartenenza culturale, e di conseguenza la salvaguardia di una cultura, è un bene. È necessario dimostrare che vi è un diritto alla preservazione della cultura, e che sulla base di tale diritto la secessione può essere giustificata. Il fondamento di questo diritto è il bene che l’appartenenza culturale arreca agli individui. Beninteso ciò non significa che tale cultura sia immutabile; anzi.

Ora faremmo un torto a noi stessi ed ai nostri lettori se cominciassimo ad elencare i vantaggi che la cultura repubblicana della Serenissima ha apportato alle popolazioni che ad essa si sono “dedicate”. I circa 1.100 anni di storia della Repubblica di San Marco sono sufficiente testimonianza di saggio buon governo, più che di bieco colonialismo o espansione guerrafondaia. Infatti, l’estensione di Venezia sulla terraferma fu accompagnata dalla concessione di particolari statuti e autonomie ai nuovi territori, che garantivano il mantenimento di gran parte degli istituti e delle leggi pre-esistenti, in cambio dell’atto di omaggio alla Repubblica, del pagamento di regalie e dell’accettazione di governatori inviati dal Maggior Consiglio. Più interessante può apparire, invece, l’esame sulla “cultura democratica” che ci ha offerto la Repubblica italiana. 

La sovranità popolare, la libera volontà del popolo, è il cuore ed il principio fondante della democrazia. Per conseguenza il broglio elettorale è un delitto capitale e distruttivo della democrazia perché costituisce in sostanza il tradimento della fonte primaria di legittimazione della stessa democrazia. Solo il popolo è il giudice supremo in democrazia. Ma, lo abbiamo più volte riscontrato, il dettato dell’articolo 1, Comma 2, della Costituzione italiana è solo un abbellimento, un bronzolo, un ornamento, essendo i successivi articoli talmente ambigui da vanificarlo. Arturo Carlo Jemolo nel 1978 (in occasione delle celebrazioni per il trentennale) ribadendo le opinioni negative già espresse decenni prima soggiungeva che la nostra Carta costituzionale è «troppo enfatica e troppo ottimistica», con «troppe promesse vaghe ed alcune non mantenibili» e con troppi rinvii alle leggi ordinarie proprio sui punti scabrosi. Ed ancora: «Questa verbosità della Costituzione, questo frequente ricorso a formule vaghe riverberano su tutta la Carta una nota di indeterminatezza, di pressappochismo che non giova […] nulla ha di giuridico»

Vorremmo dire di più. Quando il rispetto sostanziale del mandato popolare viene manipolato o con lo stravolgimento della verità fattuale e testimoniale o in maniera furba e pilatesca mediante una presa d’atto che non esamina e nasconde e distrugge le prove ed i ricorsi contrari per avallare la verità e la prevalenza ideologica decisa a tavolino, cadiamo allora proprio in quel pervertimento mortale della democrazia che è il broglio. E che la Repubblica italiana sia nata dal broglio ce lo dice Massimo Caprara, segretario personale di Palmiro Togliatti che ha ricordato, in un noto articolo (M. Caprara, L’ombra di Togliatti sulla nascita della Repubblica. Le pressioni del Guardasigilli sulla Corte di Cassazione, in «Nuova Storia contemporanea», novembre-dicembre 2002, n. 6, p. 135), come Togliatti Ministro di Grazia e Giustizia, coadiuvato da Marcella Ferrara [nel 1947 alto funzionario del PCI e madre del giornalista Giuliano Ferrara] determinò alcune singolarità:

1 – Furono esclusi dal voto coloro che, come i prigionieri di guerra, si trovavano ancora all’estero, gli internati e gli “epurati”, prima della chiusura, un anno prima, nell’aprile 1945, delle liste elettorali. In questo modo non furono ammessi al voto, secondo un computo dell’Istituto Centrale di Statistica, 1.516.043 persone che, era ben noto, in maggioranza erano filo monarchici.

2 – Furono esclusi dal voto gli abitanti – circa 1,6 milioni di persone – delle province orientali (e di Bolzano), che, soprattutto nel Friuli Venezia Giulia a Trieste e nell’Istria: si poteva con qualche ragione temere si sarebbero aggrappati alla Monarchia per il timore di non essere restituiti alla sovranità italiana.

3 – Nelle zone controllate dai partigiani comunisti con un clima di violenza, fu reso ben chiaro al popolo “sovrano” quale era il responso che da esso si attendeva. La locuzione Triangolo della morte (o Triangolo rosso), di origine giornalistica, indica un’area del nord Italia ove alla fine della seconda guerra mondiale, tra il settembre del 1943 e il 1949, si registrò un numero particolarmente elevato di uccisioni a sfondo politico, attribuite a partigiani e a militanti di formazioni di matrice comunista.

4 – Poi per maggiore prudenza, il Ministro della Giustizia (Tsz!) Togliatti inserì illegalmente circa 200 funzionari fedeli al suo partito per la revisione del voto di 35.000 verbali circoscrizionali e sezionali (vedi Lucio Lami, Il Re di maggio, Ares, 2002, p. 292.). Scriverà Caprara confermando i brogli: «dico solo questo: avevamo fatto stampare più schede del numero dei chiamati alle urne. In caso di necessità…». In effetti furono fatte stampare 40 milioni di schede per il referendum, a fronte di un numero di aventi diritto al voto che, secondo l’Istituto centrale di statistica, dovevano essere circa 23 milioni (11.700.000 donne, 11.300.000 uomini). Viceversa risultarono scrutinate quasi 25 milioni di schede e questo nonostante che quasi 2,5/3 milioni di italiani fossero stati esclusi dal voto.

5 – Impressionanti le incongruenze. Il pomeriggio del 5 giugno, infatti, il Ministro degli Interni  Giuseppe Romita (del PSIUP, il partito più intransigentemente anti-monarchico) aveva dato solo le cifre dei voti a favore della Repubblica e della Monarchia, non quello delle schede bianche e nulle. Viceversa la legge prevedeva che per determinare la vittoria occorreva ottenere la maggioranza dei votanti e quindi andavano contate anche le schede bianche e nulle. In seguito fu comunicato che le schede bianche o nulle erano state 1.498.136, cifra in seguito portata a 1.509.735. In altri termini lo scarto favorevole nei dati ufficiali si riduceva moltissimo e dava ampio spazio alla possibilità che i numerosi ricorsi presentati dai monarchici potessero trovare riscontri ufficiali ed, in prospettiva, accoglienza.

6 – Ultimo ma non ultimo: la preparazione era iniziata già almeno due anni prima del referendum, con l’abbondante finanziamento e sostegno in vari modi da parte degli americani e dei sovietici alle formazioni politiche e partigiane repubblicane in un momento in cui su tutti pesava un’acuta scarsità di mezzi.

Dopo questi soli accenni, per non farla tanto lunga, la Repubblica italiana non ha certo da salvaguardare una cultura democratica. Oggi viviamo sotto un regime che somiglia più ad una “Dicta Balda”, come direbbero i sudamericani che di queste cose se ne intendono. La cosiddetta “Casta” non ha nulla di culturale da proporre o preservare. Ancor oggi a distanza di circa sessantacinque anni da quegli avvenimenti subiamo i governi Monti e Letta “ispirati” da Giorgio Napolitano, oggi Presidente della Repubblica, “suo malgrado”. A quel tempo proveniva dai GUF (Gruppi Universitari Fascisti), ed anche allora “suo malgrado”, giovanissimo segretario, nel giugno del 1946, della Federazione del Partito Comunista di Caserta, per volere Giorgio Amendola, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 1° ministero De Gasperi e fedelissimo di Palmiro Togliatti, il fidato funzionario voluto da Stalin a capo del PCI. Ancor oggi poi godiamo dei “nipotini” di Iosif Vissarionovič Džugašvili i: D’Alema, Bersani, Veltroni, Violante, Burlando, Fassino & Co.

Nel libro «L’oro di Mosca» di Valerio Riva, apparso nel 1993 presso Baldini e Castoldi, Gianni Cervetti racconta di essere stato per un certo periodo il procuratore del PCI, incaricato di bussare ogni anno alla porta dell’ufficio di un omino magro, taciturno, con la testa pelata e la vivacità espressiva di un busto di marmo (la descrizione è di Sergio Romano ex ambasciatore a Mosca) che si chiamava Boris Ponomariov. Cervetti gli rappresentava le esigenze del PCI e, dopo qualche considerazione sull’entità della cifra, incassava un assegno in dollari. La pratica durò sino alla fine degli anni Settanta quando Enrico Berlinguer, allora segretario del partito, decise di mettervi fine. Vi sarebbero stati altri contributi del Pcus (Partito comunista dell’Unione Sovietica) negli anni successivi, ma destinati al «membro della direzione del Partito comunista italiano, il compagno Armando Cossutta» e sarebbero serviti ad ammonire il PCI che la definitiva rottura con Mosca avrebbe comportato un rischio di scissione. Lo scandalo non fu la venalità del PCI, ma il fatto che esso accettasse denaro da una potenza straniera, potenzialmente nemica del nostro Paese, contro la quale governo e Parlamento avevano contratto gli impegni politici e militari della NATO.

Tragicamente i membri di una cultura in estinzione, come quella “democratica” italiana, non sempre desiderano abbandonarla e giurare fedeltà a un nuovo modo di vivere, anche quando ve ne è uno a disposizione. Per questo è necessario che i Veneti si riapproprino dell’indipendenza: per riappropriarsi della propria cultura di governo, che non ha nulla da condividere con quella degli italiani sopra descritti. Infatti, la cultura “democratica” italiana non è in grado di fornire in misura soddisfacente quei beni che danno valore all’appartenenza culturale e la cui mancata preservazione fornisce il fondamento di una secessione o di altre forme di autonomia politica. Per questo l’appartenenza a una comunità culturale può essere di vitale importanza per l’individuo perché gli fornisce un significativo contesto per le sue scelte.

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