URGE IL DIBATTITO SULL’INDIPENDENTISMO NELLA SINISTRA VENETA

di Giovanni Dalla-Valle

Un numero notevole di partiti e movimenti indipendentisti in Europa è di sinistra. In Scozia si va dallo Scottish National Party che è social-democratico e guarda al modello delle social-democrazie Scandinave a un’ampia costellazione di movimenti e partitini socialisti, alcuni “persino” marxisti. In Catalogna è di sinistra la ERC (Sinistra Repubblicana Catalana), il maggiore partito secessionista. Nei Paesi Baschi, l’indipendentismo è stato addirittura di estrema sinistra per decenni, con note sigle e associazioni terroriste, oggi per fortuna più moderate e meno violente. Questo per fare solo degli esempi. In Italia invece si registra la Sinistra più unionista dell’intera Europa. Eppure è strano. Per almeno tre motivi.

Primo:

multiethnicalscotlandL’indipendentismo degli ultimi anni ruota attorno al concetto di “localismo”, una rivisitazione dei principi federalisti e liberal-democratici classici dell’ottocento (Toqueville, Cattaneo ecc. ) in chiave moderna e anti-jacobina che in sostanza vuole ridare più potere decisionale in amministrazione pubblica, economia, impresa, servizi sociali alla gente che vive precisamente in quel posto e non allo Stato astratto in senso jacobino. Il localismo moderno di una Scozia non ha nulla di xenofobo anzi premia moltissimo immigrati che sono ben integrati e rendono prospera la società a prescindere da razza e persino religione (lo SNP è pieno di soci e persino deputati che sono immigrati di prima o seconda generazione).

Localismo in Ungheria significa uscire dai vincoli del FMI e svincolandosi dalla UE con i suoi dettami orwelliani e politicamente corretti, in un paese dove la maggioranza della comunità è fortemente Cristiana e tradizionalista (leggere nuova Costituzione Ungherese in vigore dal 1 gennaio 2012).

Anche in Islanda il Localismo significa sganciarsi dai vincoli del FMI e rifiutare di pagare i debiti contratti a causa delle speculazioni bancarie e al tempo spesso promuovere libertà civili e di orientamento sessuale che da anni sono la bandiera di quella Nazione, quasi l’opposto dell’Ungheria in temi sociali ed etici (vedi nuova Costituzione Islandese approvata il 20 novembre del 2012, redatta tra l’altro su base online nel 2010).

Perché questo è in soldoni il localismo: riflettere a livello amministrativo politico, sociale ed etico  il reale potere decisionale della gente che vive in quel posto, cioè il Popolo di quell’area, che ovviamente può avere cultura e tradizioni ben diverse da altri Popoli.

Come fa una cosa del genere a non essere di sinistra?

Secondo:

La sinistra di oggi dice spesso dice di vuol essere liberale ma in realtà finisce spesso con l’essere liberista. Badate bene che le due cose sono in antitesi come il diavolo e l’acqua santa. Liberalesimo significa “liberare” la potenzialità di rappresentatività politica per i soggetti che contribuiscono di più allo sviluppo di una Nazione.

Nell’ottocento erano le masse borghesi, a fine novecento lo sono diventate le ex-masse operaie (per lo meno in Occidente) sempre più impiegate in imprese e servizi per conto loro (per esempio in Italia le famose cooperative rosse in Emilia e Toscana o le piccole imprese a conduzione familiare nel Nord-est).

L’ esagerazione del liberalesimo, il liberismo (Milton Friedman, amministrazione Reagan, Thatcher ecc.), porta invece alla deregolazione totale in favore del libero mercato con la creazione di un’umanità di “consumatori” alla totale mercede di banche, istituti di credito, minoranze di tecnocrati finanziari tipo Goldman-Sachs ecc.

Una “barbarie” che era stata prevista persino da grandi menti rivoluzionarie di sinistra come Rosa Luxemburg a fine ottocento (La Rivoluzione Russa: un apprezzamento critico; Berlino, 1920, di cui raccomando particolarmente il capitolo 6)  e poi ben profetizzata nei romanzi di George Orwell negli anni ’40 (1984, più o meno l’anno del titolo coincide con l’inizio della seconda fase liberista in Occidente).

Il liberismo NON vuole che la gente pensi da sola e compri magari solo quello di cui necessita e nulla più (così risparmierebbe e il mercato ne soffrirebbe). Vuole condizionarla completamente nel pensiero e nella parola per farla vivere tutta la vita come “consumatore” anziché proprietario o almeno controllore della propria ricchezza. Vuole standardizzarla, silenziarla, costringerla a far più debiti possibili e quindi  poter “vendere” a tutti i segmenti di mercato.

Come fa la sinistra a essere liberista? Rosa Luxemburg non si rivolterebbe nella tomba?

Oggi, io credo, RosaLuxemburgnon esiste ideologia nuova più candidata ad essere l’erede del socialismo del moderno localismo economico e sociale, che cozza appunto proprio contro liberismo, i poteri forti e insomma i “padroni del vapore” di oggi: banche e istituti di credito. Lo stesso Alex Salmond al congresso annuale dello SNP di Perth lo scorso 19 ottobre li ha definiti i padroni del Monopoli.

Come fa la Sinistra italiana a non capirlo? L’esperimento della Conversazione Nazionale in Scozia recentemente introdotto da Plebiscito 2013 e anche da Vivere Veneto è il più grande esempio di consultazione popolare sui temi cari ai cittadini (lavoro, pensioni, scuola, impresa, immigrazione ecc.) mai realizzato in Europa.

Si basa sull’associazionismo civile, una cosa che era stata prospettata da una mente sicuramente finissima come quella che fu di Antonio Gramsci, a prescindere dalla sua fede comunista. E Gramsci scriveva in una società condizionata dal totalitarismo politico e militare esattamente come quella di oggi è condizionata dal totalitarismo economico.  Come fa la sinistra italiana a non capire quello che sta succedendo con il ‘localismo’ che si propone oggi in tante realtà Europee e nel resto del mondo ? Rimettere il destino di un popolo nelle sue mani e toglierlo da quelle di una minoranza di despoti finanziari: è tanto difficile il concetto?

Terzo:

Paradossalmente l’anima “localista” della Sinistra Italiana si rivelò con  la revisione dell’articolo 117 della Costituzione Italiana per dare via a una Repubblica Federale passata per via referendaria con il 64,2 % di voti il 7 ottobre del 2001.

Quel poco di federalismo che esiste oggi in Italia è dovuto proprio all’azione dell’Ulivo poco prima della fine della XIII legislatura nel 2001. Altroché Lega. Quello fu l’unico tentativo di federalismo attuato dalla nascita dell’Italia. Chi lo affossò poi? Pare Bossi mi dicono alcuni amici di sinistra e poi Fini affossò la riforma federalista della Lega presentata dopo con il referendum del giugno del 2006.

Massimo Cacciari, a mio parere la mente più brillante della Sinistra Veneta degli ultimi vent’anni (fu l’unico a non unirsi al coro dei demonizzatori dei Serenessimi Cacciariche occuparono il campanile il 9 maggio del 1997, rifiutandosi di chiamarli terroristi ma invece invocò indulgenza e riflessione sul malessere dei Veneti) si batte ancora oggi ogni giorno per il progetto federalista. Se Cacciari fosse stato ascoltato (specie a Sinistra) e magari supportato dalla Lega oggi avremmo una devolution realizzata a tutti gli effetti. Ricordo che l’attuale successo economico della Scozia e la sua spinta indipendentista verso il referendum del 2014 sono basati su una devolution a tutti gli effetti passata proprio con lo Scotland Act 1998 che seguì il successo dei SI’ nel referendum del 1997 (vinto con il 74% di SI’). E chi aveva messo quel referendum ai primi posti del suo programma elettorale nel 1997? Tony Blair: un laburista, cioè un socialista!

Ma allora? Siamo sicuri che federalismo e forse persino indipendentismo dei Popoli in un mondo sempre più schiavo di plutocrati e banchieri non siano cose di sinistra? Ditemelo voi!

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10 risposte a URGE IL DIBATTITO SULL’INDIPENDENTISMO NELLA SINISTRA VENETA

  1. Enzo Trentin ha detto:

    Che la cosiddetta sinistra italiana sia assolutamente impresentabile (nessuno escluso, Massimo Cacciari compreso), è una constatazione che non merita alcun approfondimento.

    Che gli studi sul federalismo siano stati approfonditi prevalentemente da persone che si rifacevano alla cosiddetta sinistra, è anche questo un dato constatabile. Tuttavia, affermare che i federalisti che hanno fondato gli USA siano stati di sinistra, è alquanto azzardato. Semmai erano massoni. Lo stesso dicasi per il federalismo svizzero: difficile annoverarlo nel pensiero della cosiddetta sinistra.

    Anche Altiero Spinelli trae origne politica nel PCI. È sovente citato come padre fondatore dell’Europa per la sua influenza sull’integrazione europea post-bellica. Durante il soggiorno forzato sull’isola di Ventotene (1939-1943), nel giugno 1941, Spinelli, aiutato da Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann (che poi diventerà sua moglie) scrisse il documento base del futuro federalismo europeo, il Manifesto per un’Europa Libera e Unita, meglio conosciuto come “Manifesto di Ventotene” (ancor oggi assai seducente). La stesura del “Manifesto” le sue successive versioni e la sua diffusione sono avvolte nella leggenda. Non è stata rintracciata nessuna delle versioni dattiloscritte o ciclostilate del documento, che circolavano tra il 1941 e il 1943. Così le testimonianze circa il modo in cui il “Manifesto” uscì clandestinamente da Ventotene non concordano.

    Spinelli è anche fondatore nel 1943 del Movimento Federalista Europeo (MFE), poi cofondatore dell’Unione dei Federalisti Europei, membro della Commissione Europea dal 1970 al 1976, poi del Parlamento italiano (1976) e quindi del primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale nel 1979. Fu promotore di un progetto di trattato istitutivo di una Unione Europea con marcate caratteristiche federali che venne adottato dal Parlamento europeo nel 1984. Questo progetto influenzò in maniera significativa il primo tentativo di profonda revisione dei trattati istitutivi della Cee e dell’Euratom, l’Atto unico europeo. Fu membro del parlamento europeo per dieci anni e rimase uno degli attori politici principali sulla scena europea attraverso il Club del coccodrillo, da lui fondato e animato nel 1981.

    Tuttavia l’influenza del Movimento Federalista Europeo è insignificante sia in Italia che in Europa. Nell’organizzazione dell’UE è difficile ravvedere qualche cosa di federalista.

    Una cosa che purtroppo la Lega Nord (che fondò sul federalismo le sue fortune politiche iniziali) e tutti gli altri politicanti non hanno mai spiegato, è che il federalismo di basa due principi fondamentali.
    1 – la sovranità che tramite il voto i cittadini conferiscono ai rappresentanti, è inferiore alla sovranità che riservano per se stessi sui fatti.
    2 – Gli oneri che il “foedus” implica devono essere inferiori (o quanto meno uguali) ai benefici che se ne ricavano.
    Se ci si pensa un po’, il primo è il principio cardine della democrazia, il secondo dell’«assicurazione» civica.

    Anche Pierre-Josephe Proudhon nasce come esponente di sinistra. Definito via via anarchico, socialista, rivoluzionario e ateo; oggi molto probabilmente lo si definirebbe un sociologo apolitico.

    L’idea di regolare i RAPPORTI fra individui su base CONTRATTUALE (su CONVENZIONI nelle società animali) non è mia o dei miei amici federalisti, non appartiene neanche a Proudhon che la descrive magnificamente nel capitolo VII di “Del principio federativo” (è scaricabile gratuitamente qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Del_principio_federativo ), è UNA LEGGE DI NATURA, dicono i più importanti sociobiologi del terzo millennio. I rapporti da regolare sono: 1) fra individui; 2) fra individui e governo della comunità (o Stato); 3) fra comunità o Stati). Se poniamo il CONTENUTO del CONTRATTO come LEGGE, letta, discussa approvata e sottoscritta dalla maggioranza dei cittadini responsabili che PARTECIPANO volontariamente alle scelte, abbiamo il toccasana per risolvere moltissimi problemi di cui discutiamo qui e che non possono essere diversamente risolti. Voi credete di potervi sottrarre alle leggi naturali perché tre o quattrocento anni fa il Veneto (o la Toscana, o un’altra regione, non fa differenza) aveva un governo diverso? Ma riflettete un momento: è una ASSURDITÀ. Quel tempo aveva il governo forse adatto al suo secolo. Ma oggi le conoscenze e la tecnologia sono completamente diversi rispetto ad allora, come diversi sono i problemi. Ah, dimenticavo: il CONTRATTO, in politica, è SINONIMO di FEDERALISMO che Bossi ed i militanti della LN, hanno TRADITO nella lettera e nello spirito.

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  2. Enzo Trentin ha detto:

    La via sconosciuta della Sovranità popolare

    Dalla partecipazione alle iniziative che avevano lo scopo di riunire i movimenti federalisti sotto un’unica bandiera, ad un certo punto è apparsa a me ed ad alcuni amici federalisti un’idea nuova e per molti versi originale. Ci siamo domandati se esistesse un concetto, un principio, uno solo, semplice e da tutti comprensibile, che potesse fare da catalizzatore per i federalisti ma fosse anche in grado di soddisfare le esigenze di rinnovamento dello Stato pressantemente avanzate da un numero sempre crescente di cittadini; un’idea, una sola idea, ma capace di mutare d’un colpo l’universo della politica italiana.

    Cercavamo qualcosa che non solo fosse la chiave di accesso al federalismo, ma anche per molti versi rivoluzionaria nei confronti della situazione politica esistente. L’avevemo avuta sempre davanti agli occhi questa idea, ma dandola per scontata non gli abbiamo mai dato peso, non ci siamo preoccupati di analizzarla e di approfondirla a sufficienza, soprattutto in rapporto alla Costituzione ed alla struttura dello Stato.

    Alla fine ci siamo accorti di aver scoperto l’uovo di Colombo. Questa idea è che “non ci può essere né Repubblica, né Democrazia, né Federalismo, né rinnovamento dello Stato, senza la piena affermazione della Sovranità popolare”. Autogoverno e partecipazione al governo, sono condizioni comuni, chiavi di accesso al Federalismo, ma anche condizioni irrinunciabili della Repubblica e della Democrazia. Istintivamente i cittadini sanno che loro sono lo Stato e che in primo luogo esso vive nelle loro famiglie, poi nelle piccole comunità delle quali fanno parte, poi ancora nel loro popolo. Nonostante si sentano oggi impotenti a causa di una concezione arbitraria della politica, essi capiscono che lo Stato può esistere solo in funzione della loro volontà, che giuridicamente è sovranità. Ogni potere, ogni funzione pubblica, senza la loro legittimazione è un arbitrio. L’ordine politico dello Stato non può derivare dagli accordi e dagli equilibri interni dei partiti. Non potendo per ragioni fin troppo evidenti esercitare sempre direttamente il potere, il corpo sociale ha bisogno di garanzie reali che esso sia sempre subordinato alla sua volontà. Dipendendo da queste GARANZIE tutta l’azione dello Stato, il destino della comunità, la stabilità delle istituzioni, la correttezza delle informazioni, la vita stessa di una democrazia possibile, esse non possono essere oggetto di delega totale. Come la sovranità del popolo non può essere dogmatica ed assoluta, così essa non può avere alcun potere e sovranità al di sopra di sé. Da ciò deriva che solo un procedimento democratico che consenta la prevalenza della democrazia diretta rispetto a quella rappresentativa, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di cambiare le regole sul RUOLO che deve avere lo Stato nei confronti dei cittadini, rende certa e giustifica la rappresentanza politica che si esprime attraverso il Parlamento.

    Finché questi concetti rimangono nascosti nelle contraddizioni della Costituzione o nella verbosità inconcludente e falsa della politica, Democrazia, Repubblica e Federalismo restano illusioni, maschere, dietro le quali si cela la vera sovranità ed il vero potere che la Costituzione del 1948 ha attribuito al Parlamento gestito dai partiti e dai sindacati, da cui discende un potere che è superiore a quello del popolo. Affermare che la Sovranità appartiene al popolo e che non può essere né limitata, né disattesa, né violata e che il popolo deve poter partecipare al suo esercizio, è perciò il vangelo di tutti i federalisti. Il loro compito sarà trasmetterlo e diffonderlo con tutti i mezzi ed a tutti i livelli. Solo il tempo potrà dimostrare se il nostro popolo è maturo per questa idea. Se è pronto, se l’ha già in sé, per essa identificherà lo Stato con la volontà dei cittadini, diventerà autocoscienza collettiva ed assumerà un’energia dirompente nei confronti di tutte le forze politiche nate da questo scellerato regime.

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  3. Eugenio Fontana ha detto:

    La Sinistra ,il centro la destra ,qui in Itaglia,e il Veneto per adesso è Itaglia,non si capisce bene cosa sia,ogni tanto canbiano bandiera nome e programma.Sono solo dei comitati di affari dei vari gruppi Economici,e di clientele.Riguardo ai nostri amici Indipendentisti Scozzesi Catalani,baschi,irlandesi.loro possono darsi il governo e la politica che vogliono.IO personalmente sono un Nazionalista Indipendentista Veneto,e credo che la cittadinanza vada data ai Veneti,di sangue.per quanto riguarda i foresti,e parlo dei popoli,ai nostri confini,di cui in passato ci siamo un po’ mischiati(lombardi ,romagnoli toscani,istriani,ecc)Questi la cittadinanza se la devono guadagnare con la nostra lotta di indipendenza se sono nel nostro Territorio..Chiediamoci ,ma perchè un forrestiero,magari cinese congolese,ecc,dovrebbe sentirsi VENETO se non per Interesse Economico?Se queste persone dovrebbero,Spostarsi in un altro paese ,magari in inghilterra,ho tornasero al loro paese si sentirebbero ancora Venete?Magari parlerebbero bene di noi Veneti ,ma che si sontono ancora Veneti non ci credo…(il sangue non è acqua) Per quanto Riguarda il Federalismo visto il nostro Territorio ,non lo prendo neanche in considerazione,Abiamo avuto 900 anni di Storia e di buon Governo e da li dobbiamo inparare molte cose (mi riferisco allo schema di elezione del Gran Consiglio e del DOGE ) Certo tenendo conto ke da allora il Mondo è un po’ canbiato..

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  4. Eugenio Fontana ha detto:

    A Proposito,di sinistra devo dire che MARX come Economista certe cose le ha dette giuste..tenendo conto che le ha scritte due secoli fa..

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  5. Franco Rocchetta ha detto:

    Brao Dhoane !
    Stra-de-eà-de-bon ! ! ! ! !

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  6. Edoardo Rubini ha detto:

    Grazie, Giovanni, per questo intervento, che stimola qualche riflessione su argomenti di solito trascurati e dati magari per scontati, che meritano un approfondimento. 1. il rapporto tra sinistra italiana e autonomismo; 2. il rapporto tra liberalismo e autonomismo.
    Come avrai notato, la sinistra italiana tende a benedire quei movimenti indipendentisti che operando all’estero si dichiarano di sinistra: Palestinesi, Baschi, Catalani, Scozzesi, Irlandesi, ecc. Per l’autonomismo in casa propria, invece, tolleranza zero: se uno si dichiara veneto o lombardo, anziché italiano, sembra che gli attribuiscano d’ufficio la tessera del PNF (un po’ meglio va a Friulani e Sardi).
    Dopo la politica leghista (che per ammissione dei suoi stessi dirigenti ha cavalcato l’antimeridionalismo e l’antiimmigrazione in chiave schiettamente elettoralistica) i rapporti con la sinistra non potevano migliorare. Il problema resta: perché i sacerdoti della libertà democratica e del progresso sociale non concepiscono che l’identità si realizza spesso al di là delle appartenenze statali?
    Un po’ di storia ci aiuta. Tutto risale all’unità d’Italia, quando il ceto che operò per la riunificazione era a livello di poteri forti legato alla monarchia sabauda, alla massoneria e al pensiero illuminista e liberale (cioè portatore di una ideologia individualista, ritagliata su misura alle abbienti classi borghesi che si apprestavano alla scalata sociale), mentre solo a livello di militanza esistevano circoli progressisti (repubblicani e radicali) che orbitavano intorno alla Carboneria d’ispirazione mazziniana o garibaldina. Era la sinistra velleitaria che credeva di fare la repubblica rivoluzionaria contro tutte le monarchie, Savoia compresi: alla fine, con il 1860, si adegua all’unità savoiarda e poi, visto il fallimento del nuovo Stato, resterà all’opposizione culturale del paese fino al 1945. I movimenti popolari, con l’inizio del ‘900, restavano comunque quello cattolico-popolare e quello socialista. La Chiesa Cattolica, perseguitata dal nuovo stato liberale, vi si opponeva in tutti i modi, addirittura non faceva votare i cattolici. Così, i liberali erano la minoranza di ricchi al potere, che sfruttava le masse contadine e operaie, che poi organizzano nei grandi partiti.
    La sinistra nell’800 odiava lo stato italiano, come ancora affermava Pier Paolo Pasolini negli anni ’70: http://www.youtube.com/watch?v=hYGY0hsxSn4
    Pasolini andava a parlare nei congressi del P.C.I., tutti applaudivano, nessuno capiva quel che diceva. Difendeva la cultura antica, riscopriva le parlate locali, celebrava la sacralità del mondo contadino: la sua impostazione era sì “democratica”, adottava pure l’analisi marxista (cultura dominata contro cultura dominante). Peccato che egli fosse contro il progresso, quindi (avendo un forte influsso cattolico) cozzava contro la sinistra del suo tempo. Era l’ultimo superstite di un filone di pensiero che risaliva ad Antonio Gramsci (che nel 1920 scriveva nel periodico “L’Ordine Nuovo”: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti”), ad Emilio Lussu, socialista, autore di “Un anno sull’Altipiano” e cofondatore del “Partito Sardo d’Azione”, a Giacomo Matteotti, instancabile promotore delle autonomie locali.
    Dopo la caduta del Fascio, la sinistra entra nella stanza dei bottoni e comincia a concepire la nuova repubblichetta come la sua creatura: questa è la sua striminzita sicurezza, non chiedetele di più. Il P.C.I. e il P.S.I. in realtà non hanno mai maturato un’idea di democrazia che superi l’apparato ideologico marxista: resta una sinistra immatura, figlia bastarda di uno stato violento fin dalle sue primissime origini, cresciuta sotto l’esempio napoleonico, che professa una democrazia rivoluzionaria e utopistica (che le comunità rurali cattoliche non capivano e che dunque è stata imposta con la forza). Stesso dicasi a destra: questo staterello massonico-fascista, rimasto invariato attraverso i decenni nel suo nucleo essenziale, è comunque il riferimento che ha garantito tanti privilegi, quanto nessun incentivo a creare forti compagini di governo conservatrici, dotate di una cultura politica che favorisca le genti che pretende di governare.
    Anche la D.C. ha sofferto di questo limite, perché con il Patto Gentiloni si è preteso di far rappresentare i cattolici dai signorotti liberali che credevano solo nel proprio portafogli (e nella loggia di riferimento); solo la fase economica espansiva degli anni ’60 aveva dato l’impressione di un futuro roseo e promettente. Passata l’abbuffata alimentata dall’appartenenza nato, vediamo il fallimento costante delle varie formule politiche, ora pseudo-socialiste, ora pseudo-liberali, ora pseudo-autonomiste, perché in realtà la classe dirigente italiana non rappresenta culturalmente nessuno, al di fuori degli interessi economici di casta o di categoria.
    Da tutto l’establishment liberale italiano, di destra, di sinistra e di centro non si è mai cavato niente in termini di Verità e Giustizia e sarà sempre così.
    Il liberalismo, oggi tanto di moda, era già in declino nell’800. È un’ideologia inventata dall’Impero Britannico per impadronirsi del mondo. Sul piano culturale predica il relativismo (la Verità è un’opinione, quindi non esiste), sul piano economico la sua espressione è il liberismo: l’ideologia farlocca del “libero mercato”. I padroni del mondo affermano che i soldi girano secondo regole certe ed infallibili, senza che l’Autorità pubblica debba intervenire: cioè devono girare nei loro conti correnti. Gli ideologi britannici vanno ad abbattere dazi e dogane (che per esempio erano alla base del sistema protezionistico della Veneta Serenissima Repubblica, un metodo efficacissimo e perequativo per sostenere l’economia locale e redistribuire la ricchezza prodotta dai grandi traffici, a beneficio di tutto il popolo) per arricchire pochi speculatori a discapito della collettività (in particolare negli stati poveri da sfruttare economicamente e a cui rapinare risorse legalmente).
    Con lo stesso concetto, i poteri fortissimi che citi tu, che attraverso il sistema bancario globalizzato controllano il flusso di denaro di quasi tutto il mondo, cavalcano alla grande l’ideologia liberale: prima fanno indebitare gli Stati, poi puntano il dito sulla spesa sociale, infine pretendono che i debiti siano ripagati attraverso le privatizzazioni. L’FMI ha ripetuto questo schemino decine di volte. Ciò vuol dire che le risorse migliori delle nazioni diverranno proprietà privata di una casta invisibile. Nel contempo, il liberalismo camuffato come “tolleranza” fa sì che venga smantellata l’identità locale (che attraverso la tradizione fa perno sulla Fede religiosa), così i paesi “globalizzati”, privati della loro storia e della loro autocoscienza, cadono facile preda dell’Alta Finanza. I seguaci “libertarians” sono i primi strumenti di questo piano di conquista: tea parties e neo-con che predicano il credo della tassazione zero, non si curano che così non risolvono i problemi dello Stato, ma ne propiziano l’estinzione, con la conseguente instaurazione della tirannide assoluta del più forte.
    Tu citi Alex Salmond e il suo Scottish National Party come modello: piace e anche a me. Lo SNP è spostato a sinistra quel tanto che basta a garantire un solido Welfare State, foriero di benessere e concordia sociale. Nella storia, tutte la nazioni civili si sono occupate di far funzionare strutture pubbliche (pubbliche anche nel senso di aperte a tutti: nella Serenissima ospedali, ricoveri e orfanotrofi erano gestiti dalla Chiesa) a protezione e ristoro dei bisognosi. Non ci sono alternative a questo livello di Civiltà. Osservo che se si affermasse un partito spostato un po’ più a destra, perché più tradizionalista (tipo la Südtiroler Freiheit di Eva Klotz) andrebbe bene lo stesso. Ciò che importa è che quello da te chiamato “localismo” miri a: 1. difendere l’identità storica e religiosa del popolo; 2. arginare, anche con azioni di contrasto, la mondializzazione, come pure l’omologazione europoide, facendo una politica di difesa attiva delle comunità locali.
    L’efficiente Stato sociale nordeuropeo è un ottimo esempio per tutti, pur con una precisazione: cura bene gli aspetti materiali, ma trascura quelli spirituali. Una comunità che ignora Dio, presto o tardi si ammala e soccombe: sarebbe un triste paradosso quello di avere splendidi ospedali all’avanguardia, pieni di gente che sopprime il figlio nascituro o che si toglie la vita con l’eutanasia, avendo concepito la vita come una simpatica vacanza da interrompere a piacimento. L’eloquente esempio che tu citi dell’Ungheria è solo la punta dell’iceberg di tutta l’Europa ex comunista, che persa la scorza ideologica di matrice illuminista e occidentale (il social-comunismo) che le era stata imposta, ora torna alla saldezza dei suoi valori cristiani originari.
    Sulle proposte di riforma costituzionale, alcune considerazioni finali.
    Nel 1998, il Veneto ha cannato la sua occasione storica di avere lo Statuto speciale. Il 3 aprile 1998 la Camera respingeva con 244 voti contrari, 170 favorevoli, 26 astenuti, la proposta di rendere il Veneto autonomo. Che votasse contro compatto il PDS (capeggiato da D’Alema) si può anche capire (per i motivi sopra spiegati), che i forzisti fossero favorevoli anche (86 sì, 5 no, 18 assenti). Che dire della Lega? I leghisti veneti si presentavano in 22 e cercavano di sostenere la proposta… ma in 35 (i tirapiedi padani) restavano a casa… l’autonomia del Veneto non conveniva infatti alla satrapia familista di casa Bossi. Cacciari se ne rammaricava e se in quel momento avesse assunto la guida dell’autonomismo, tutti i Veneti lo avrebbero seguito: conservatori e progressisti, venetisti e italianisti. Non c’erano concorrenti credibili in quel momento: solo nani fisici e intellettuali. Ma che importava al Massimo lagunare di diventare il padre della causa veneta? Una carriera all’ombra del regime: Cacciari è l’espressione intellettuale di questo regime liberale italiano, corpo in decomposizione (mentre gli avversari della sinistra più che l’alternativa, sembrano i vermi che lo divorano).
    Difatti, rileggiti la proposta di riforma costituzionale lega-FI e domandati se uno stato avrebbe mai avuto una speranza di funzionare secondo le regole partorite da quelle grandi menti.
    Tu dici che l’unica riforma della Carta fondamentale bene o male realizzata è stata quella del Centro-sinistra. Che riforma è stata? Praticamente, hanno applicato una direttiva europea. Prendi in mano la Carta europea delle autonomie locali http://conventions.coe.int/Treaty/EN/Treaties/PDF/122-Italian.pdf e vedrai che ne è la copiatura. Perché la riforma è fallita, persino in quel poco di buono che essa poteva portare? L’anima nera dello stato italiano, l’apparato occulto che controlla i vari Bossi, Napolitano e Berluska, ha sabotato dall’interno l’organo che era il perno del nuovo impianto istituzionale: la Conferenza Stato-Regioni. In pratica, era il tavolo in cui il governo romano doveva elaborare le nuove leggi che coinvolgevano le Regioni, di concerto con loro: questo non ha mai funzionato a dovere, in particolare i governi Berluska-Bossi lo hanno usato per estorcere a cosa fatte il consenso delle regioni “amiche” per le varie leggi-porcellum da loro partorite, senza mai riuscire a portare in porto vere riforme. Con i fiaschi del codice del turismo e varie occasioni mancate (come il federalismo demaniale), è cominciata la guerra dei ricorsi alla Corte Costituzionale: la condotta sleale e abusiva di Roma provoca la reazione agguerrita delle regioni in sede giurisdizionale, con continue bocciature anche clamorose di leggi statali (ma anche regionali) e in pratica la paralisi istituzionale e l’impossibilità di una seria attività legislativa. È una situazione che solo chi è interessato al falso può immaginare che si risolva. La storia si conclude con il completo fallimento italiano e si apre con una sfida: tante delle cose del passato descritte come oscurantismi da dimenticare sono invece le più preziose risorse per il nostro futuro. A cominciare da una morale che non sia solo quella del singolo individuo.

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  7. Eugenio Fontana ha detto:

    Condivido gran parte di quello ke dice E.Rubini..Solo che non mi sembra molto informato sulla Sinistra Storica Itagliana parlo del P.S.I e del PC.d’I poi P.C.I, dalle loro origini ai giorni nostri,e ai vari canbiamenti avvenuti..(tranne su alcune cose di Gramsci) D’altronde non si puo’ pretendere ke una persona sappia Tutto..

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  8. Giovanni Dalla-Valle ha detto:

    Sono estasiato dalla qualita’ degli interventi. Ringrazio in particolare Enzo ed Edoardo, fonti di cultura a dir poco illuminante. Davanti a voi mi devo inchinare. Spero questo dibattito stimoli ulteriori riflessioni e si capisca quanto la Sinistra Italiana ha in sostanza troppe volte tradito proprio se stessa. Spero nei giovani intelligenti di sinistra, che ci sono, e possano ritrovare quel Sacro Graal troppe volte perduto a causa di compromessi politici ed economici meschini su cui I loro stessi padri ideologici si rivolterebbero nella tomba. Chissa’ che davanti all’olocausto sempre piu’ vicino del pensiero occidentale, cristiano e democratico, qualcuno di loro non si erga e dica finalmente: NO, noi siamo di sinistra e il destino dei Popoli va riposte nelle mani dei Popoli. Il Nuovo Ordine Mondiale dei fautori dell’attuale totalitarsimo economico e finanziario NON puo’ essere cosa di sinistra. Prima o poi qualcuno dovra’ capirlo. Noi possiamo solo lanciar sassi nello stagno, sperando che generino onde di pensiero che facciano ritrovare a tutti coscienza della propria identita’ storica. E sicuramente la Sinistra italiana ha la sua. Rinnegarla sarebbe un suicidio di massa.

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  9. Gianni Sartori ha detto:

    senza voler inasprire ulteriormente il dibattito, ma solo come contributo segnalo in rete:
    “Fascisti giù le mani dall’Irlanda”
    e
    “Indipendentismo e anarchismo: relazione impossibile?”
    ciao
    GS

    Mi piace

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