Indipendenza sì, ma con diversi funzionari pubblici

di Enzo Trentin su L’Indipendenza

Serge Latouche è considerato il guru della decrescita felice. Si può essere d’accordo o meno con le sue teorie che peraltro hanno una loro seduzione, non è questo che ci muove a scrivere questo articolo. Il 17 Luglio 2012, egli diede un’intervista dal titolo «Italia, serve la bancarotta», nella quale tra l’altro disse: «…il debito non sarà mai ripagato: meglio ripartire da zero». Potrebbe rappresentare il manifesto per l’indipendenza di qualsiasi popolo che si vuole affrancare dallo Stato italiano. Infatti, come non constatare che a fronte di una tassazione oramai divenuta tirannica, il debito pubblico continua a crescere. Oggi è al 133,3% sul Pil. Vedere qui in tempo reale tutti i parametri: (CLICCA QUI)

Si può servire per onore o per debito o per altra ragione, ma il servire è sempre corteggiare e accompagnare il signore e cercare di congiungersi il più possibile a lui. Perfetto servo è colui che abbandona la propria anima per assumere quella del signore, e la corte è congregazione di uomini raccolti per perseguire il medesimo fine del servire: «avverrà che a pena il padrone non avrà mosso la lingua, che l’accorto segretario avrà col pensiero penetrato a qual segno egli vada a mirare.» Deve insomma il cortigiano «vestirsi degli affetti del padrone», e vivere della sua ragione (1). Altro è servire un signore, altro, è bene rammentarlo, è servire la repubblica. Chi scriveva di corte e di cortigiani lo sapeva bene. È sufficiente osservare il comportamento e la dedizione di un Brunetta o di una Santanché per Berlusconi per comprendere come ci si trovi di fronte a dei servi. Non meno, tuttavia di un Bersani o un Renzi che sono servi d’un partito senza il quale non avrebbero mai assunto alcuna carica pubblica. Non diversamente dai Monti o Letta che sono servi di altri potentati economici internazionali.

Ciò premesso ci ha colpito quello che Serge Latouche afferma a proposito della democrazia diretta:

Lei sogna la democrazia diretta?

R. Se si deve prendere la parola sul serio, ha senso solo la democrazia diretta. Ma direi che su questo punto, recentemente, le mie idee sono cambiate.

D. In che direzione?

R. Prima immaginavo un’organizzazione piramidale con alla base piccole democrazie locali e delegati al livello superiore.

D. E ora?

R. Oggi penso che la democrazia sia un’utopia che ha senso come direzione. Ma la cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato.

D. Si spieghi meglio.

R. Norberto Bobbio si chiedeva quale è la differenza tra un buono e un cattivo governo. Il primo lavora per il bene comune. Il secondo lo fa per se stesso. Questa è la vera differenza.

D. Va bene, ma come si ottiene un buon governo?

R. Con un contro-potere forte. Un sistema è democratico – non è la democrazia, attenzione, ma è democratico – quando il popolo ha la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee.

D. Ma non sta rinnegando la democrazia?

R. L’ideale sarebbe naturalmente l’autogoverno del popolo, ma questo è un sogno che forse non arriverà mai.

D. Non pensa alla presa del potere?

R. Gandhi l’aveva spiegato a proposito del suo Paese: «Al limite gli inglesi possono restare a governare, ma allora devono fare una politica che corrisponde alla volontà dell’India. Meglio avere degli inglesi piuttosto che degli indiani corrotti». Mi sembrano parole di saggezza.

Quello che Latouche non dice è quello che noi non ci stancheremo mai di ribadire. Ovvero che la democrazia diretta non ha bisogno dell’esercizio compulsivo. Ha la necessità imprescindibile d’avere strumenti (referendum senza quorum, iniziativa di delibere e leggi e revoca in ogni momento dei rappresentanti) di facile e tempestiva attivazione, perché la sua finalità primaria è deterrente. Infatti, il pensiero fisso di ogni politico è la sua riconferma a “rappresentante”. Se le sue delibere o leggi sono facilmente rigettabili dall’esercizio della sovranità popolare attraverso i predetti istituti della partecipazione popolare, egli si guarderà bene dal rispondere ad altri poteri che non siano quelli del popolo sovrano.

Giustamente Pascal Salin nel suo libro «La tirannia fiscale» edito da liberilibri, sostiene: «La moderna democrazia nasce dall’esigenza di limitare i poteri di chi governa, non ultimo quello di imporre tasse. Laddove – come è accaduto in molti paesi e in special modo in Italia negli ultimi trent’anni – la potestà tributaria è usata come strumento per depredare alcuni cittadini a favore di altri, e ha come unico limite quello della voracità delle corporazioni sul cui consenso si fonda il potere, lì la democrazia si riduce a farsa della democrazia. Accade allora che il “Principe”, attraverso un accurato lavaggio del cervello, riesca a persuadere la massa dei cittadini che alcune scelte tributarie, come ad esempio progressività delle imposte, tassazione dell’eredità, ipertassazione dei patrimoni, armonizzazione fiscale europea e così via, siano dogmi indiscutibili e immodificabili. Dogmi che vengono spacciati per verità scientifiche e nobilitati di un’aura di alta eticità.» Ma per fortuna vi sono ancora eresiarchi impenitenti, come Pascal Salin, che con la lama del libero pensiero smascherano queste “pie frodi” elaborate per legittimare le scandalose rapine dello Stato padrone-predone.

È un errore, poi, credere che i partiti politici siano i soli autori dell’attuale saccheggio della cosiddetta res publica italiana. Esiste tutta una pletora di burocrati che con i politici hanno stretto una sorta di santa alleanza. Se per i politici c’è una pallida speranza di poterli scalzare dal loro incarico, non così possiamo lusingarci per i burocrati.

Qualcuno ha acutamente osservato che se si vanno a controllare i cognomi e le parentele dei burocrati dell’età giolittiana – quindi Burocratedai primi anni del 1900 – e via via si arriva ai nostri giorni, con tutta probabilità avremo non poche sorprese. Probabilmente non è errato parlare di “dinastie burocratiche”. Sarebbe interessante se qualche docente che collabora con questo quotidiano stimolasse i suoi allievi ad una ricerca del genere.

Del resto come non constatare i molti funzionari pubblici fascisti passati armi e bagagli a servire la repubblica democratica fondata sul lavoro. Per esempio, la commissione di epurazione fu un organo che, dopo la caduta del fascismo, fu incaricato di rimuovere dai loro incarichi le persone più coinvolte con il passato regime. Il problema cominciò a sentirsi in Sicilia prima regione liberata dagli alleati (1943) ma il Governo militare d’occupazione (l’AMGOT, Allied Military Government of Occupied Territories) preferì dedicarsi prima agli immani problemi di estrema urgenza e si limitò a compilare una lista nera degli elementi giudicati pericolosi. Ci fu una certa differenza di comportamento tra gli americani che amministravano la Sicilia occidentale rispetto agli inglesi che nella Sicilia orientale furono più rigorosi. Nel complesso, però, salvo sporadiche eccezioni, solo i prefetti e i podestà dei comuni più importanti furono sostituiti. I podestà dei piccoli paesi, continuarono a collaborare con l’amministrazione Alleata, così come i funzionari comunali.

Le sanzioni contro il fascismo andarono ben al di là, con un rigore e un’ampiezza che solo una rivoluzione avrebbe potuto legittimare. Una rivoluzione fatta e vinta. Senonché la rivoluzione non c’era stata, essendo caduto il fascismo per linee interne e non avendo avuto le forze potenzialmente rivoluzionarie la possibilità di farla. Non essendo stata fatta, non poteva ritenersi vinta. Era soltanto collassato il regime da abbattere. Ma era collassato senza travolgere lo Stato storico che si accingeva a rinnovarsi nella continuità. La repubblica italiana collasserà anch’essa quando il saccheggio della sua res publica sarà completato. Osservate come i politicanti di turno continuino a modulare il refren sulla vendita del patrimonio pubblico per pagare un debito pubblico insanabile.

È dunque necessario perseguire l’indipendenza mediante un progetto istituzionale nuovo, conoscibile a priori, demandato all’approvazione del cosiddetto popolo sovrano, ma parallelamente è indispensabile provvedere all’identificazione e alla selezione di una nuova generazione di funzionari pubblici, anch’essi sottoposti alla spada di Damocle degli strumenti di democrazia diretta. Se non si provvederà a ciò cambieranno forse i suonatori, ma la musica rimarrà sempre la stessa.

* * *

NOTE:  (1) da Salvatore S. Nigro, Il segretario, in L’uomo barocco, a cura di Rosario Villari, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 96.

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4 risposte a Indipendenza sì, ma con diversi funzionari pubblici

  1. fausto ha detto:

    “….Accade allora che il “Principe”, attraverso un accurato lavaggio del cervello, riesca a persuadere la massa dei cittadini che alcune scelte tributarie, come ad esempio progressività delle imposte, tassazione dell’eredità, ipertassazione dei patrimoni…”.

    Un passaggio davvero interessante. In Italia tuteliamo allo spasimo i patrimoni (dogmaticamente intoccabili), esentiamo i ricchi destinatari dell’eredità del nonno da quasi ogni onere (sappiamo bene cosa fa un commercialista) ed abbiamo prodotto una progressività rovesciata che garantisce immunità fiscale a chiunque sia capace di aprire una partita iva abbastanza ricca. Si vede come siamo messi: quando capiremo anche noi che una democrazia vera applica le tasse a chi ha i soldi, e non a chi non ne ha neanche uno?

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  2. Eugenio Fontana ha detto:

    Questo Serge Latouche,non so se sia un economista ho un filosofo..ma vedo che è un po’ confuso ,canbia spesso idea. la teoria della democrazia -diretta,mi sembra molto liquida,va in tutte le parti..Forse è piu’ realista Norberto Bobbio quando dice la differenza tra un buon governo ed un cattivo governo,alla domanda sucessiva ,come si ottiene un Buon governo,Risposta con un Contro-potere Forte questo esiste se non sbaglio nel U.S.A.quando il Popolo ha la possibilita’ di fare pressione sul Governo,ma la parola Popolo ,è un po’ vaga (nel popolo ci sono varie classi sociali) allora alcune classi sociali piu benestanti hanno piu’ possibilita’ di farsi sentire dal Governo altre meno..Per quanto riguarda i Burocrati,ho le Corporazioni,qui in Itaglia si tramandano da padre in figlio la meritocrazia non esiste..Sui due ultimi capitoli in gran parte condivido.

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  3. Carlo M. Peruzzini ha detto:

    Certamente, democrazia può voler dire anche che la maggioranza decide di ridurre sostanzialmente la libertà dei cittadini, che chi produce e guadagna (come il Veneto) deve mantenere un costosissimo welfare a una maggioranza che non ha le stesse propensioni alla produttività, la maggioranza degli Italiani può anche decidere che il Veneto deve rimanere in Italia. Tutto si può fare col volere della maggioranza, basta saperlo ottenere. Adesso però cerchiamo di ottenere che il Veneto invece se ne vada da questo Paese di cialtroni, il resto lo vedremo.

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    • fausto ha detto:

      Storicamente noi “settentrionali” ci siamo salvati grazie ai dazi doganali varati dai Savoia. L’unificazione nazionale servì per l’appunto ad evitare la bancarotta delle industrie del nord, mantenute a suon di sussidi e prive di adeguato mercato. Il conto fu pagato dal sud, che vide franare la sua ricca agricoltura specializzata e divenne fonte di braccia e discarica per rifiuti speciali.

      Questo modello di rapporto tra centro e periferia oggi viene ricalcato con cura certosina dai tedeschi, e questo causa parecchi e giustificati malumori. In ogni caso, nessuna secessione può fare l’interesse di chi detiene fabbriche in Europa……

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