LA FRAGILE UNIONE ITALIANA

Ringraziando per la traduzione la Dr.ssa Serena Lorenzon, portiamo all’attenzione un punto di vista assolutamente terzo rispetto alla nostra realtà, ma che trova molti punti in comune con quello che sempre più spesso andiamo dicendo e sentendo. Questo libro, non ancora tradotto nella nostra lingua (chissà come mai… )  sarà di sicuro spunto per molte riflessioni, buona lettura.

LA FRAGILE UNIONE ITALIANA 

di Brooke Allen

Pubblicato su “The New York Times” – 2 dicembre 2011

europapopoliRecenti spaccature nell’Unione Europea ci ricordano che nessuna unione politica è storicamente inevitabile. Tali federazioni sono creazioni umane, istituite o per interessi personali o attraverso l’espansionismo, spesso artificiali: a volte tanto che, come nel caso della Jugoslavia, semplicemente vanno in pezzi.

Lo storico, biografo e italofilo David Gilmour afferma che l’Italia è un’altra fragile unione, e in The Pursuit of Italy (N.d.T. libro non tradotto, significa “La Ricerca dell’Italia”), afferma in modo persuasivo (se non del tutto insolito) che l’unificazione del Paese del 1861, booksbandierata dai nazionalisti come un trionfo dell’arte di governare progressista, fu un errore. Gilmour dichiara che molti italiani assennati hanno iniziato a chiedersi come mai il loro Paese è stato per così tanto tempo incontrollabilmente disfunzionale, paralizzato dalla corruzione, dal crimine organizzato e da una detestabile burocrazia, nonché governato da un interminabile parata di leader ambigui, dei quali Silvio Berlusconi è stato solo il più recente.

“Perché, si è chiesta la gente, l’Italia non ha funzionato?” scrive Gilmour.

“È stata realmente una vera nazione o semplicemente un’invenzione del XIX secolo?

A parte in senso puramente formale, si potrebbe veramente dire che esista?”

Gilmour ha tentato di rispondere a queste domande fornendo una storia alternativa dell’Italia, non seguendo la solita linea centripeta, ma sottolineando le tendenze centrifughe, di vecchia data, del Paese:

“La Nazione moderna si estende dalla città di Aosta a nord-ovest, dove la lingua ufficiale è il francese, fino alla regione di Apulia a sud-est, dove molte persone ancora oggi parlano il greco. Con i suoi 7240 chilometri di costa, la penisola è stata oggetto per secoli di innumerevoli invasioni. Il suo interno montuoso e i suoi fiumi non navigabili resero difficili le comunicazioni e incoraggiarono la crescita di una delle collezioni di civiltà più eclettiche del mondo e dialetti reciprocamente incomprensibili. italia1494Al momento dell’unificazione, solo un italiano su 40 parlava Italiano standard e la lingua diventò di uso comune solo a partire dal XX secolo.

In nessun momento, dalla caduta dell’Impero Romano al 1861, ci fu un Italia unita. Progressive onde di bizantini, lombardi, arabi, normanni, angioini, aragonesi e altri signori aiutarono a modellare la penisola in un assortimento di città-stato indipendenti e fortemente separate.

C’era Firenze, con il suo audace esperimento del governo repubblicano;

Roma, sede del potere dello Stato Pontificio, una città un tempo potente, che divenne simbolo di stagnazione e corruzione;

La Sicilia, ex granaio dell’Impero Romano, successivamente pedina politica e premio di qualsiasi potenza dominasse sul Mediterraneo; e la grande città di Napoli, che aveva, secondo Stendhal, “le vere potenzialità di una Capitale”

mentre le altre città italiane erano solo “città di provincia inflazionate.”

L’esempio di Venezia, che Gilmour presenta come “la società più armoniosa d’Italia,” è il più pertinente alle sue argomentazioni: Dalla fondazione della repubblica alla fine del VII secolo, Venezia abbandonò la terraferma e diventò una potenza adriatica. I suoi collegamenti storici e culturali erano con Bisanzio piuttosto che con Roma; il suo nemico tradizionale era Genova. annessione veneto

La repubblica indipendente durò 1.100 anni, considerevolmente più a lungo dell’Impero Romano, con un governo che funzionava agevolmente e un’identità comunitaria forte.

Sopravvisse fino al 1797, quando venne conquistata e dissolta da Napoleone e successivamente ceduta all’Austria. Decenni dopo, afferma Gilmour, l’annessione di Venezia al Regno d’Italia, che non fu voluta dal popolo, fu un’aberrazione nella sua storia quasi quanto la sua appartenenza alla Monarchia Asburgica e all’Impero di Napoleone.

Gilmour abilmente smantella il mito nazionale dell’unificazione e della sua serie di figure mitiche quali: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour e il Re Vittorio Emanuele II.

Il mito, scrive, fu il risultato di una propaganda imponente da parte della casa Savoia, imposta, dopo l’unificazione, attraverso una campagna nazionale di “creazione di statue e battesimo delle strade in onore degli eroici quattro.”

Quale città di provincia non ha le sue statue di Garibaldi e Vittorio Emanuele, le sue via Cavour e Piazza Mazzini? Oppure il suo Museo del Risorgimento, solitamente un edificio tetro evitato dalla popolazione italiana?

 giuseppe-garibaldi-3In realtà, rivela Gilmour, i quattro erano alquanto più umani che eroici:

Vittorio Emanuele, il Re piemontese, era un reazionario anticostituzionalista che una volta aveva confidato all’ambasciatore britannico che gli unici due modi di governare gli italiani erano “le baionette e la corruzione.” I politici italiani contemporaneai lo giudicavano “un imbecille”.

Cavour, il politico piemontese indubbiamente brillante, si convertì alla causa dell’unità all’ultimo minuto: quando divenne evidente che Garibaldi avrebbe conquistato la Sicilia, Cavour pensò di annetterla al Piemonte. L’unificazione, quindi, iniziò come una “guerra di espansione” condotta da uno stato italiano, il Piemonte, contro un altro, la Sicilia.

Nonostante alcuni trionfi come il “miracolo economico” degli anni ‘50 e ’60, l’Italia unita non può essere definita una storia di successo: i suoi cittadini continuano a considerarsi più come romani, senesi o siciliani che italiani. Campanilismo, la fedeltà al proprio campanile o “ad un tipo di società storica ed essenzialmente autonoma creata secoli fa,” scrive Gilmour resta più forte della fedeltà all’idea di nazione. venetosiciliaForse, dice Gilmour, dovrebbe essere considerata una forza più che una debolezza. Egli scrive, alla maniera di precedenti  storici, quali il fiorentino del XVI secolo Francesco Gucciardini e l’intellettuale milanese del XIX secolo Carlo Cattaneo, i quali credevano che le città italiane in passato prosperassero a causa della competizione reciproca. “L’Italia unita” conclude, era “predestinata ad essere una delusione.”

È ora, quindi, di rinunciare ad un unione fallita e di ritornare all’idea di una confederazione libera? Se sì, il libro dettagliato, erudito e politicamente provocatorio di Gilmour fornisce un’immagine di come potrebbe essere una comunità di stati-nazione di questo tipo.

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12 risposte a LA FRAGILE UNIONE ITALIANA

  1. Eugenio ha detto:

    Interessante questo articolo,solo non capisco in ultimo quando parla di ritornare ad una idea di una Confederazione Libera,ma quando mai abbiamo avuto una Confederazione?

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  2. giuseppe morganella ha detto:

    tutte queste analisi saranno interessanti , ma lacunose (a meno che il riassunto non abbia tralasciato capitoli importanti) la cosiddetta unità è stata fatta e mantenuta sul sangue dei duosiciliani… fino ad oggi in guerra vengono mandati al massacro i meridionali… sulle loro rimesse dall’estero è stata finanziata l’industria del ricco nord anche le risorse naturali come minerali e petrolio vengono tuttora sottratti al sud che potrebbe essere un paese esportatore di energia. Poi l’idea di una federazione che parta adesso ..e perchè? Siamo popoli diversi e distanti, non abbiamo niente da spartire ..i meridionali discendenti dalle culture classiche e dai popoli italici , i padanoveneti discendenti da galli, slavi e turchi, l’unica via è l’indipendenza , ma vera di quelle con la la frontiera e il passaporto ed embargo reciproco sulle importazioni solo così basteranno pochi decenni per una piena pacificazione, ci potremo salutare solo quando ognuno parlerà la propria lingua senza capire ne volerlo fare quella dell’altro.

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    • I veneti non c’entrano niente con i galli: i veneti non sono affatto celti, ne’ tantomeno slavi o turco/tartari.
      Dice lo storico greco Erodoto: <>
      Recenti studi hanno stabilito che, a differenza dei celti che sono giunti dall’est, I VENETI SONO AUTOCTONI, e cioè sono sempre stati qui, dove sono adesso !!! Basta confrontare il DNA. Il popolo veneto era qui fin dall’epoca preistorica, e si è storicizzato rimanendo qui, sempre nello stesso luogo .

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    • ALAIN ha detto:

      Hai qualche lacuna:i padani o padanoveneti come li definisci non esistono se non nella mente bacata di qualche leghista.I Celti(o galli) erano una cosa e Veneti un altra completamente diversa.(infatti storicamente erano spesso in guerra tra loro in quanto i Veneti ,che erano mercanti, venivano spesso attaccati dai Celti che erano predoni).Ti ricordo poi che i capitali rubati al regno delle due sicilie non finiva nelle casse di un fantomatico Nord ma in quelle del Piemonte Sabaudo,anzi quando l’Italia era unita nel 1861 il veneto nemmeno ne faceva parte(siamo entrati nel 1866).A noi l’unità ha portato solo pellagra(che era sparita da anni durante la Serenissima),miseria,povertà(il piú alto numero di emigranti è Veneto) e morte.

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  3. L’idea di una federazione c’era già prima che quei lanzichenecchi dei “saboja”, lanciati ed aizzati dai ‘nglisi e dagli judeo-masso-bankster anglo-francesi dell’ 800, si prendessero la penisola. Guicciardini, Cattaneo , Gioberti…
    Il Regno delle Due Sicilie, a scavare bene nella sua storia, aveva una struttura federale; pur essendo una monarchia [per es. le tasse, non più di 19, raccolte nei terrori dalle amminstrazioni locali -la parola provincia di origine francese non era in uso- restavano nei territori e di esse solo una parte veniva versata nelle casse del Regno, tramite il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia

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  4. adminaltovicentino ha detto:

    Approvo pienamente le sintesi dei due commenti precedenti.Guardando ai secoli scorsi,si nota benissimo che la penisola italica è da sempre stata formata da più popoli diversissimi tra loro; i quali non hanno MAI voluto unirsi appunto per le loro troppe differenze.La cosa poi è stata peggiorata da politici (o statisti) mediocri che con le loro miopi visioni politiche,non hanno fatto altro che allontanare di più i vari popoli,con disugualianze sempre più marcate.Se solo pensiamo a quanti hanno dovuto,dopo l’unità ,fare le valige e trovare un futuro fuori confine,forse possiamo affermare che TUTTI i vari governi non hanno fatto altro che PEGGIORARE la situazione.Un paese dove la gente deve emigrare,è un paese dove si vive male o addirittura NON SI PUO’ VIVERE.Facciamocene una ragione e prepariamoci ad un futuro di incognite.

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  5. Pingback: LA FRAGILE UNIONE ITALIANA | Veneto Indipendente

  6. Loris Franco Giacomin ha detto:

    Per replicare innanzitutto a Giuseppe Morganella ma, in generale, a chi fosse interessato ad approfondire il tema (così da non trovare lacunose le “teorie” che ritengono fragile l’Italia) consiglio la lettura di “la forza del destino”, edito nel 2007 da Laterza, autore Christopher Duggan, professore di storia italiana all’università di Reading. Questo libro è ben tradotto, divertente, anche quando parla del nostro primo re… molto interessante, preciso, dettagliato in ogni pagina. Fà capire davvero molto dell’origine dei mali di questa penisola, pur partendo come analisi solo dal 1796… ve lo raccomando.

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  7. palmeriniloris ha detto:

    Mi dispiace dire che nel mio sito da anni sono cose che scrivo da anni.

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  8. David Zanotto ha detto:

    Avviate il crowfunding per fare la traduzione in italiano del libro… meglio se anche in formato digitale scaricabile da internet…

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