Veneti e referendum, lottiamo per quale indipendenza?

di ENZO TRENTIN su L’Indipendenza

In questo articolo sarò brutale. Quindi preparatevi: sarete brutalizzati! E se non volete esserlo abbandonate qui questa lettura.Orbene, c’è stato detto che con l’appoggio dell’Unione Europea, nel mese il 6 ottobre 2013 la Regione Veneto avrebbe indetto un referendum consultivo per sapere se i veneti volevano l’indipendenza dall’Italia. Sappiamo com’è andata: tutto si è impantanato e la demagogia impera, sia da parte dei cosiddetti rappresentanti, sia ad opera di politicanti di diversa fede e provenienza. Più di recente ci viene detto che è stato indetto il referendum per l’Indipendenza del Veneto che si terrà il 16 febbraio 2014. La particolarità di questo referendum consisterà nella modalità: sarà infatti la prima consultazione pubblica in Italia per via telematica; gli aventi diritto, con un codice personale, potranno votare solo tramite internet o telefono.

Allora diciamo subito che questo non è un referendum. Ossia non è un esercizio della sovranità popolare attraverso cui si determina un’azione legislativa deliberata dalla maggioranza degli aventi diritto. La stessa definizione di “referendum consultivo”, poi, è un raggiro. Infatti che esito hanno avuto i voti referendari “consultivi” degli innumerevoli Comuni che non volevano l’indipendenza; volevano il più semplice trasferimento da una Regione ad un’altra? La democrazia e l’esercizio della sovranità popolare sono stati annullati da lestofanti! I risultati, infatti, giacciono in un limbo.

Non è nemmeno un plebiscito, cioè: l’accettazione unanime, l’acclamazione o la manifestazione diretta della volontà del popolo, chiamato a pronunciarsi su questioni istituzionali.

Se il 16 febbraio 2014 si terrà una qualche votazione [alla quale sia chiaro, io voterò e consiglio di votare per l’indipendenza del Veneto] essa non avrà alcun effetto legale o legislativo. Essendo una semplice azione di propaganda, il 17 febbraio 2014, in caso di vittoria dei Sì, non ci sarà la dichiarazione di indipendenza né della Regione Veneto, né del popolo veneto.

C’è perfino da dubitare ragionevolmente che l’esito favorevole all’indipendenza possa ottenere la maggioranza dei voti che saranno espressi, o che la maggioranza degli abitanti del Veneto voti, poiché i promotori di tale azione politica non ci hanno mai detto con precisione che tipo di istituzioni saranno quelle che sostituiranno il fatiscente Stato italiano. Essi si sono spesi – e molto – a dirci che l’indipendenza è possibile, che ci sono molti modi per ottenerla, e proprio sui modi si sono azzuffati, delegittimati e divisi. C’è chi vuole la secessione, chi vuole il consenso delle istituzioni italiane (impossibile ad ottenersi, perché è come chiedere il suicidio), e chi vuole l’appoggio ed il consenso dell’UE. La quale ultima, s’è più volte espressa in modo sibillino e/o contraddittorio.

Avremo dunque un voto che, se positivo, alimenterà la politica verbosa, faccendiera, tribunizia e almeno sinora scarsamente propositiva sul piano di una nuova architettura istituzionale. E laddove il voto risultasse negativo, indurrà con molta probabilità l’opinione pubblica ad illudersi per l’ennesima volta che sia ancora possibile la via delle riforme dello Stato italiano.

Tutti gli uomini politici non vanno giudicati per quello che dicono, bensì per quello che fanno. Il passato degli attori della scena politica attuale parla per loro. Naturalmente alcuni di essi ci hanno arronzato con promesse riguardanti il fatto che il Veneto (sotto la loro guida, ovviamente) diventerà un emulo della Svizzera, che il PIL rimarrà tale in barba alla crisi economica mondiale di cui non si vede la fine; che le industrie venete saranno sgravate dagli attuali oneri impositivi. Ma allora come si farà a mantenere quei 21 miliardi di Euro in più che oggi fluiscono nella cloaca romana? A quale sistema impositivo saranno assoggettate le imprese venete? Su quali garanzie di giustizia equa, efficiente e tempestiva, potranno contare? Le migliaia di imprenditori che hanno chiuso l’attività, come saranno favoriti o facilitati per riaprirla? L’istruzione rimarrà pubblica o diverrà privata? E quali orientamenti privilegerà? Si chiede l’appoggio dell’UE, ma si rimarrà all’interno di essa accettando il funesto Euro; oppure si tratteranno nuovi accordi? Se non adotteremo l’Euro, quale moneta avremo, e da cosa sarà garantita: oro o che altro? A livello internazionale, attraverso quali accordi o alleanze garantiremo il nostro export e le nostre indispensabili importazioni energetiche? I veneti indipendenti si difenderanno con una forza armata di professione, od una milizia territoriale? Potrei continuare con domande analoghe che a tutt’oggi non hanno risposta, o che se l’hanno avuta non è convincente. I politicanti d’ogni fede e colore si sono imbevuti degli esempi dei catalani e degli scozzesi; tuttavia va sottolineato che gli scozzesi da tempo hanno tutte le risposte ai quesiti di cui sopra, e a molti altri ancora.

Noto che alcuni lettori sono più inclini ad appoggiare questa o quella tesi, questo o quell’esponente, e sono meno propensi ad analisi approfondite. Personalmente non ho grande fiducia in quei politici che prima di fornire risposte soddisfacenti ai quesiti di cui sopra, e ad altri non meno importanti, preferiscono impancarsi nelle istituzioni italiane, e rimandare al futuro l’elaborazione e la proposta di progetti istituzionali convincenti e condivisi.

Sia i lettori di cui sopra, che i capipopolo privilegiano un giornalismo più accondiscendente, più prono, meno stimolante e scarso di approfondimenti speculativi. A costoro segnalo che il giornalismo moderno si è sviluppato a partire dai primi decenni dell’Ottocento con la “rivoluzione” della penny press (giornali al costo di un penny) avvenuta negli USA. Oggi, per merito della rete, molti fanno fatica a sborsare anche un solo centesimo. Fino al decennio scorso era impensabile ciò che oggi appare scontato: se siamo interessati a un tema, ci aspettiamo di ottenere tutto ciò che vogliamo ovunque ci troviamo. l’industria dell’informazione è sempre stata in perenne cambiamento: è come un serpente che deve cambiar pelle ogni anno. Ora i cambiamenti sono molto più repentini: digitale, social media e mobile si sono susseguiti a distanze ravvicinate. Non essere banali e raccontare qualcosa che non sia già stranoto non è più un’opzione. All’epoca della penny press si delinearono le norme che dovevano costituire la base della comunicazione giornalistica. Tra queste la più importante è che l’interesse di un articolo (ma vale a maggior ragione per una proposta politica di indipendenza) deve essere espresso con precisione e chiarezza fin dalle prime dieci righe, seguendo uno schema di riferimento costituito da cinque quesiti (le ‘cinque W’): Who? (“Chi?”), Where? (“Dove?”), When? (“Quando?”), What? (“Cosa?”), Why? (“Perché?”).

Teniamo anche presente quanto ebbe a dire un maestro di giornalismo quale Joseph Pulitzer: ”Presenta le questioni brevemente così che possano leggerle, chiaramente così che possano apprezzarle, e soprattutto accuratamente, così che possano essere stimolati alla riflessione”. Sono stato brutale per stimolare oltre alla riflessione anche una discussione costruttiva.

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2 risposte a Veneti e referendum, lottiamo per quale indipendenza?

  1. Eugenio ha detto:

    Condivido pienamente questo Articolo,c’è poco da aggiungere ..

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  2. adminaltovicentino ha detto:

    Finalmente un’articolo che aiuta i Veneti ad aprire gli occhi.Da molto tempo continuo a dire che un referendum “consultivo” non serve a niente e sono contento che un giornalista come Trentin abbia sottolineato la cosa. Dobbiamo DECIDERE una volta per tutte come vogliamo diventare INDIPENDENTI e impegnarci TUTTI INDISTINTAMENTE per quello scopo.Forse un VERO congresso di VERI INDIPENDENTISTI ( e non di OPPORTUNISTI……) potrebbe indicarci la strada da intraprendere.

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