DEO ET PATRIÆ OMNIA DEBEO

di Edoardo Rubini

I FONDAMENTI RELIGIOSI DELLO STATO VENETO

Dio e Patria 1Ingresso di abitazione dietro alla Punta della Dogana, al n° 68 di Dorsoduro. «Devo tutto a Dio e alla Patria». Sulla pietra frontale di alcune porte della città lagunare sta ancora scolpito il motto nazionale dei Veneti in caratteri latini: questa frase rappresenta una visione del mondo che esprime totale devozione verso valori soprannaturali, una sensibilità assai lontana da quella moderna.

Dio e Patria 2Contorna un’incisione: un giovane suddito veneto in abito rinascimentale offre inginocchiato la città di Venezia ad una giovane donna con il capo cinto dal corno dogale, assisa sul trono (la Patria), affiancata dal maestoso Leone Evangelico (Spirito Divino). L’immagine visualizza una gerarchia di valori: 1° Dio Creatore, 2° la Patria (sua immediata estrinsecazione).

Dio e Patria 3Ingresso di abitazione in Campo SS. Apostoli, al n° 4438 di Cannaregio. Il grande storico del diritto Enrico Besta (“Il Senato Veneziano”, 1899, p. 186) ha evidenziato le forme istituzionali che facevano della Veneta Repubblica uno Stato confessionale (da confiteor = io testimonio Dio). Al mattino (ora terza), egli spiega, Doge e Minor Consiglio si riunivano con il Collegio dopo aver udito la solita messa: l’obbligo di intervenirvi era ingiunto al Doge dalla Promissione Ducale prima di iniziare i lavori come condizione di validità procedurale per gli atti da assumere.

Pur avendo un’anima religiosa, il potere pubblico era distinto tra attività politica (e giurisdizionale) civile, che era riservata a nobili credenti, e attività spirituale, che comprendeva la giurisdizione ecclesiastica, gestita da chi vestisse l’abito talare (il clero). La laicità, dunque, non contrastava con la natura confessionale dello Stato. Nello Stato Cristiano conviveva, infatti, la Divina Maestà, governata dalla Chiesa, con la Maestà Temporale rappresentata dallo Stato. La laicità della Serenissima nulla aveva a che fare con il laicismo dello Stato moderno. Solo l’ideologia liberale, infatti, traccerà una separazione netta tra la politica ed i valori etico-religiosi: la Rivoluzione Francese rigenererà lo Stato scardinandolo da quell’ordine morale che preesiste alle istituzioni.

Nell’attuale sistema, il “popolo sovrano” è dipinto come un aggregato privo di identità spirituale: i liberali concepiscono “l’identità nazionale” come una sorta di esibizione esteriore (stemmi, bandiere, uniformi, eserciti, squadre sportive, la lingua ufficiale, ecc.).

Nel suo saggio del 1893 Wicked Venice, il Reverendo Reuben Parsons ebbe modo di scrivere: «La ragione sovrana per l’ostilità esercitata da così tanti moderni verso la memoria della Repubblica Veneta è il fatto che fosse “clericale” in forma preminente … duecento chiese, trenta istituzioni religiose maschili, trentacinque monasteri femminili e innumerevoli confraternite … ciascuno di questi monumenti della devozione religiosa dei Veneziani deve la sua origine da qualche voto di ringraziamento per il favore ottenuto da Dio. Bene la Repubblica meritò il titolo di Cristianissima, conferitole da Papa Onorio nel settimo Secolo (il terzo della sua esistenza).

Trentanove volte l’anno la capitale vedeva il Doge, accompagnato dal Senato al gran completo, recarsi in qualche chiesa in pompa magna, per adempiere a voti fatti in occasione di pericolo per lo Stato … Albrizzi scrisse nel 1771: “la caratteristica più degna di nota di questa augusta Repubblica è il suo fermo e inviolabile attaccamento per la Chiesa Cattolica. I comandanti dei suoi eserciti, i governatori delle sue fortezze, nelle loro guerre con i Turchi, hanno difeso la Fede con il loro sangue, e spesso tra le più acri torture. Nei momenti più critici, questo saggio governo ha prestato la massima attenzione verso la preservazione della Fede in Gesù Cristo nella sua purezza».

Il termine un po’ snob Ancien Régime indica proprio gli ordinamenti che ricevevano la sovranità da Dio. Il corollario fondamentale che ne discendeva in campo giuridico era che le leggi della Veneta Serenissima Repubblica (dette “Parti”) si conformavano al Diritto Naturale. Il fatto di trovare un passo del Vangelo all’interno delle fonti giuridiche proietta una luce del tutto diversa sulla causa da decidere, apparendo oggi esorbitante dalla visione relativista che funge da criterio di giudizio. I moderni interpreti faticherebbero ad afferrare le ragioni di questa impostazione. Il fatto è che l’odierna legge prende di mira obiettivi concreti, cerca di guidare i comportamenti, ma senza fornire un quadro di riferimento generale. La singola norma giuridica, presa in sé, ha poche speranze di reggere bene la società: infatti, le manca l’Autorità di orientare al Lo Stato liberale spesso sembra proiettare le sue disposizioni in una sfera utopica, dove tutti gli uomini sono uguali e tutti hanno diritto alla felicità, nei modi che preferiscono. In realtà, il risultato voluto dal venir meno dell’educazione religiosa era l’eliminazione del modello etico da seguire.

La dimostrazione palpabile di questa mancanza di riferimenti la si vede anche camminando per la strada: ci si imbatte in minorenni che portano magliette con scritte oscene, accompagnati da genitori imperturbabili: miglior esempio di questo non potrebbe pensarsi per raffigurare l’abdicazione totale del senso del dovere dalla propria prospettiva esistenziale. Persino nella sua dizione letterale il concetto di “potestà genitoriale” è stato in questi giorni espunto dal codice civile italiano: ora si parla di “responsabilità genitoriale” con i toni ipocriti del politically correct, come se un genitore potesse rispondere del minore senza esercitare su di lui l’autorità. A ragione, quindi, si è paragonata la Serenissima a dei genitori che si curano dei figli, mentre gli stati attuali non fanno che indurre una sorta di anarchismo nichilista.

Ogni indicazione sul senso del giusto è oggi rimessa alla specifica legge scritta, nel senso che tutto sarebbe permesso tranne ciò che la legge vieta, ma così si crea l’illusione diffusa dell’assenza di regole. Si vuole ignorare che la vita è difficile e bisogna sempre sapere come muoversi. Mentre per il cittadino normale i vantaggi del permissivismo restano teorici, le vere conseguenze politiche si determinano per i governanti: chi è chiamato ad attuare la ratio della legge potrà agire a suo capriccio, senza scrupoli morali; ogni abuso gli sarà consentito in quanto troverò l’unico limite del rispetto formale di norme procedurali. Ne discendono le conseguenze più inaudite. Vari esponenti politici non si peritano di giustificare condotte inqualificabili, affermando di esservi stati legittimati dal consenso elettorale (una certa quota di voti) rifiutando di dimettersi anche dopo le accuse o le condanne più infamanti. È una vera malattia che annichilisce gli stati liberali, il castigo per aver soppiantato la morale trascendente (al di sopra di tutti) con una morale immanente, legata a interessi materiali e contingenti, per loro natura conflittuali. La pretesa “neutralità” dell’ordinamento giuridico liberale ha un altra spiacevole conseguenza: l’aumento della criminalità.

Non formare le persone e non indirizzare la classe dirigente significa dover poi usare il pugno di ferro, quando si moltiplicano i delitti: la Repubblica Veneta, infatti, erano assai meno repressiva, nel senso che puniva con severità solo nei pochi casi che lo esigevano. Nello Stato teorizzato dagli illuministi perde di significato il concetto di Diritto Naturale: il Parlamento diviene il decisore esclusivo del giusto e dell’ingiusto secondo gli umori delle maggioranze. Se per secoli si è pensato che la famiglia fosse composta da un uomo e una donna predisposti alla procreazione, oggi il legislatore può svegliarsi alla mattina e decidere che si possono sposare anche due persone dello stesso sesso; domani il matrimonio si potrebbe anche contrarre tra un certo numero di conviventi, oppure tra esseri umani ed animali. Se per secoli il suicidio è stato un reato, a metà ‘700 Beccaria dichiara che questo non ha più senso, tanto Dio non s’intriga nei fatti umani: l’uomo dispone liberamente, tra gli altri beni, anche della vita, che è solo sua perché non la deve a nessun Creatore, quindi lo Stato potrebbe incoraggiare l’aspirante suicida nei suoi disegni mortiferi, rendendo l’eutanasia un fatto normale. In questo soqquadro etico, all’università tengono a precisare che il diritto prescinde da ogni valutazione morale: la legge è divenuta una sorta di “mercanteggiamento” – tra individui; la regola da rispettare è frutto di uno scontro dialettico tra forze politiche, il giusto per la comunità sarebbe ciò che viene deciso dal più forte, dalla mitica maggioranza. Tale meccanismo con cui si forma la mitica “volontà della nazione” risale al “contratto sociale” teorizzato da materialisti quali Hobbes, Locke, Rousseau, che vagheggiavano un uomo uscito dalla condizione amorale “di natura”, che poi trasferiva in toto il potere decisionale ad un’entità superiore, lo Stato, che incarnerebbe così la volontà simultanea di tutti gli uomini, visti come comunità di eguali.

Dalla concezione contrattualistica sorge il costituzionalismo moderno: per gli illuministi la nascita di uno Stato non è un processo storico, connesso alla maturazione di un popolo, ma si riduce ad un’operazione intellettuale. La Carta Fondamentale è un manifesto ideologico che funge da dichiarazione d’indipendenza, ma prefigura anche il sistema utopico abbracciato dalla nuova entità politica, da cui scaturirà l’Uomo Nuovo.

La Repubblica Serenissima, invece, si formò nell’Alto Medioevo come schietta ed immediata espressione di un popolo già formato da oltre un millennio, avente una propria cultura ed una propria identità. Questa sostanza non necessitava di proclamazioni ideologiche: i Veneti, proiettarono l’immagine del loro Stato su un piano alto, sacro e metafisico: la Verità rivelata. Ciò si doveva alla sovranità discesa da Dio.

San Marco protettore della Veneta Nazione è il perno su cui ruota la consapevolezza che il nostro popolo ha di sé. Il patriziato veneziano, che ne reggeva le sorti, non era una fonte divinizzata di potere umano, teocratica o autocratica, come accadrà per i Savoia nello Stato ottocentesco, esempio del potere napoleonico. Al contrario, qui abbiamo una Nazione che si consacra ad un Evangelista, uno dei quattro testimoni che annunciano al mondo la salvezza in Cristo. Il Vangelo di Marco è simbolo nazionale e patrimonio di valori, insieme: rappresenta la apostolo Pietro raccolta da Marco e trascritta traducendola in Greco. Per anno 48 Pietro inviò Marco ad Aquileia; il santo vi rimase due anni predicando il Verbo e consentì che i sedici capitoli del suo racconto venissero copiati.

Marco tornò a Roma assieme al carnico Ermagora, da lui scelto, perché Pietro desse a costui l’incarico ufficiale di guidare come primo Vescovo i Cristiani di Aquileia. Rientrando da Aquileia a Ravenna attraverso i Sette Mari con una barca a vela, una bufera li costrinse ad attraccare su un isolotto della laguna veneziana, Rivo Alto, dove Marco ebbe la visione mistica che profetizzava la sua sepoltura in una magnifica nuova città (Venezia); l’angelo gli profetizzò: Pax tibi Marce, Evangelista meus, qui riposeranno le tue spoglie. Pietro inviò poi Marco a far proseliti ad Alessandria, metropoli di un milione di abitanti, dominata dal tempio pagano del dio Serapide. Mentre celebrava la messa di Pasqua, l’Evangelista fu vittima della persecuzione religiosa e non sopravvisse al secondo giorno di detenzione, morendo il 25 aprile dell’anno 68. Il corpo fu incendiato, ma la leggenda vuole che una violenta bufera abbia disperso le fiamme, sicché le sue spoglie si salvarono.

Gli albori della Chiesa Veneta risalgono alla Diocesi Metropolitana di Aquileia, che fu l’originario centro d’irradiazione della predicazione evangelica dal comprensorio alpino-padano verso il Centro Europa. Nel 568 il Vescovo Metropolita con tutto il popolo riparò a Grado per proteggersi dall’invasione longobarda che investì Aquileia; i Longobardi occuparono la Venetia di Terra e smembrarono l’antica X Regio Venetia et Histria. Ciò fece sì che dal VII secolo la Venetia Maritima rafforzasse la sua indipendenza politica sia dai regni barbarici, sia dall’Esarcato bizantino. Con l’elezione di Candidiano a Vescovo Metropolita di Grado nel 606, i Vescovi suffraganei abbandonarono in maggioranza lo scisma a difesa dei Tre Capitoli.

Nel 607, però, i Cristiani soggetti al dominio longobardo (rimasti scismatici) disconobbero Candidiano ed elessero ad Aquileia Giovanni, come proprio Vescovo metropolita. Anche quando il Patriarca di Aquileia abbandonerà lo scisma nel 698 permarrà la divisione, perché questi pretenderà di essere l’unico vero Patriarca avente giurisdizione anche sulle Venetiae. Tuttavia, in ogni tempo il Patriarcato di Grado resterà la roccaforte della Chiesa nazionale veneta e Venezia ne difenderà con successo le prerogative presso il Soglio Pontificio; Roma darà man forte ai Veneti vedendo in loro i fedelissimi difensori della Dottrina.

Nell’828 una spedizione veneta giunse ad Alessandria per salvare le reliquie di Marco Evangelista e portarle in Patria: del gruppo facevano parte i mercanti Bon da Malamocco e Andrea, detto Rustego da Torcello. Partiti nel novembre 827 con 10 navigli, si staccarono dalla flotta con la nave San Nicola di proprietà di Buono per raggiungere Alessandria. I due mercanti avvicinarono i padri custodi del santuario, Staurazio e Teodoro, che li avvisarono che il califfo di Alessandria, Mamum, voleva costruire nuove moschee usando colonne e marmi delle chiese cristiane. I quattro allora decisero di nascondere i resti in ceste di vimini sotto foglie di cavoli e di carne di maiale kanzir (che gli islamici, considerandola impura, non avrebbero mai toccato) e li caricarono sulla nave. Il 31 gennaio 828 il manipolo di coraggiosi arrivava nel porto di Olivolo, sede vescovile nel sestiere di Castello, per ricevere l’accoglienza del vescovo Orso, del doge Giustiniano Partecipazio e dell’intera città lagunare. Nel Duecento l’antico centro di Rivoalto prenderà il nome di Venezia e manterrà il suo grande fervore religioso. Nel 1451 il Patriarcato di Grado si trasforma in Patriarcato di Venezia: la sede episcopale diviene la basilica di San Pietro di Castello, avendo il Vescovo veneziano assorbito il titolo patriarcale gradense assumendo la giurisdizione delle diocesi suffraganee.

La Chiesa Veneta fu sempre formata per intero da gente del posto. I ministri del culto erano eletti dal popolo, sicché quelli erano i “loro” preti. In un primo tempo i Vescovi furono prelati originari dei dintorni, in seguito furono estratti dalla nobiltà patrizia, come pure il Patriarca. Per secoli anch’essi erano eletti dal popolo riunito in Arengo, ma a partire dal Rinascimento vi provvide il Senato; erano mandati a Roma solo per l’investitura formale con il pallio. Roma controllava solo la dottrina: i Veneti di oggi sono increduli davanti al fatto dichiarato in ogni forma ufficiale che a legittimare l’esistenza dello Stato vi era la Fede. Questo apparirebbe in contrasto con il fatto che la religione del nostro popolo era custodita da un centro di potere straniero, quale era Roma, non solo istituzione religiosa come Chiesa Cattolica, ma anche istituzione politica, in quanto Stato Pontificio. Questa contraddizione è apparente, dato il principio di laicità, sopra esposto, che permetteva di preservare la Repubblica da qualsiasi pressione esterna.

Si ricordano episodi in cui Roma mal utilizzò la propria autorità spirituale lanciando formidabili interdetti (scomuniche generali) contro la Serenissima, per questioni di mera natura politica: l’esempio classico è fornito dall’espansione veneziana su territori pontifici, come il Ferrarese, oppure quello emesso durante la guerra contro la Lega di Cambrais. Nel Seicento insorsero contrasti tra Roma e Venezia, dopo la Riforma Cattolica; il Doge Leonardo Donà dalle Rose e il Consultore de Iure, il Padre servita Paolo Sarpi si opposero alle intromissioni della Santa Sede in materia di giurisdizione. Roma si doleva che circolasse una quantità di libri proibiti dall’Indice e si condannassero gli eretici a pene troppo lievi. Paolo V ingiungeva alla Serenissima di revocare le leggi che limitavano la mano morta, cioè l’accumulo sproporzionato in capo ai monasteri di proprietà immobiliari ottenute con donazioni e lasciti testamentari; poi pretendeva di farsi consegnare due religiosi condannati per reati comuni, ma tale giurisdizione apparteneva legalmente al giudice secolare, quindi lo Stato riteneva di punirli da sé. Poiché il Veneto Governo non cedeva, il Vaticano lanciava l’Interdetto, con il divieto al clero veneto di tenere Messa ed impartire sacramenti. Ecco che la Repubblica formava una commissione d’esperti per resistere nelle forme opportune, sotto la guida del Consultore in iure, fra Paolo Sarpi. Il Senato Veneto vietò che fosse esposto al pubblico il breve pontificio con cui si inibivano le sacre funzioni ordinando al clero locale di proseguire indisturbato nella vita religiosa. Solo alcuni ordini religiosi s’attenevano alle direttive romane; il Senato decideva così di espellere dallo Stato l’ordine riottoso dei Gesuiti. A ben vedere, erano problemi politici privi d’incidenza sulla sfera dottrinale.

Nel Discorso dell’origine, forma, leggi ed uso dell’Uffizio dell’Inquisizione nella città e dominio di Venezia fra’ Paolo Sarpi spiega: «Tra le perverse opinioni, de’ quali abbonda il nostro secolo infelice, questa ancora è predicata, che la cura della Religione non appartenga al Principe, qual è colorata con due pretesti. L’uno, che per esser cosa spirituale, e divina, non s’aspetti all’autorità temporale. L’altro, perché il Principe, occupato in maggiori cose, non può attendere a questi affari. È certo degna di maraviglia la mutazione, che il mondo ha fatto. Altre volte li santi Vescovi niuna cosa più predicavano, e raccomandavano ai Principi, che la cura della Religione. Di niuna cosa più li ammonivano, che del trascurarla. E adesso niuna cosa più si predica, e persuade al Principe, se non che a lui non si aspetta la cura delle Cose Divine, con tutto che pel contrario la Scrittura Sacra sia piena di luoghi dove la Religione è raccomandata alla protezione del Principe dalla Maestà Divina, la qual anco promette tranquillità, e prosperità a quei Stati, dove la Pietà è favorita, si come minaccia desolazione, e distruzione, a quei governi dove le cose divine son tenute come aliene». «La vera Religione essendo fondamento dei Governi, sarebbe grande assurdità… il lasciarne cura totale ad altri, sotto pretesto che sono [cose] spirituali, … la cura particolare della Religione è propria delli Ministri della chiesa, siccome il governo temporale è proprio del Magistrato, ed al Principe non conviene esercitar per se medesimo né l’uno né l’altro, ma indirizzar tutti, e lo star attento, perché niuno manchi all’Uffizio suo, e rimediare alli difetti delli Ministri: questa è la cura del Principe così in materia di Religione, come in qualsivoglia altra parte del Governo».

La Serenissima rimase stabile nei secoli perché conosceva il vero Bene. La Giustizia si traduceva in rigore per limitare i forti e in clemenza per sollevare i deboli. L’esperienza veneta dimostra che la compattezza della società e la solidarietà interclassista non si ottengono con leggi scritte, ma con valori spirituali comuni, diffusi con l’educazione. La separazione incolmabile tra Stato e Fede è all’origine del crollo della società odierna: per uscirne ci vuole il coraggio di proiettare la vita pubblica e privata sul modello collaudato della Tradizione, che deve assumere il carattere dell’ufficialità, facendo salvi i possibili distinguo. Non si tratta di coartare le coscienze a credere alcunché: si riconosca invece il dovere dello Stato di tenere a riferimento la Civiltà Cattolica, che il nostro popolo ha edificato attraverso i secoli. L’alternativa liberale non sta producendo nessuna libertà, ma solo la dissoluzione delle coscienze e della società.

Le fattezze leonine dell’Evangelista Marco, il Nuovo Testamento aperto con ardente fierezza, l’incipit dell’iscrizione che risuona nella parola Pax, tutto nel nostro storico emblema nazionale riporta ad un cattolicesimo militante. La Civiltà dei nostri Avi ci pone un solo vero problema: è al di sopra di noi. Concludiamo con una sublime testimonianza: l’incantevole madrigale settecentesco scritto dal N.H. Zaccaria Vallaresso per un mottetto di Antonio Lotti, Spirto di Dio, che accompagnava l’andata del Doge con il Bucintoro alla chiesa di San Nicolò al Lido il giorno della Sensa, con le Autorità civili, religiose e gli ambasciatori stranieri. Le parole del poeta nobiluomo raccontano che lo Spirito Divino posò i piedi sulle acque della Laguna rendendo la nostra Fede religiosa la più salda e pura, temprata dalle durissime prove sostenute nel corso dei secoli. Per questo la Veneta Fortuna è destinata a durare fine alla fine del mondo.

Spirto di Dio, ch’essendo il Mondo infante,
Tanto sull’onde il pié posar vi piacque,
Fate liete quest’acque,
Dove la nostra Fe’ più salda e pura
Di pietà e di valor con prove tante
Dei secoli nel corso intatta dura,
E stendesi regnante,
Da mare a mar la Veneta Fortuna
Fin ch’Ecclissi fatal tolga la Luna.

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