VENEZIA SOVRANA… MAI ITALIANA

Ettore BeggiatoVogliamo riproporvi una storica risposta data ad Ettore Beggiato dal celebre giornalista Indro Montantelli. Beggiato  nel 1996 interpella il giornalista chiedendo spiegazioni in merito ad un’affermazione presente nel libro “Schei”, di Gian Antonio Stella, dove la Repubblica Veneta viene presentata come “una civiltà non italiana (quale la Serenissima mai fu né mai si sentì), ma europea e cristiana” Ecco cosa risponde Montanelli:

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INDRO MONTANELLICaro Beggiato, la mia affermazione non pretende affatto di essere originale e peregrina. Essa è condivisa da tutti gli storici di Venezia perché è la storia di Venezia che la suggerisce, anzi la impone. Venezia non svolse mai una politica italiana come il Piemonte dei Savoia, la Lombardia degli Sforza, la Toscana dei medici, gli Stati del Papa eccetera, che consumarono il loro tempo e le loro sostanze a contendersi il dominio della penisola. Di questa, Venezia, non tentò mai di sottomettere alla propria sovranità più di quanto le occorreva per tenersi al riparo da eventuali attacchi terrestri e per impedire ai rivieraschi della laguna di sviluppare centri e mercati che della laguna potessero turbare gli equilibri e fare concorrenza a Venezia; sotto la sua sovranità una Mestre non sarebbe mai nata. Quanto alle preesistenti città che vi erano incluse, compresa la sua Vicenza, non credo che del dominio veneziano conservino buon ricordo, perché invece di favorirne lo sviluppo, lo compresse.

Comunque, per vedere com’era orientata la diplomazia veneziana e quali interessi vi prevalessero, basta leggere i famosi rapporti dei suoi altrettanto famosi ambasciatori, esemplari modelli di analisi politiche (io, sia chiaro, non li ho letti tutti, ma qualcuno sì) per capire che la Serenissima non fu mai in gara per la supremazia in Italia, ma per quella sui mari (Adriatico, Mediterraneo, Mar Nero), per l’espansione e la difesa del suo vasto impero costiero e insulare che dall’Istria e dalla Dalmazia si estendeva a tutto l’arcipelago greco fino alle coste turche di Costantinopoli. Era in quella direzione che Venezia guardava, non verso l’Italia, di cui le premeva soltanto una cosa: che restasse divisa in tanti staterelli litigiosi in modo che nessuno di essi prendesse il sopravvento e diventasse una minaccia anche per lei.

Qustato da maresta è la storia e la tradizione di Venezia: non lo dico io, sta scritto nei fatti, e fa ancora sentire i suoi effetti. I Veneziani di oggi non hanno certamente il carattere, la fierezza e la forza dei loro antenati, grandi come marinai, come mercanti e come predoni che per secoli tennero in pugno un impero, di cui tutto si può dire tranne che fosse italiano, ma ne conservano certe pretese: come quella di considerare il dialetto una lingua e di usarla come tale non solo nel parlato (parlare in veneziano è per un veneziano di qualsiasi condizione, anche la più elevata, un segno di distinzione), ma anche nello scritto, e non senza qualche ragione, perché, per esempio, il repertorio più genuino del teatro italiano è quello veneziano. Insomma, l’italianità di Venezia è quasi soltanto geografica. E forse su questo, pur nella sua ignoranza, faceva assegnamento Bossi scegliendola come capolinea della sua scalognata marcia. Ma l’isolazionismo veneziano ha connotati troppo aristocratici per identificarsi con un secessionismo sbracato e sgangherato come quello della Lega. Comunque, caro Beggiato, lei è padronissimo di dissentire dalle mie opinioni. Ma se legge o rilegge la Storia di Venezia, vi troverà ben poco conforto di quelle che immagino siano le sue.

Indro Montanelli

Il “botta e risposta” risale al 1996, trovate l’originale cliccando qui –> vai all’articolo

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7 risposte a VENEZIA SOVRANA… MAI ITALIANA

  1. Giorgio ha detto:

    Ottima sintesi storica: non condivido l’opinione di chi mischia Veneto e Venezia come se fossero un’unica cosa….mi viene da dire che forse c’era molto più amore per il Leone a Candia che, per esempio, a Treviso.

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  2. Luca Segafreddo ha detto:

    Ma di che cosa stai parlando, Giorgio? E, soprattutto, di quale periodo storico della Serenissima? Citi l’amore di Candia per Venezia, dove le rivolte interne, spontanee o fomentate ora dall’Imperatore d’Oriente, ora dai Genovesi, furono ripetute contro il dominio della Serenissima. Una di esse, nel secolo XIII, durò addirittura 18 anni. A parte le vestigia storico/archeologiche dell’odierna Creta, dove lo trovi il vessillo di San Marco garrire sull’isola oggi? Una volta entrato nell’orbita della Serenissima, l’entroterra Veneto si fuse e s’identificò a pieno con la Sua forma di governo e a prova di ciò furono le sanguinosissime insurrezioni, nate e fatte anche dalla gente comune, nel corso del dominio straniero, come quella del luglio 1809 a Loria e Bessega il giorno 8 e a Schio il giorno 10, sempre sotto il segno del Leone. Non parliamo neanche delle Pasque Veronesi. Senza questo passato di amore incondizionato, non si spiegherebbero i continui e ripetuti ritorni al desiderio d’indipendenza di queste terre e di migliaia dei loro figli. I Veneti emigrati, e la mia famiglia ne sa qualcosa, sono rimasti Veneti addirittura nella lingua parlata dopo 5 o 6 generazioni, in molte zone del Brasile e del Messico dove, in epoca moderna, sono state innalzate colonne con il glorioso Leone di San Marco nelle piazze e nei parchi pubblici. Bene hai fatto ad anteporre la parola “forse” perchè non è davvero questo il caso.

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  3. Eugenio ha detto:

    Di questa opinione di Idro Montanelli la condivido solo in parte.Quando dice che la sua Vicenza ,non credo che del dominio Veneziano conservino un buon ricordo,perchè invece di favorirvi lo sviluppo lo compresse,avrei voluto vedere se Vicenza era sotto ,Milano quale sviluppo avrebbe avuto..Poi quanto dice i Veneziani (o Veneti )di oggi non hanno il carattere,la fierezza ,e la forza dei suoi antenati,Grandi perchè tennero in pugno un Impero.Forse il Montanelli dimentica che negli ultimi 50 anni il Veneto è stato invaso da Italiani e da Forrestieri ,Quindi i Veneti stanno diventando una minoranza a casa loro ,è logico che ci sia un Decadimento ,allora ho che si bloccano le emmigrazioni ,e si fanno tornare i veri Veneti ,ho avremo una Picola Italia su un presunto modello Svizzero .

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  4. Luca Segafreddo ha detto:

    Eugenio fa un commento adeguato. Indro Montanelli ha utilizzato, secondo il mio modesto parere, un termine errato. Le corporazioni Veneziane tendevano, ovviamente, a privilegiare la propria attività e quella dei loro accoliti e allora, come adesso, la nascita e lo sviluppo di una concorrenza, potenziale o effettiva, non è che fosse la benvenuta. Le corporazioni, non lo Stato Veneziano, possono aver visto in malomodo uno sviluppo artigianale al di fuori della propria cerchia. Per citare un caso Vicentino, la riprova di questo si ebbe quando rientrò in Italia l’ambasciatore della Serenissima presso la corte di Londra, Nicolò Tron. Egli aveva visto direttamente le migliorie e le applicazioni pratiche delle nuove tecnologie inventate in Inghilterra nell’industria tessile. Al rientro volle impiantare una propria attività a Venezia e lì si scontrò con le corporazioni locali, che l’ostacolarono in ogni modo. Schio, in quel tempo, aveva da poco ottenuto la licenza di produrre i “panni alti” da Vicenza e Nicolò Tron, patrizio Veneziano, non fece altro che trasferirvisi ed ivi fondò il famoso Lanificio di Schio, nel 1718, prima filatura italiana della storia, mossa da macchinari moderni importati dall’Inghilterra e gestiti da tecnici Inglesi che il Tron fece trasferire con famiglie al seguito, anticipando di qualche decina d’anni la prima rivoluzione industriale inglese. L’impronta e l’impulso ad un certo tipo di sviluppo che in Tron seppe dare a Schio prima ed a Follina più tardi, segnarono indiscutibilmente il percorso industriale futuro di quelle che sarebbero divenute le province di Vicenza e Treviso, il vero motore industriale del Veneto nel fenomeno del “nordest”. Se al governo della Serenissima non fosse andato bene, il Tron non avrebbe fondato fabbrica alcuna e una Vicenza oppressa non sarebbe diventata quello che è.

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  5. Mario ha detto:

    Secondo me molti di noi sono ancora sostanzialmente leghisti e lo dico col dolore nel cuore, perché mi sembra che se per qualcuno in Italia sia doveroso contrastare la pseudocultura leghista quel qualcuno debba essere proprio chi risiede in Veneto e ama la propria terra. Agli adoratori del grande nord bisogna ricordare che dopo la caduta della Repubblica (dovuta principalmente alla ribellione delle elites delle province lombarde, opportunamente guidate dalle trame della massoneria meneghina), le varie cisalpine, repubbliche italiane, regni italici, furono tutti regimi pervicacemente milanocentrici e sotto il controllo di una burocrazia lombarda ed emiliana esponente di quei ceti che avevano partecipato alla rivoluzione giacobina con il massimo entusiasmo, soprattutto nella convinzione di potersi rifare di secoli di anonimato e di servilismo, e che durante l’intero periodo di egemonia francese sull’Italia centro settentrionale diedero alle province venete la stragrande maggioranza dei prefetti così come degli ufficiali dell’esercito e della gendarmeria. Per precisa disposizione del Bonaparte che evidentemente sui loro disegni egemonici contava parecchio. Per non parlare dei feudi imperali che Bonaparte si guardò bene dall’insediare nel resto del nord Italia, collocandoli tutti nelle province ex venete di terraferma e d’oltremare recentemente acquistate a seguito del trattato di Presburgo. Benefici, questi, che ovviamente i Veneti avrebbero dovuto finanziare di tasca propria. Quindi vedete bene come non sia stata Roma la prima ad averci considerati terra di conquista se già da prima eravamo caduti in balia di interessi che di fraterno e patriottico avevano ben poco. Interessi per giunta protetti dall’ingerenza delle armi straniere.
    Fino a quando non maturerà o verrà ricuperata una vera identità regionale, il Veneto, privo di un perno attorno al quale ruotare, continuerà a gravitare ancora a lungo su Milano e a dividersi sulla base di campanilismi stucchevoli e storicamente incomprensibili. Continueremo ad assecondare esattamente quella frammentazione che ci si è voluto imporre da due secoli in qua facendo leva sulla nostra ignoranza storica e sulla nostra incapacità a dar vita ad un ceto dirigente degno di questo nome e in grado di rappresentarci.
    Che Venezia sia la capitale del Veneto a me sembra una cosa scontata. Anche se noi fossimo così miopi da continuare a tirarci la zappa sui piedi resterebbe comunque il nome stesso di quella città a ricordarci che Veneto e Venezia sono due termini con la stessa radice, ossia che derivano l’uno dall’altro.
    Il problema è che oggi Venezia si è ridotta ad avere la rilevanza demografica di un paesino in continuo spopolamento e ad avere di conseguenza anche le ambizioni di un paesino.
    Quindi non è il caso di stupirsi se i suoi abitanti, per tre quarti foresti (di Veneziani originari se ne trovano forse soltanto nel ghetto) hanno una visione così distorta e municipale del luogo in cui risiedono.
    Veramente possiamo dire con Fogliata che spetta al Veneto riprendersi Venezia e non viceversa.

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  6. L’intervento memorabile di Indro Montanelli rimarca una volta di più come questo vero giornalista fosse di mille leghe al di sopra dei pennivendoli che blaterano a vuoto sugli italici quotidiani. Su un punto, però, il buon Indro (che a Venezia spese una delle battaglie civili più importanti della sua vita, quella contro la costruzione del canale dei petroli e la speculazione sulle aree convertite a destinazione industriale a Porto Marghera) ha preso una bella cantonata ed è quanto dice della Veneta Serenissima Repubblica che “quanto alle preesistenti città che vi erano incluse, compresa la sua Vicenza, non credo che del dominio veneziano conservino buon ricordo, perché invece di favorirne lo sviluppo, lo compresse”.
    Proprio nel punto in cui voleva criticare Ettore Beggiato, ragionava un po’ da non veneto, da “toscanaccio” qual’era.
    Verissimo quanto scritto in un intervento qua sopra: tra Cinquecento e Settecento, gran parte della Terraferma Veneta godette di uno sviluppo senza pari in Europa: bonifiche gigantesche seguite alla diversione di grandi fiumi, uno sviluppo agricolo fenomenale che fece premio sulla diffusione delle incantevoli ville venete, ma anche sulle accademie agrarie, dove nobiluomini e borghesi veneziani e veneti mettevano a punto metodi di coltivazione all’avanguardia, ma soprattutto il grandioso sviluppo della manifattura tessile nella Pedemontana. Venezia trattava le città venete come le sue figliole: tutte furono favorite per le loro migliori vocazioni, come Brescia per l’industria armiera, o Padova per il suo “Studio” (Università). Un titolo di merito, però, vantava proprio Vicenza sulle altre città consorelle, descritta in alcune fonti ufficiali veneziane come “figlia prediletta” della “Dominante”.

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