LE PASQUE VERONESI – PARTE 3^ – LA BATTAGLIA

adattamento da un testo del Comitato per la Celebrazione delle Pasque Veronesi *

Proseguiamo il racconto dei fatti noti sotto il nome di Pasque Veronesi. In questa parte si descrive il cuore della insurrezione, la rivolta in città, le battaglie, fino alla capitolazione finale ai francesi.

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Consiglio di guerra delle Autorità veronesi e venete in Verona (22 marzo 1797). Verona decide di non voler fare la fine di Crema, Bergamo e Brescia, tradite da sudditi infedeli della Serenissima sotto copertura delle armi francesi, separate a forza da Venezia e poi consegnate di fatto a Napoleone. Verona riafferma invece la sua fedeltà a San Marco e al legittimo Governo veneto, da cui mai potrà essere distolta se non con la violenza e si prepara a resistere in armi contro giacobini e rivoluzionari, affidando al Generale Antonio Maffei la propria difesa, su indicazione del Sindaco Francesco degli Emilei. Tavola di Giorgio Sartor. Particolare.

Il 17 aprile 1797, Lunedì dopo Pasqua, le continue provocazioni francesi fanno sorgere i primi incidenti.

Quando, alle 17, durante i Vespri, le batterie dei castelli sovrastanti la città e che sono in mano nemica, iniziano a cannoneggiarla, i veronesi esasperati insorgono come un sol uomo al grido di Viva San Marco!, mentre le campane a martello avvisano anche il contado che la sollevazione generale è iniziata.

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Rivista delle truppe venete e degl’insorti a San Pietro in Cariano da parte delle Autorità veneziane e veronesi, alla vigilia dell’insurrezione delle Pasque Veronesi. La Valpolicella offre tutti i suoi uomini per la difesa della Patria. Tavola di Giorgio Sartor. Particolare.

Per nove giorni si combatte casa per casa; tutte le porte sono liberate; assaltate le piazzeforti; inviate richieste d’aiuto a Venezia, nel cui nome e nel cui interesse si battaglia e si muore e all’Impero, che però proprio in quei giorni aveva siglato con Bonaparte i preliminari di pace a Leoben. Il popolo, inesperto nel maneggio dei cannoni, è soccorso da sei artiglieri imperiali, liberati dalla prigionia di guerra. Si assedia Castelvecchio.

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Il Conte Antonio Maria Perez (il figlio) guida le truppe popolari (cernide) all’assalto di Castel San Pietro, che dalla collina domina Verona. Tavola di Giorgio Sartor. Particolare.

Trasportati i pezzi da fuoco sui colli di San Mattia e di San Leonardo, il popolo cannoneggia dall’alto i rivoluzionari francesi asserragliati dentro Castel San Pietro e Castel San Felice: altri duecento soldati imperiali combattono confusi nella mischia.

A capitanare i veronesi sono il Conte Francesco degli Emilei, Provveditore di Comune, praticamente il Sindaco della città allora, ed il Conte Augusto Verità.

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I veronesi s’impadroniscono di tutte le porte cittadine, ne sloggiano i soldati francesi (costringendoli alla resa) e riaprono le comunicazioni con il resto della provincia e con la capitale, Venezia. Porta Nuova è espugnata personalmente dal Conte Francesco degli Emilei, Sindaco della città, alla testa dei suoi uomini. Tavola di Giorgio Sartor.

A migliaia i contadini si precipitano a soccorrere Verona. Giungono per primi gli abitanti della Valpolicella, che si offre di condurre tutti i suoi uomini; scendono i montanari dalla Lessinia; altre colonne di volontari in armi arrivano dalla bassa e dall’est veronese. Il popolo avanza palmo a palmo verso i forti, respinge ogni tentativo di sortita da parte del nemico e tratta da traditore chiunque voglia patteggiare con lui.

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Alle 17 del Lunedì dell’Angelo, 17 aprile 1797, i forti sulle colline sovrastanti Verona, in mano ai francesi, iniziano il cannoneggiamento della città, interrompendo le funzioni religiose dei Vespri nelle chiese. Una folla atterrita ed esasperata si riversa per le strade e confluisce nelle piazze. Si leva il grido: “Subito all’armi! Si massacrino i francesi. Viva San Marco! Viva San Marco!” Tavola di Giorgio Sartor.

L’infido Generale Beaupoil, che dai castelli sopra la città, la batteva con le artiglierie, disceso a parlamentare, ben presto perde tutta la sua tracotanza, piagnucola e si vede salvata la vita dal Marchese Giona, che lo sottrae al linciaggio della folla esasperata.

Gli ebrei del ghetto parteggiano senza esitazione per i nemici, offrendo loro ricetto e armi. Dalla perquisizione del ghetto saltano fuori in effetti tre casse di esplosivo ed altro materiale bellico, da essi occultato, per metterlo a disposizione dei rivoluzionari francesi.

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Assediato dai veronesi, Castelvecchio sta per capitolare e issa bandiera bianca. Per parlamentare col nemico gl’insorti commettono però l’imprudenza di avvicinarsi troppo. Caricato un cannone a mitraglia, i rivoluzionari francesi sparano a tradimento, rovesciando sui veronesi un torrente di fuoco e di morte. Anche a questo ricorse il più potente esercito del mondo, per aver ragione degl’insorgenti. Tavola a colori di Michele Nardo.

Castelvecchio alza bandiera bianca: viene ordinato il cessate il fuoco, ma i rivoluzionari francesi, scorgendo che gli assedianti, imprudentemente, si erano troppo avvicinati al castello, aperte le porte, ne approfittano per scaricare a tradimento contro di loro un cannone a mitraglia, facendone strage.

Una pattuglia imperiale, che reca purtroppo la notizia dei preliminari di pace a Leoben, è accolta in delirio dalla popolazione che la crede invece un’avanguardia degl’Imperiali, prossimi a liberare la città dagli odiati giacobini.

A Pescantina l’eroica resistenza degli abitanti blocca l’avanzata di una colonna francese, impedendole di traghettare l’Adige, eroismo che diciannove pescantinesi, fra cui donne e bambini, pagano con la vita, moschettati o arsi vivi nelle loro case.

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20 aprile 1797: l’esercito Veneto-Scaligero ingaggia battaglia a San Massimo e a Santa Lucia. Per l’ultima volta la vittoria arride ai soldati di San Marco. Tavola di Giorgio Sartor. Particolare.

A Venezia, intanto, Emilei non ottiene gli aiuti sperati e deve rientrare a mani vuote. Sul lago il Generale Maffei, attaccato dagli eserciti francesi provenienti da Milano, deve arretrare, fedele alla consegna del Senato di non scontrarsi con essi, ma a San Massimo e a Santa Lucia il 20 aprile s’ingaggia battaglia aperta; lo scontro volge in un primo tempo a vantaggio dei soldati veneti ed è quella l’ultima volta che la vittoria arride a San Marco, ma poi, sopraffatti dal numero, essi sono costretti a ritirarsi tra le mura.

La sorte della città, privata di ogni soccorso esterno, è tuttavia segnata; ma il popolo non vuole ancora arrendersi.

In provincia si susseguono le esecuzioni sommarie: in località Ca’ dei Capri, presso San Massimo, cade fucilato sotto il piombo francese un giovanissimo sacerdote, Don Giuseppe Malenza, che guidava un gruppo d’insorgenti. Dalle alture i giacobini veronesi, traditori della loro Patria, suonano fanfare militari per l’imminente crollo dell’aborrita Verona.

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Combattimenti fra insorgenti e truppe francesi in Piazza delle Erbe, a Verona. Tempera su tela di Quirino Maestrello.

Infine, assediata da cinque eserciti, bombardata giorno e notte, tradita dai Provveditori Veneti che l’abbandonano per ben due volte pur di non violare la chimerica neutralità, Verona capitola il 25 aprile 1797, giorno di San Marco, dichiarando al tempo stesso, con un gesto simbolico che sottolinea il disprezzo per l’ignavia ed il tradimento dei veneziani e che la eleva a rango di capitale, cessato il dominio veneto su di essa.

Alla fine di nove giorni di combattimenti i francesi contano a centinaia le vittime lasciate sul campo in quella che è diventata, per l’esercito più potente d’Europa, una cocente sconfitta militare.

Circa 2.400 sono inoltre i prigionieri transalpini catturati, dei quali 500 militari, altri 900 appartenenti al personale civile dell’esercito napoleonico assieme ai loro familiari: tutti erano stati condotti in Piazza dei Signori, presso il palazzo dei Rappresentanti veneti a Verona. Altri 1.000 francesi, infine, degenti negli ospedali cittadini, sono ivi piantonati dagli stessi veronesi per preservarli da ogni vendetta.

Soltanto 350 sono invece le vittime veronesi: alle quali devono però aggiungersi circa due terzi dei 2.500 fanti della guarnigione veneziana che presidiava Verona, deportati in massa in campi di prigionia in Francia e ivi periti di stenti. Cosa che fa ascendere a 2.057 il numero totale dei caduti veronesi e veneti della sollevazione.

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Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi
Via L. Montano, 1 – 37131 Verona
Telefono : 329/0274315 e 347/3603084
Web : www.traditio.it
Mail : pasqueveronesi@libero.it

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5 risposte a LE PASQUE VERONESI – PARTE 3^ – LA BATTAGLIA

  1. Associazione Europa Veneta ha detto:

    Se ammontano a 2.500 i fanti della guarnigione veneziana a difesa di Verona che vengono, deportati in massa in campi di prigionia in Francia, forse si è trascurato di precisare che la Veneta Serenissima Repubblica aveva comunque sostenuto i combattimenti in difesa della Città: quindi, per quanto in misura insufficiente, non c’erano solo Austriaci a battersi contro i Francesi, ma anche i Veneziani, pur intrappolati nella politica della trattativa diplomatica con il nemico invasore. Questa politica forse troppo prudente ebbe più sfortuna di quanto ci si poteva ragionevolmente aspettare, a causa dei travolgenti e inauditi successi bellici di Napoleone, che travolse ben quattro armate austriache in successione, arrivando già nell’aprile 1797 a minacciare Vienna.

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  2. Ugo Comparin ha detto:

    Questa è storia; no le panzane che insegnavano a noi e che tuttora insegnano ai nostri figli.

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  3. Mario ha detto:

    Anni or sono rinvenni presso l’archivio di stato di Treviso una missiva inviata dal sindaco di Maser al delegato politico di Asolo con la quale si comunicava l’arresto di un mendicante privo del foglio di viaggio, tale Girolamo Pilla di Angarano, sedicente militare della ex Repubblica Veneta, solito percorrere assieme alla moglie i paesi della pedemontana. L’uomo, sorpreso dalla pattuglia civica, rifiutatosi di rilasciare alcuna deposizione, verrà condotto sotto scorta al vice prefetto di Bassano. La testimonianza del sindaco e del servitore pagato perché lo accompagnasse nella questua lo descrivono come vestito della sua divisa e privo del braccio manco. In pegno aveva lasciato all’oste del paese il proprio palosso, fattogli recapitare dalle autorità in un secondo momento. Tutto ciò avveniva nel Marzo del 1806. Alla ricerca di ulteriori notizie su questo personaggio mi imbattei in seguito tra i registri di protocollo della prefettura del Tagliamento in una nota dello stesso anno relativa alla deportazione a Milano de “il refrattario Pilla”. Misi allora l’arresto del Pilla in relazione con un decreto vicereale di poco successivo che ordinava ai parroci di rendere noti i nominativi dei militari ex Veneti che non avessero prestato giuramento dopo il trattato di Campoformio o avessero militato sotto insegne straniere. Evidentemente cominciavano a drizzare le orecchie. Probabilmente quest’uomo fu tra coloro che vennero deportati in Francia dopo le Pasque e in qualche modo riuscirono a tornare in patria. Feci anche delle ricerche, per quanto non approfondite come avrei voluto, all’archivio dei Frari presso il fondo dell’Inquisitorato ai ruoli pubblici, ma non riuscii ad identificare il reggimento di provenienza del Pilla. Tante cose si potrebbero scrivere sugli eventi che fecero da apripista alle insorgenze del 1809. Costituiscono quasi la preistoria delle annotazioni cronachistiche raccolte da Beggiato nel suo libro e dimostrano come quello che avvenne di lì a poco non fu affatto una serie di moti avventizi e manchevoli di una strategia unitaria.

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