PER NON DIMENTICARE – 9 OTTOBRE 1963

di Anna Iseppon

TARGAEra il 9 ottobre del 1963 quando, alle ore 22.39, un’enorme frana staccatasi dal Monte Toc si riversò nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont: 270 milioni di metri cubi di roccia, tre volte il volume dell’acqua contenuta nell’invaso, caddero nel lago ad una velocità di oltre 100km/h (l’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria fu di intensità pari a quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima).

L’onda che ne derivò distrusse gli abitati lungo le sponde del lago nei comuni di Erto e Casso e, scavalcando la diga, si riversò nella valle del Piave distruggendo quasi completamente il comune di Longarone ed i suoi limitrofi. Le vittime di questa tragedia furono quasi 2.000 (1.450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso, quasi 200 originarie di altri comuni), 487 di queste erano bambini.

Un disastro dovuto a molteplici fattori, una tragedia che si poteva e doveva evitare¹.

VAJONTDuemila vittime innocenti, sacrificate in nome del dio denaro, uccise dalla cupidigia dell’uomo.

Tra i responsabili di questa catastrofe: SADE – Montedison (che aveva acquisito SADE), ENEL, e lo stato italiano.  

Lo scorso anno, in occasione dei 50anni da questa tragedia se ne è fatto un gran parlare. Articoli, reportage, video…chiacchiere e promesse politiche. Riportiamo a tal proposito le parole dello scrittore Mauro Corona, critico nei confronti delle istituzioni (in particolare nei confronti del presidente della repubblica, Napolitano, mai venuto a rendere omaggio alle vittime di questa tragedia)

CORONA«I morti “a cifra tonda” portano consensi e visibilità, ma ora siamo sprofondati nuovamente nell’oblio. Un simile genocidio andrebbe ricordato ogni anno, perché duemila persone furono assassinate sull’altare degli interessi economici. Nel 2013, ci fu la sfilata delle “comparsate”, visto che i nostri politici si sono fermati il tempo di una sigaretta, ma almeno si accesero i riflettori sul ricordo dei nostri morti e sul dolore di sopravvissuti e superstiti. Sono stato facile profeta quando ho detto che avremmo dovuto aspettare almeno dieci anni prima che qualcuno si ricordasse nuovamente di noi. In effetti, quest’anno non una riga di giornale, non una visita di politici e rappresentanti delle istituzioni. Zero». [clicca QUI per andare all’articolo del Corriere del Veneto]

Quest’anno, passato il clamore mediatico, il ricordo sarà più composto – ma non meno vivo – affidato alle dovute celebrazioni ed alle candele accese che l’amministrazione comunale ha invitato ad esporre in tutte le case della provincia durante la veglia di suffragio delle vittime per stringersi al dolore delle popolazioni colpite dalla catastrofe.

CANDELA ACCESAAnche noi di Vivere Veneto invitiamo tutti voi a dedicare questa sera un minuto di silenzio, una preghiera se preferite, a queste duemila anime.

PER NON DIMENTICARE.


spaccatura_2019600¹  La frana presente sul monte Toc (in friulano guasto”, “avariato”, “sfatto”) infatti era stata individuata già dall’autunno del 1960 ed era chiaro ai tecnici che la sua portata era tale da rendere inefficiente il serbatoio (interrandone circa 2–3 km, e riducendone della metà la portata), ma era interesse della SADE, la ditta costruttrice, mantenere il massimo riserbo circa i problemi che stavano insorgendo sul possibile inutilizzo del bacino idroelettrico, dato che se la notizia fosse divenuta di dominio pubblico il valore delle sue azioni sarebbe crollato.

L’oggettiva imprevedibilità dell’evento, quindi, riguardava solo il “momento esatto” nel quale la frana si sarebbe staccata e di quali sarebbero stati i fattori scatenanti. Così, per tenerla sotto controllo fu suggerito lo svuotamento lento del bacino fino al livello di 600 m s.l.m., seguendo un protocollo apposito per garantire l’assestamento del materiale nonostante il cambiamento di condizione idraulica.

Probabilmente la frana non si sarebbe riattivata violentemente se non si fosse ritornati oltre quota 700 m s.l.m., se le esigenze di collaudo non l’avessero “imposto”: la SADE aveva infatti una certa urgenza che venisse fatto il collaudo della diga di modo da poterla vendere allo Stato, che stava nazionalizzando le industrie elettriche.

vajont (1)Al di là delle esigenze di collaudo, c’erano altre motivazioni (economiche) sottostanti: va detto che nell’estate del 1963 il livello delle precipitazioni fu particolarmente basso e, per compensare la possibile crisi idrica e continuare con l’attività di produzione elettrica, il livello del lago artificiale fu aumentato nonostante i pareri contrati ed i conseguenti timori che ne derivavano (una decisione sconcertante!).

Il movimento franoso era soggetto a monitoraggio fin dall’estate del 1960, ma dopo la decisione di innalzare il livello dell’acqua gli spostamenti nei punti di rilevamento risultarono allarmanti (già dagli inizi di agosto del 1963), ed andarono peggiorando arrivando fino a 30cm di spostamento del fronte il giorno stesso del distacco della frana, il 9 ottobre.

La vicenda si concluse nel 2000 con un accordo per la ripartizione degli oneri di risarcimento danni tra ENEL, Montedison e Stato Italiano al 33,3% ciascuno.

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3 risposte a PER NON DIMENTICARE – 9 OTTOBRE 1963

  1. Ben ha detto:

    tristezza, rabbia…maledetto stato (governi, politici, burocrati, imprenditori delinquenti) itagliota , fatto da sempre da animali senza anima, senza cuore…..ora siamo al capolinea…RIVOLUZIONEEEEE!!!!

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  2. Claudio ha detto:

    Vivere Veneto conferma la qualità della propria redazione. Avanti.

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  3. antonio ha detto:

    1945: la visione della catastrofe del Vajont, che avverrà nel 1963

    Tratto dal testo :
    DAGLI SCRITTI DI
    DON GUIDO BORTOLUZZI
    GENESI BIBLICA
    EVOLUZIONE O CREAZIONE ?
    CAINO È LA CHIAVE DEL MISTERO

    Quarta edizione
    Internet: http://www.genesibiblica.eu

    Nel primo anno del suo ministero a Casso egli ebbe un sogno profetico.

    Vide, con 18 anni d’anticipo, l’enorme frana staccarsi dal monte Toc, invadere il bacino del lago del
    Vajont e l’acqua tracimare con forza oltre la diga e incanalarsi spaventosamente per la stretta e ripida valle che porta a Longarone. Vide la massa
    d’acqua scendere precipitosamente a zig zag verso il paese e spazzare
    via case, strade, piazze, chiesa, municipio, cimitero… quindi l’enorme distesa piatta e gialla di limo ricoprire
    ogni cosa appiattendo tutto. Vide i morti e quelli che stavano per mor
    ire mentre annaspavano disperatamente
    fra gli spasimi cercando di salvarsi. Ne riconobbe molti, fra i quali anche l’Arciprete di Longarone mons. Bortolo Làrese e il suo cappellano e parente don Lorenzo Làrese. Sconvolto, cercò di responsabilizzare i paesi
    interessati inviando ai rispettivi sindaci e parroci lettere
    circostanziate. Descrisse perfino la linea di demarcazione tra le case che sarebbero state travolte e quelle che
    sarebbero rimaste illese. Ma, a quell’epoca, la diga e il lago del Vajont non c’e-
    rano ancora e, dunque, non fu preso seriamente.
    Tutti ne risero, ma molti di costoro persero la vita diciott’anni dopo.
    Incominciava così per don Guido il calvario di essere considerato un personaggio strano. Don Guido però non rivelò nelle sue lettere e
    nei suoi appunti la descrizione di una scena che, nella medesima visione,
    precedeva la catastrofe e che mi raccontò a viva voce. Vide snodarsi lungo le vie di
    Longarone una processione formata da alcuni giovinastri che portavano infilati su bastoni i genitali di bovini raccolti al macello comunale
    intonando frasi blasfeme e irripetibili sull’aria delle Litanie Lauretane: “Santa…,
    ora pro nobis” con evidente atteggiamento di scherno. Dedusse che l’episodio avvenne qualche ora prima della
    caduta della frana dalla luce del tramonto della scena che vide.

    Il fatto che il Signore abbia fatto vedere a don Guido la catastrofe in stretta sequenza logica con quella
    infelice e blasfema processione ci spinge a credere che fra i due eventi ci fosse un nesso per far capire a noi
    uomini come un nostro comportamento irrispettoso possa alienarci la protezione di Dio.
    Dio non castiga: Dio, quando viene respinto, solamente si astiene dalla Sua protezione nel rispetto della libertà che ha dato all’uomo.

    Don Guido tuttavia ripeteva:

    “È improprio chiamarlo castigo di Dio perché Dio non è vendicativo. Non è Dio che manda i castighi,
    anche se questo è il termine che usa la Bibbia per far intendere che tra due fatti c’è un nesso di causa- effetto. Il castigo ce lo diamo noi stessi
    perché è la naturale conseguenza dell’allontanamento dalla protezione di Dio.
    Purtroppo in questi casi vengono coinvolti degli innocenti. Ma la colpa non è di Dio.
    Anzi, stiamone certi, Dio è vicino alle vittime innocenti e spiritualmente le sostiene. Dio ha a cuore la salvezza di tutti,

    quella eterna. Inoltre, la parte più pesante della sofferenza, specialmente quella degli
    innocenti, la porta Lui stesso. Certo è che se il Signore mal sopporta che Lo si bestemmi, non permette che s’insulti la Vergine Immacolata!”.

    Ovviamente il cedimento del Monte Toc era già in corso da mesi. È chiaro che non si può attribuire a Dio l’improvviso franamento perché è un fatto naturale.
    La protezione di Dio non evita le calamità naturali, ma può evitare che si assommino gli errori umani e, in particolare, che le persone arrivino alla conclusione della loro vita impreparate.
    Al tempo della sciagura del Vajont, avvenuta nella tarda serata del 9 ottobre del 1963, don Guido da dieci anni era partito da Casso ed erano passati diciott’anni dalla visione.
    Molti avevano dimenticato la sua profezia ed erano andati incontro alla morte.

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