Come ricostruire l’Arengo Veneto

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di Gedeone Nenzi

A partire dal 1789 c’è una parola “magica” che contiene in sé ogni avvenire immaginabile, quanto mai ricca di speranza nelle situazioni disperate; è la parola rivoluzione.

E da qualche tempo la si pronuncia spesso. Dovremmo essere, così pare, in pieno periodo rivoluzionario; ma di fatto, tutto va come se il movimento rivoluzionario decadesse con il regime stesso che aspira a distruggere.

È beninteso che ci riferiamo ad una rivoluzione da farsi con gli strumenti legislativi, e non certo attraverso la violenza.

La prima rivoluzione pacifica da fare, è quella del linguaggio.

Le parole sono come pietre.

È necessario ponderare bene le parole prima di proferirle, se non si vuole incorrere in equivoci o peggio. E allora le prime due parole che dobbiamo proferire correttamente sono: democrazia e referendum

  • La democrazia (dal greco démos: «popolo» e cràtos: «potere»), etimologicamente significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente dall’insieme dei cittadini. Il concetto di democrazia non è cristallizzato in una sola versione o in un’unica concreta traduzione, ma può trovare, e ha trovato, la sua espressione storica in diversi modi e applicazioni, tutte caratterizzate, per altro, dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare, nella quale il rapporto tra la maggioranza e la minoranza è improntato alla reciproca tutela. Dobbiamo quindi diffidare di tutti coloro che aggettivano la democrazia come: deliberativa, solidale, proletaria, partecipativa, rappresentativa, diretta etc., poiché la democrazia è una soltanto.
  • Il referendum (gerundivo del verbo latino refērre «riferisco», dalla locuzione ad referendum «convocazione per riferire») In virtù di esso, si può richiedere ai singoli cittadini, che compongono il corpo elettorale della comunità, di “riferire” la loro volontà, esprimendo il consenso o dissenso o conferma, rispetto a una decisione riguardante singole questioni. Nei paesi più evoluti democraticamente lo si usa appunto per abrogare, confermare o proporre una legge o delibera. Non esiste quindi il referendum “consultivo” di cui in questi ultimi tempi si fa un uso smodato, e proprio per questo illegittimo perché fuorviante. Se si vuole “consultare” l’opinione pubblica su determinate questioni sono più che sufficienti i sondaggi.

A proposito di “democrazia rappresentativa”, scriveva Montesquieu (Lo spirito delle leggi, p. 312.): «Poiché in uno Stato libero qualunque individuo, che si presume abbia lo spirito libero, deve governarsi da se medesimo, bisognerebbe che il corpo del popolo avesse il potere legislativo. Ma siccome ciò è impossibile nei grandi Stati, e soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto quello che non può far da sé.»

Riflettiamo. Che cosa “cede” in realtà un individuo che vota il proprio “rappresentante” nelle istituzioni, se non la sua “volontà”, ovvero la “proprietà” della sua mente e del suo corpo, considerato che poi dovrà assoggettarsi alle scelte del rappresentante che ha eletto?

Robert H. Dahl, (Sulla democrazia, p. 110) sostiene: «Il governo rappresentativo non è nato come pratica democratica, ma come strumento attraverso il quale i governi non democratici -soprattutto le monarchie – potevano mettere le mani su preziose entrate fiscali e altre risorse di cui avevano bisogno essenzialmente per scopi bellici.»

L’argomento è vasto, agli spiriti sinceri accettare la sfida. Che non può essere raccolta, se  manca del tutto un consenso democratico ad un nuovo e innovativo progetto istituzionale, perché l’autogoverno non consiste nel cancellare tutte le preesistenti strutture della società, sostituendovi di punto in bianco quelle concepite (senza alcun collaudo di esperienza) dalla propria ideologia; ma nell’applicare riforme incalzanti e graduali, tali da non inceppare i meccanismi produttivi, che … tra l’altro, assicurano al popolo il pane quotidiano e al paese l’Indipendenza.

Di questo e di molto altro necessario all’autodeterminazione del Veneto, si parlerà a Cittadella venerdì 27 corrente, alle ore 20,30, presso la Sala conferenze della Torre di Malta, in una conversazione con il giornalista Enzo Trentin, che avrà per titolo: Come Ricostituire L’arengo Veneto.

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Vi aspettiamo tutti numerosi per un sincero e aperto confronto.

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14 risposte a Come ricostruire l’Arengo Veneto

  1. Riccardo ha detto:

    E’ bello sentire e leggere l’evoluzione del nostro progetto di indipendenza ; nonostante lo spezzettamento di iniziative l’obbiettivo resta sempre e per fortuna legato a una bandiera , a una lingua che ricomincia ad affacciarsi allo scritto e alla cultura comune.
    La rivoluzione è già nell’animo di tutti noi , una rivoluzione pacifica , a volte lenta a volte bizzarra a volte guizzante ma sempre contenuta nei toni e nel buon senso ma in un veicolo senza retromarcia e senza sterzo.
    Resto del parere, comunque, che si avvicini il tempo in tutti i gruppi si troveranno ,inconsapevolmente e strategicamente uniti “cresci diviso e colpisci unito” E’ in quel momento che vedremo realizzato l’impensabile .
    Tutto nel rispetto della “legalità “e nel dispregio della sua illegalità . Riccardo Dissegna

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  2. Riccardo ha detto:

    A proposito ; la giornata del 25 Aprile , quest’anno, mica è uno scherzo 🙂

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  3. AndreaD ha detto:

    Mi spiace molto non poter partecipare perchè sono sempre all’estero per lavoro. Ad ogni modo sono lieto che vengano organizzati questo tipo di convegni e auspico che vi sia una buona partecipazione di pubblico. Complimenti agli organizzatori e WSM!

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  4. Idra Panetto ha detto:

    Bellissimo quest’articolo che riporta l’attenzione sul significato delle parole. È il linguaggio che permette i percorsi mentali, e più il linguaggio è libero, più i percorsi mentali possono svilupparsi.
    A proposito di significati: la parola “rivoluzione” è il sostantivo del verbo rivolgere, ri-volgere. Volti e poi ri-volti (quindi torni alla posizione iniziale). E infatti un corpo che compie una rivoluzione fa tutto il giro e poi torna dov’era. Tutte le rivoluzioni politiche lo dimostrano: tutto un giro più o meno largo per tornare agli equilibri di potere di prima, magari con nuovi attori, ma le parti sempre definite. Per questo i politici possono tollerare una “rivoluzione”: che cambi tutto perché niente cambi mai.

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  6. Pia Settimi ha detto:

    Che cosa erano le “crosette di formenton” (Montagnana 1654) ?

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    • Pia Settimi ha detto:

      E cosa poteva essere il “vino goncio in vecchiezza” (idem) ? Scusate, ma sto facendo una ricerca, e il Dizionario Veneto-italiano non mi aiuta.

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    • Bocaulario ha detto:

      Bica di saggina. Vedi ” Bocaulario” Collana al Leon d’oro. 1999. La voce Crosara pag.61 e la voce Formento pag. 80.

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