Sull’utilizzo del “Gonfalone di San Marco”

Notarella sul “buon uso” del vessillo marciano ad uso dei perplessi

di Massimo Tomasutti

BANDIERA VENETACosa rappresenta oggi il “Gonfalone di San Marco”? O anche: cosa spinge oggi una persona e/o delle comunità non strettamente venete oppure manifestamente politiche/partitiche ad usarlo pubblicamente dando, così, forma e sostanza ad un’identità storica antica immediatamente riconoscibile? Cosa spinge, insomma, molte persone a cor-rispondere ad un simbolo sentito e percepito come ”proprio” e che vale – erga omnes -, come tale?

Diciamolo subito chiaramente: non è un ‘semplice’ vessillo quello dell’antica Serenissima Repubblica. Non si tratta, cioè, di un Gonfalone o di uno Stendardo come tanti altri. E questo non tanto e non solo per la straordinarietà e longeveità della grande storia marciana, della sua mirabile tradizione. No, il Vessillo della Repubblica di San Marco – piaccia o meno -, ha a che fare con ”altro”.

Altro è, infatti, il suo universo storico e simbolico di appartenenza. Altra è la posta simbolica e culturale in cui si rivela ed in cui ‘gioca’! Perciò può permettersi di appartenere anche ad ‘altri’ …. checché se ne dice. Nononostante alcuni veneziani benpensanti e le accademie dei perplessi. Il suo Vero, profondissimo senso storico e simbolico è, infatti, (ontologicamente, mi viene da scrivere) ”de-territorializzato”; da Bergamo a Corfù, dunque, solo per restare troppo semplicisticamente al secolo ”finale” della Repubblica.

perasto

Foto by I° rgt.Veneto Real , Perasto 2007.

Ma anche qui: il suo ”buon uso” non ha nulla – ma proprio nulla -, a che vedere con lo strumentale “libero arbitrio”. Non si tratta, cioè, di poterlo usare contro tutte le ”regole” imposte dalla sua tradizione storiografica, altrimenti si tratta di un utilizzo stolto, arbitrario. In questo senso, la sua peculiarità storica e simbolica non ha nulla a che vedere con il ”mai visto” nella storia della Serenissima (leggasi certe, semanticamente inopportune strumentalizzazioni leghiste). Non è questa la sua posta identitaria in gioco.

Sindaci Veneti a Villa del ConteE allora, cosa esprime ed incorpora, propriamente, l’essenza simbolica del Gonfalone di San Marco? Quale ratio storiografica ne decreta il suo buon uso? Un’altra – altra -, è la ‘rivelazione’ che, ormai da quel funesto 1797, esso cerca disperatamente di evocare nella sua simbologia, nei suoi ‘segni’. Che i suoi colori e il suo Leone cercano di portare alla luce e che oggi molte esperienze comunitarie venete e non venete finalmente capiscono e frequentano; là dove – nonostante tutto -, la Storia locale consente ancora di ri-conoscerlo.

Non di altro, infatti, si tratta se non di una “ri-conoscenza” storica e simbolica. Quella riconoscenza che negli antichi domini di San Marco era esemplarmente manifestata dalle anime più semplici (villani, contadini, proletariato urbano, ecc.) verso il Serenissimo Dominio. La stessa ‘ri-conoscenza’ popolare (degli ultimi e/o umili) che da sempre era propria di ”quel” passato – dalla crisi seguita alla disfatta di Agnadello (1509) a quella prodotta dall’invasione dell’Armeè napoleonica (1797) -, e che purtuttavia mai si è davvero ancora riusciti completamente a comprendere.

Villa del ContePer Venezia, il Veneto e gli antichi territori degli Stati ‘da mar’ e ‘de tera’ il ”buon uso” del vessillo marciano è, dunque, un uso capace di fornire ad ogni comunità a ogni singolo, che intende e intendesse farlo proprio, gli strumenti culturali ”giusti” per collegare le trasformazioni socio-economiche del proprio territorio comunitario con i tanti riferimenti di valore che nell’esemplarità della lunga storia della Serenissima segnano una costante pur nell’evolversi delle sue distinte e diverse identità culturali, sociali e territoriali.

Nota: Le ultime 2 foto in basso si riferiscono alla festa per il Cao de l’Ano tenutasi a Villa del Conte (PD) alla presenza di oltre 300 persone e delle Autorità Venete.

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