Indipendentisti Veneti e Democrazia

Note sulla ”Concio” Veneta

di Massimo Tomasutti

venezia e isoleMi è stato recentemente chiesto di scrivere alcune note per illustrare quali fossero le ‘caratteristiche’ storiche dell’antica ”concio” della nascente Venezia Realtina (l’assemblea del popolo lagunare riunito) – Concio altrimenti detta anche Arengo -, di modo, credo, di poter, così, fornire alcuni utili indicazioni per quei veneti che oggi intendessero ricostruirla in una prospettiva politica indipendentista di natura più dichiaratamente democratica [link] rispetto a quelle oggi emerse e messe in campo.

Lo affermo subito così sgomero il campo: è un mito destituito di ogni fondamento storiografico quello della Venezia Realtina (poi dal 1143 Comune Veneciarum) intesa come una società perfettamente egualitaria. Vi è ancora (purtroppo, dal mio punto di vista) una certa tendenza agiografica a vedere ancora nel lontano passato precedente alla ”serrata del Maggior Consiglio” (1297), della nascente Civitas Rivoalti, più Democrazia di quella poi esercitata successivamente alla Serrata stessa.

In realtà, la “concio” certamente si riuniva e fu davvero aperta a tutti ma questo avveniva – di fatto -, solo per ratificare ciò che i “Maggiori” venetici (ricchi commercianti, famiglie già ricche di suo e socialmente preminenti rispetto ad altre) avevano già patteggiato tra loro.

venezia-mappa-anticaQui occorre ricordare brevemente la ”struttura sociale” dei Venetici immigrati nelle lagune: furono, infatti, soprattutto i ”ricchi” a fuggire dai barbari invasori creando ”ab origine” una società dove le forme del vivere civile erano già ampiamente orientate (Giuseppe Gullino, Roberto Cessi). Insomma, ai Venetici ”Maggiori” spettava – non per diritto ma bensì per necessità (differenza fondamentale) -, la parola ed influenzavano l’Assemblea popolare più che con il loro carisma personale con la rete d’interessi concreti che li legava al popolo delle lagune – vi erano già reti solidali e di forte compattezza sociale interclassista.

Quando poi la sede governativa venne trasferita da Malamocco a Rialto (Luprio) – 811 -, la ”concio” si svolgeva nella piazza prospicente il nascente Palazzo e la cappella di San Marco, che era ”spazio politico”, i ceti ”minori” lagunari cessarono sostanzialmente di prendervi parte delegando ai ”maggiori” e ai realtini le decisioni più importanti. L’assemblea si trasformò così progressivamente nel cosiddetto “placito”: non più riunione di tutti gli uomini liberi del dogado lagunare ma ‘solo’ di loro rappresentanti scelti dall’alto e ai quali andava la massima fiducia.

sala consiglio dei dieciDagli inizi del 900 l’assemblea perse ulteriore potere per l’istituzione di una magistratura nata per affiancare il doge e limitarne il potere: i Giudici. Con i Giudici che limitavano i poteri del doge – nucleo embrionale delle potenti magistrature che in seguito nasceranno -, si ebbe un peso decisivo nel frenare la tendenza delle famiglie più forti a trasformare il Dogado in una sorta di monarchia eriditaria. E non solo questo: i Giudici funzionarono, infatti, quale ”stanza di compensazione” delle esigenze diverse delle famiglie contrapposte.

Punto di svolta istituzionale (non del tutto accettato ancora) fu l’elezione nel 1032 del doge Domenico Flabanico. Da quel momento, infatti, il ”peso” fattuale, decisionale e concreto dei ceti ricchi veneziani aumentò ancora di più; si creano nuove magistrature dai poteri contrapposti che regolavano, equilibrandoli, gli interessi politici dei ricchi mercanti ”maggiori”. Questo processo in itinere porterà nel corso del 1300 a fare di questa ricca classe mercantile – attraverso la ”serrata” -, il ceto politico aristocratico dirigente, ”comproprietario” dello Stato Marciano (come un vero e proprio Club).

presentazione del dogeIl sistema sociale complessivo mantenne ancora, tuttavia, una certa elasticità e mobilità interna per tutti coloro che dai ”trafeghi” traevano profitti e, conseguentemente, i Nobilhomeni veneziani non divennero mai – se non nel Settecento e con moltissime cautele – un vero ”gruppo chiuso”, impermeabile alle diverse istanze sociali dei loro sudditi. Anzi, come si sa, è vero e dimostrato storicamente il contrario.

E allora, in sintesi, quali indicazioni trarre da tutto ciò per l’oggi? Ben venga la Democrazia Assembleare e Partecipativa ma facendo, tuttavia, ben attenzione che chi dovrà poi ”decidere” o ”rappresentare” l’Indipendenza Veneta abbia quelle qualità dirigenziali che ieri i Patrizi veneziani apprendevano nei secoli d’oro della Repubblica – checchè se ne dica -, con il loro lungo ”cursum honorum” (Alvise Zorzi, Paolo Renier, Gaetano Cozzi) e che oggi – invece – dovrebbero sostanziarsi in un irrevocabile principio: il Merito.

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4 risposte a Indipendentisti Veneti e Democrazia

  1. Marco D'Aviano ha detto:

    Il sistema politico vigente nelle Venetiae, prima che fosse istituito il Maggior Consiglio nell’XI secolo (la prima menzione se ne ha nel 1182) era di democrazia diretta, basato sull’assemblea popolare (che nel Veneziano parlato nell’Alto Medioevo si diceva “Arengo”). Vi partecipavano tutti i capifamiglia e le decisioni erano assunte in modo libero e assembleare, con discussioni tenute all’aperto vicino ad una chiesa, secondo antiche consuetudini. L’assemblea era articolata con organi interni. Questo sistema di deliberazione, con cui si svolgeva la vita sia politica, sia amministrativa, sia giudiziaria, risaliva a consuetudini antichissime radicate nei Veneti antichi, risalenti all’Età del Ferro, quando le sedute si svolgevano vicino all’albero sacro, il tiglio. Oltre all’organo sovrano assembleare, l’Arengo, vi era l’organo amministrativo, composto da dodici membri, al cui vertice stava il capovillaggio (in sloveno: zupan): fino al IX secolo tale carica nelle lagune era detta “Tribuno”. La democrazia diretta funzionava su due presupposti – che oggi nel Veneto attuale sarebbe difficile riscontrare: 1. una fortissima omogeneità di valori morali e civili, data da una Fede profondissima e piena in Nostro Signore Gesù Cristo; 2. ambiti decisionali ristretti, formati da comunità locali poco popolose. Infatti, il sistema basato sulle assemblee popolari andò via via scemando, in favore di uno Stato più strutturato, man mano che la Città realtina diveniva un centro urbano di dimensioni enormi, inurbandosi con apporti sopratutti dei centri minori veneti, che andavano perdendo importanza. Per conoscere questi processi, si consiglia di leggere l’unico testo che a tutt’oggi spiega e documenta il funzionamento dell’Arengo: “Giustizia Veneta. Lo spirito Veneto nelle Leggi criminali della Repubblica” di Edoardo Rubini. Vedi coperrtina su : http://www.europaveneta.org/img/areadialogo/Giustizia_Veneta.jpg

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    • Massimo Tomasutti ha detto:

      Molto rispetto, e pure qualche condivisione, per ciò che scrive sulla Concio Edoardo Rubini, ma il suo ottimo testo non è affatto, caro Marco D’Aviano, ”l’unico” in materia. La letteratura storiografica sul tema è, infatti, alquanto soddisfacente, mi creda. A partire dai lavori di Roberto Cessi fino alla monumentale opera del Romanin. Le ripeto la mia tesi: non vi fu mai un’autentica uguaglianza di ”peso” decisionale nell’Arengo poichè esso era già originalmente condizionato a favore dei Majores venetici. Il che non significa affatto che le decisione prese non avessero un’alto indice di consenso sociale. Questo proprio in virtù dell’originalità saldezza morale e politica, della solidarietà, delle popolazioni lagunari.

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      • Marco D'Aviano ha detto:

        E’ bene rileggere le pagine di “Giustizia Veneta”, caro Massimo, perché vi è descritta la vita comunitaria dei Veneti delle origini in modo dettagliato, quanto certo non hanno fatto né Cessi, né Romanin, che su questo non si soffermano. Se vuoi comprendere il senso di quelle procedure (che regolavano la vita amministrativa, poltica e giudiziaria dei Venetici), devi studiare su “Giustizia Veneta”. Erano procedure abbastanza semplici, ma efficaci, costruite sulla base di consuetudini antichissime. Allora capirai che allora non esisteva una egemonia dei Majores. Era l’assemblea a pronunciarsi, dove il popolo era maggioranza e i maggiorenti una minoranza. Se parliamo di libri moderni, “Giustizia Veneta” resta il testo più esaustivo. Se parliamo di studi specialistici del passato, ti consiglio invece quelli di Melchiorre Roberti. Solo una lettura ideologica (francamente dovuta alla scarsa conoscenza della storia) può affermare che “la concio certamente si riuniva e fu davvero aperta a tutti ma questo avveniva – di fatto -, solo per ratificare ciò che i “Maggiori” venetici avevano già patteggiato tra loro”. Un simile mkeccanismo si realizza circa dal Duecento, quando già opera il Maggior Consiglio per eleggere il Doge, sicché l’Arengo si limita a ratificare.
        Bisogna studiare di più, non accontentarsi delle formulette di comodo di moda tra i falsi studiosi che purtroppo popolano le università italiane.
        Se poi parliamo di “egualitarismo”, questo è giusto del tuo discorso: impensabile che dogmi ideologici settecenteschi fossero praticati nell’Alto Medioevo e anche dopo. La società egualitaria nasce nelle dottrine gnostiche alla base del liberalismo, servono a cancellare i giudizi di valore che discernono tra bene e male e a ridurre tutti gli uomini ad una astratta uguale condizione (che nella storia dell’umanità mai hanno avuto e mai avranno). Il sistema dell’Arengo delle origini (che discendeva da tradizioni già proprie dei Veneti antichi, quindi millenarie, risalenti all’Età del Ferro) aveva una forte vita comunitaria, cementata dal Cristianesimo, dove non c’era la distinzione classista che emergerà soprattutto nel Rinascimento ed esploderà con l’avvento delle ideologie liberali, con l’assolutismo, con il marxismo e in genere nella società materialista.

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  2. Pingback: Cultura padana - Pagina 33

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