Cronache dal Corso di Lingua Veneta

 di Alessandro Mocellin

Replica al Sig. Mauro Gobbi

IMG-20150507-WA0000Ringrazio anzitutto il Sig. Mauro Gobbi, in quanto il suo commento ci consente di essere maggiormente assertivi su cosa sia e a cosa serva un Corso di Veneto, di quelli organizzati dall’Academia de la Bona Creansa.

Non per vanteria, ma per un giusto insight sulle modalità didattiche e sui contenuti formativi del Corso di Veneto, devo precisare in primis che il docente di questi primi Corsi di Lingua Veneta, lo scrivente, ha 27 anni, diploma scientifico, dall’età di 22 anni è autore maxresdefaultdi un apprezzatissimo libro che tratta le leggi universali della variazione fonetica e descrive le ragioni scientifiche per cui il Veneto è una lingua (anno 2010), è laureato in Giurisprudenza (tesi di ricerca in diritto internazionale, redatta in lingua inglese) ed è laureando in Lingue e Scienze del Linguaggio; è veneto madrelingua, ma conosce e parla regolarmente un ottimo inglese scritto e parlato, un perfetto italiano (con studi di dizione, sia per teatro, sia in quanto è tenore lirico), oltre a francese, tedesco e latino. Attualmente, sta scrivendo a quattro mani un volume di glottodidattica con un Professore tedesco di glottologia delle lingue europee.

Il Corso in sé, poi, si sviluppa in cinque serate, nelle quali sono trattati i quattro pilastri della lingua veneta (il suo lessico, la sua fonetica, la sua morfologia e la sua sintassi), facendo continuo riferimento comparatistico alle altre lingue europee. Infine, si va sul pratico, applicando le conoscenze maturate alla traduzione del De Brevitate Vitae di Seneca (da una versione italiana): dunque una traduzione in veneto di un saggio filosofico.

Lo scopo del Corso è dimostrare chiaramente in che modo il possedere le strutture della lingua veneta significhi catalizzare l’apprendimento delle altre lingue: si verifica come s’inserisce il Veneto nel panorama linguistico europeo e internazionale (il Veneto, pur non essendo insegnato a scuola, è parlato in almeno 7 diversi Stati e in tre continenti), e poi si interfaccia il veneto con le singole lingue (principalmente: inglese, latino, francese, italiano, tedesco, spagnolo, portoghese e greco).

Solo con una prospettiva aperta e cosmopolita (distante dal provincialismo dell’italiano-lingua-unica) alda-merinisi riesce a vedere che se la fonetica veneta fa eco, notoriamente, a quella delle lingue iberiche, diversamente la sintassi veneta trova fratellanza diretta e comprovata con la sintassi della lingua francese, ma anche con altre lingue d’importanza mondiale. Un esempio? Il Veneto impiega l’inversione interrogativa: se l’affermazione è “te si grando”, la domanda richiederà di invertire soggetto e verbo: “si-to grando”? Pertanto, il Veneto (in tutte le varianti) fa sempre le domande come le fanno tutti gli anglofoni del mondo, tutti i francofoni del mondo e tutti i germanofoni del mondo: fenomeno totalmente sconosciuto all’Italiano. Mi viene una domanda: chi è il provinciale?

Ci hanno insegnato che ai bambini bisogna parlare solo l’italiano, perché altrimenti fanno confusione, come se il cervello umano non fosse in grado di gestire più di un codice linguistico alla volta. A parte che questa visione provincialissima è confutata da decine di studi di neurolinguistica, la domanda è questa: se si parte dall’idea che la presenza di un’altra lingua come il veneto possa disturbare l’apprendimento dell’italiano, la falsa regola si estenderà, più o meno consciamente, anche alle altre lingue. Ecco trovata una delle maggiori cause dell’insipienza linguistica degli italiani: il falso e provincialissimo mito dell'”uno Stato, una lingua”. Robe d’altri tempi.

Non dovrebbe stupirvi invece che, secondo dati Istat, il Veneto sia l’unica regione italiana che coniuga un altissimo tasso di uso della lingua storica locale (oltre il 70%) con un alto tasso di conoscenza delle lingue straniere. Niente di nuovo, in realtà!

Infatti, il Veneto è sempre stato aperto al mondo: a Venezia si parlava Veneto, come si parlava Toscano (fino all’Ottocento non si chiamava ancora “Italiano”), si parlava Latino, si parlava Francese, si parlava Ebraico (al Ghetto), si parlava Tedesco (al Fóntego dei Todeschi) si parlava Arabo (al Fóntego dei Turchi). Parlavano Veneto, dimostratamente, personalità chiave della Storia Europea come Galileo Galilei, Francesco Giuseppe d’Austria e Carlo V di Spagna, che già cinque secoli fa sapeva che un uomo vale tante quante sono le lingue che parla.

In due parole, la cultura dell’uomo cospomopolita è profondamente multilinguistica, ed ogni iniziativa a favore di lingue storiche e prestigiosissime come il Veneto è caldeggiata e sostenuta con cuore da tutti gli accademici di lingue e da tutti coloro che vivono nel Mondo. Persino il Brasile l’anno scorso ha riconosciuto il Veneto-Brasiliano (il c.d. “Talian”) come lingua co-ufficiale dell’intera Federazione Brasiliana.

Ha dunque ragione il Sig. Gobbi: è giunto il momento di adeguarsi al Mondo, e adeguarsi al Mondo significa valorizzare l’enorme patrimonio linguistico veneto e con ciò sfruttarlo per apprendere con assai più facilità altre lingue europee.

Solo una cosa mi sento di contestare direttamente al Sig. Gobbi: quando si valuta una certa iniziativa, è buona norma farsi opinioni su ciò che è, non su ciò che, stando a casa propria, si crede che sia! E’ una questione di metodo.

P.S.: mi permetto di invitare tutti alla Cerimonia di Consegna degli Attestati del Corso di Creazzo, in Palazzo del Colle, mercoledì 20 maggio, ore 20.45, al seguito della quale si terrà la lettura recitata di alcuni canti dall’Inferno della Divina Commedia di Dante, come magistralmente tradotta in lingua veneta nel 1875 da Giuseppe Cappelli.

Ad maiora semper,

Dott. Alessandro Mocellin

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7 risposte a Cronache dal Corso di Lingua Veneta

  1. Mario Scapolo ha detto:

    Ringrazio il dott. Mocellin per l’esemplare risposta…ineccepibile.
    Dott.Mario Scapolo

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  2. erik ha detto:

    Bellissima risposta! Grazie dott. Mocellin!

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  3. AndreaD ha detto:

    Caro sig. Gobbi,
    vogliamo parlare di quanto sia ridicolo, per lei, parlare e scrivere in Lengoa Veneta nell’era della “globbbalizzazzione”? Bene.
    Io vivo e lavoro all’estero da quasi un anno ormai. Dove sono io esiste una lingua ufficiale di stato che è affiancata da una lingua franca (che risale al periodo coloniale) ma la popolazione è da sempre abituata a usare quotidianamente l’antica lingua locale che è solo parlata ma non scritta.
    In questo contesto io, abitualmente, mi esprimo in inglese, francese, qualcosa di italiano, qualcosa il lingua locale e… guarda un po’…. anche in veneto.
    ll mio autista ha sempre ascoltato con curiosità i miei racconti sul Popolo Veneto e, con l’andare del tempo, ha imparato un discreto numero di frasi colloquiali in Lengoa Veneta con le quali ci divertiamo entrambi ad arricchire e “colorare” i nostri dialoghi un po’ come si usa fare nella multiculturale Francoforte.
    E così, mentre all’inizio il suo saluto era: “Allô Andrea! ça va? Bien?”, dopo qualche settimana ha preso l’abitudine di dirmi “S-ciao Andrea! Come xéa? Tuto ben?”, e da quella volta non ha più abbandonato la formula veneta.
    Ha proprio ragione sig. Gobbi, forse sarà meglio adeguarsi!

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    • AlessandroMocellin ha detto:

      Grazie AndreaD del Suo contributo!
      In effetti, è sempre più così come dice Lei!
      Le riporto una recente mia esperienza ad un Congresso internazionale sui Diritti Linguistici, dove alcune persone (per es. alcuni erano dal Québec) MI HANNO CHIESTO DI PARLARE IN VENETO per un po’, per vedere quanto capivano di questa lingua neolatina di cui fino a 3 minuti prima non avevano nemmeno notizia di esistenza! E’ stata un’esperienza assieme divertente e formativa!

      La ringrazio ancora per il Suo commento!

      Co Creansa,
      AM

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  4. Pingback: Cultura padana - Pagina 35

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