24 maggio, il Piave mormorava

di Giorgio Burin

pgm35Come ampliamente previsto all’avvicinarsi della luttuosa ricorrenza del centenario dell’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale si sommano gli inviti a festeggiare quella che, nella realtà, è stata la tragedia di un popolo che ha visto morire centinaia di migliaia di suoi figli.

Rilanciamo la seconda parte dell’articolo pubblicato a riguardo lo scorso anno, come contributo alla chiarezza dei fatti e omaggio alle innocenti vittime della follia nazionalistica dei Savoia.

LA GRANDE GUERRA PER LA LIBERTA’
Attuazione del golpe della monarchia

di Moreno Catto e Edoardo Rubini

Con un astuto stratagemma, il 13 maggio 1915 il capo del Governo, Salandra, si fa beffe dell’ostilità parlamentare dimettendosi di fronte alle camere. Il Re a questo punto dovrebbe prendere atto che la maggioranza è per la neutralità: per sondarne la disponibilità ad un incarico come Primo Ministro, infatti, convoca Giolitti, al quale nel frattempo era giunta voce del Patto segreto di Londra. Giolitti subito propone di liberare l’Italia dagli impegni con gli anglo-francesi; vuol far votare al Parlamento la ripresa delle trattative con l’Austria, che stava avanzando nuove proposte, ma fin dal giorno del suo arrivo scoppiano ovunque le violenze degli interventisti, che indignano parecchi tra i parlamentari.

La sera stessa, circa 320 onorevoli e 100 senatori sottolineano pubblicamente la loro adesione alla linea giolittiana neutralista, lasciando a casa di Giolitti il proprio biglietto da visita. Vedendo il re irremovibile (la nomina del governo dipendeva da lui) e i suoi accoliti che agitavano la piazza, Giolitti capisce che non contavano nulla i vantaggi territoriali che si potevano ottenere senza sparare un colpo, perché nel gioco internazionale l’Italia si era ritagliata il ruolo di pedina manovrata da altre forze.

Giolitti dignitosamente rifiuta l’incarico per non rendersi complice di un atto politico abnorme; a quel punto, il sovrano reincarica proprio Salandra: è 16 maggio. Protestare contro l’intervento significa rischiare la vita: a Palermo i nazionalisti aggrediscono i manifestanti contro l’entrata in guerra, la forza pubblica spara e c’è un morto, mentre a Torino la Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale.  Risultato: tumulti, barricate e scontri, con un morto e parecchi feriti.

Il Re d’Italia ignora la decisa contrarietà popolare e l’opposizione del parlamento; respinge le dimissioni di Salandra e conferisce poteri speciali al Governo. Il parlamento è esautorato quel tanto che basta per scavalcarlo: l’Italia può finalmente entrare in guerra. Il governo austriaco visse momenti di panico nell’apprendere che l’Italia abbandonava la Triplice Alleanza ed il 17 maggio 1915 Vienna promise a Roma non solo il Trentino, ma fece anche altre concessioni, con Trieste città libera.

Era troppo tardi, a nulla valse la proposta austriaca contro i disegni del grande architetto internazionale: il giorno 20 il Parlamento fu riaperto in un clima d’assedio, dato che sin dai giorni precedenti il governo aveva dato libero sfogo alle teste calde (Giacomo Matteotti denunciò che per ingrossare le manifestazioni interventiste furono mandati in strada persino i dipendenti ministeriali), fino all’episodio del 14 maggio 1915, quando la colonna dei dimostranti, dopo aver percorso le vie centrali di Roma, fu lasciata marciare su Montecitorio, dove sotto il naso dei carabinieri mandò in frantumi con lanci di pietre le vetrate dei portoni facendo irruzione alla Camera, per lanciare un segnale ai deputati che volevano la pace.

La Camera era riunita il 20 maggio 1915: il discorso di Salandra faceva appello all’unità nazionale, propinando quella truffaldina ricostruzione dei fatti in seguito abbracciata dalla storia ufficiale. Ottenne così la ratifica della Camera sul suo operato: il Re conferiva al Governo poteri straordinari in caso di guerra, si esautorava il Parlamento per tutto il 1915 e si autorizzava il Governo ad emanare decreti senza bisogno di convertirli in legge.

Qualche studioso ha analizzato la decisione a favore dell’intervento e gli avvenimenti dal 13 al 20 maggio 1915 come un golpe ordito dalla Monarchia: così Luigi Salvatorelli nel suo saggio del 1950, “Tre colpi di stato”. Il 23 Maggio 1915, all’ambasciatore italiano a Vienna è dato mandato di informare che da quel momento i due Stati si trovano in “istato di guerra”.

In Italia la notizia viene salutata con esplosioni di entusiasmo da parte degli interventisti. Sin dal gennaio 1915 Benito Mussolini, espulso dal partito socialista, aveva chiamato a raccolta un’organizzazione di nazionalisti bellicosi, noti come Fasci di azione rivoluzionaria, potendo contare su un suo giornale, Il Popolo d’Italia, finanziato con fondi occulti dal governo francese per fare propaganda interventista.  I suoi articoli incitavano i lettori del quotidiano a rivoltarsi contro il governo, invitando letteralmente a sparare alla schiena dei parlamentari pacifisti.

Si sprecano minacce ed intimidazioni contro chiunque, cattolico o socialista, cerchi di opporsi. Questo clima proseguiva dal tempo della riunificazione politica italiana, in una situazione di feroce repressione interna, contestuale alle continue guerre d’aggressione esterne, combattute nell’esperienza coloniale contro popoli semi-indifesi.

Incontro al disastro

Impressionano i dati del bilancio del Regno savoiardo all’alba dell’intervento bellico: l’esercizio annuale contava un miliardo e 671 milioni di lire, di cui un terzo è dilapidato in spese per armamenti, mentre circa 700 milioni di lire sono impiegati per pagare alle banche gli interessi sul debito pubblico; di tutto il pubblico erario, ai servizi per i cittadini sono riservati appena 400 milioni di lire (circa il 20%).

L’Italia era immersa nell’acre sapore del sogno imperiale, che si traduceva in uno stato di belligeranza pressoché permanente, con il popolo ridotto a carne da cannone.  A mattanza conclusa, nel centro delle cittadine di tutto il Veneto, furono subito piazzati monumenti dedicati al milite italiano, dove spesso sta scritto “caduti per la libertà”: anziché ricordare con pietà cristiana le vittime, si è inteso edificare un culto laico, destinato a sancire per l’eternità un patto di sangue nazionalista.

L’entrata in guerra dell’Italia fece ribollire l’Austria nella rabbia e nello sdegno. I soldati dell’Impero asburgico e le genti alpine (anche nelle zone di Trento e Bolzano) si sentirono oltraggiate dall’ex-alleato, che ora li pugnalava alle spalle.  Le zone austro-tedesche minacciate risposero alle manovre espansioniste di Roma con un’ondata di arruolamenti volontari, soprattutto a difesa del Tirolo, della Carinzia, della Stiria e della Carnìola.

Gli Sloveni e altre genti di lingua slava, pur in crisi con la dinastia asburgica per la difesa dei propri diritti nazionali, misero l’uniforme austriaca e difesero risolute le loro case sul fronte che congiungeva le Alpi con l’Isonzo ed il Carso: tutti erano spaventati dall’idea dell’occupazione italiana sul proprio territorio, viste anche le lunghe persecuzioni etniche ai danni delle comunità slovene del Friuli a partire dal 1866.

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3 risposte a 24 maggio, il Piave mormorava

  1. Eugenio ha detto:

    Da quello che ho capito IO,se il RE’ D’ITALIA decide di Entrare in Guerra ,contro,un suo Alleato,non è per Rivendicazioni Territoriali,visto che L’AUSTRIA era disposta a concedere ,quello che L’ITALIA gli chiedeva ,nè per le pressioni di alcuni Stati ,Quelli che Convinsero il RE’ ad entrare in Guerra Tradendo la sua Alleanza furono i Nascenti Gruppi Economici ITALIANI,,la EDISON ,la FIAT ecc che da questa Guerra hanno Tratto cospiqui Guadagni ,Come sempre i Poteri Forti Nazionali ,OGGI EUROPEI ,ed INTERNAZIONALI Manovrano la Politica per i loro interessi ECONOMICI .. ed i Popolo ne fa le spese ..

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    • Gian Berra ha detto:

      Il giornale italiano che diede il via all’intervento in guerra fu il corriere della sera. Si dice che anche degli interventi finanziari a… Mussolini perchè facesse la sua parte….

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  2. PierV ha detto:

    La retorica di stato e di regime sta propinando ad ogni piè sospinto una serie di iniziative per celebrare l’anniversario dell’entrata in guerra dell’italieta.
    Per il Veneto è stato un disastro in tutti i sensi, sociale umano e identitario. Sciagurati coloro che appoggiarono l’interventismo.
    Il nocciolo della questione è sempre lo stesso: cos’è il Veneto, che ne è stato, cosa sarà?
    Dal sito dell’esercito si evince, in occasione di tali iniziative, quale fu il ruolo del nuovo stato regnato dal piccoletto:
    “Il ruolo svolto dall’Esercito nel conflitto è noto, sia in termini di attività bellica sia in termini di costruzione dell’identità nazionale del popolo italiano.” (fonte http://www.esercito.difesa.it/storia/L-Esercito-marciava/Pagine/l-Esercito-marciava.aspx).
    Ecco, dunque, esplicita la volontà statale di costruire un’identità artificiosa dall’alto.
    E il Veneto ne fu ancora una volta una grande vittima, oltre che per le enormi perdite umane, e distruzioni, anche per la dissoluzione (non ancora completata) della propria identità.
    Attenzione, che anche oggi, tale azione continua, in altre forme, ma è posta in atto quotidianamente. Veneti svegliatevi!

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