Il Veneto è rock… anzi punk!

di AndreaD

20150920_003201Sabato 19 settembre 2015 si è svolto, presso i campi sportivi di Dolo, il concerto benefico intitolato: “Mai Paura Day”. Si tratta di un evento che è stato organizzato con l’obiettivo di raccogliere fondi per le popolazioni colpite dal violento tornado che l’8 luglio 2015 ha devastato i comuni della Riviera del Brenta. Vale la pena ricordare che l’European Severe Storms Laboratory (ESSL) ha stimato un grado massimo di intensità di questo tornado pari al valore F4 della scala Fujita (questa scala è un sistema di misura empirico dell’intensità di un tornado e il valore massimo è F5) corrispondente a venti con velocità di circa 300 km/h. Il bilancio finale di questa catastrofe è di una vittima, una novantina di feriti e un centinaio di sfollati. Sono stati danneggiati 432 edifici nei 3 comuni colpiti, per un totale dei danni di quasi 100 milioni di euro (cifra stimata).

20150920_003812Alla luce di quanto accaduto il “Mai Paura Day” ha voluto essere molto più che un semplice concerto par tirar su un pochi de schei: è stato un’importante occasione per aggregare migliaia di persone, non solo giovani, tutte accomunate da ła voja de darse na man tra de nojaltri, senza ingombranti, quanto inutili, bandiere ideologiche o di “parrocchietta”. E, naturalmente, il fattore catalizzante della serata è stata la rara occasione di vedere riuniti, tutti assieme, i gruppi storici, e attualmente più famosi, del cosiddetto “Veneto Rock”, un fenomeno che negli anni ha travalicato i confini puramente musicali per configurarsi come una piccola rivoluzione culturale della nostra epoca e, soprattutto, della nostra Terra. Per la cronaca hanno suonato, a partire dal pomeriggio fino a tarda notte, gruppi come: iBOX, Abusivi, John See a Day, Ska-J, Los Massadores, Rumatera, Herman Medrano and the Groovy Monkeys e, per concludere, i Catarrhal Noise. Deus ex machina della serata è stata l’etichetta discografica “La Grande V Records” che è nata, e si è sviluppata, con l’intenzione di produrre e promuovere tutti quei giovani musicisti emergenti che esprimono un legame con il loro territorio e che cantano (anche) in lingua veneta. Non a caso il nome “La Grande V” è stato ripreso dal titolo di una famosa canzone dei Rumatera che celebra le virtù della gioventù veneta più genuina e verace ed è diventata, nel tempo, un’espressione, comunemente usata tra i giovani per riferirsi alla nostra Terra.

11999693_1058466837521355_1950552374908606317_oIn base a quanto riportato dalla stampa è stata stimata una partecipazione di circa 7 mila persone con punte di addirittura 10.000. Il Comune di Dolo ha dichiarato che, al netto delle spese tecniche, sono stati raccolti più di 40.000 euro da destinare alla famiglie della Riviera. Certo, qualcuno può legittimamente pensare che se non fosse stato per il pretesto di vedere il concerto tutta questa gente se ne sarebbe fregata. Ciò è vero, ma è altrettanto vero che la partecipazione popolare ha bisogno di terra buona per germogliare: non è un fenomeno che si crea dal nulla. E, in questo caso, la terra buona è stata messa dalle band sopracitate che si sono esibite senza percepire compenso, nonchè da tutto lo staff dell’organizzazione che ha lavorato volontariamente e gratuitamente. Lo spirito della serata è stato ribadito chiaramente, e senza tanti giri di parole, da tutti gli artisti che si sono presentati sul palco: fioj… g’avemo capìo tutti che qua nissun ne darà na man… qua ne toca rangiarse!. Presumo che anche tra voi lettori non sia difficile capire chi si intende quando viene detto che “nissun ne darà na man…”. E avrete anche intuito che, trattandosi di un concerto di band nostrane, l’unica lingua parlata e cantata è stata quella veneta in alcune delle sue varianti: ciosoto, trevisàn, padoàn, venessiàn. Questo annotazione mi permette di aprire una piccola parentesi: è mia opinione personale che la lingua veneta, negli ultimi anni, sia stata mantenuta viva tra le generazioni più giovani e non, grazie ai musicisti che la usano regolarmente nei testi delle loro canzoni. Purtroppo ci sono famiglie che pensano non sia opportuno parlare in veneto nell’attuale società moderna e “globbbbalizzzata” ma, per fortuna, le canzoni venete si diffondono tra i ragazzi grazie al passa parola e ad internet. Quindi, paradossalmente, “l’anacronistica” lingua veneta sopravvive proprio grazie ai giovani e ai mezzi tipici del cosiddetto villaggio globale.

20150919_204010Chiusa la parentesi torniamo alla cronaca del concerto. Verso le 20.30 si sono accese le luci e sul grande palco principale sono saliti i venessiani Ska-J di Marco “Furio” Forieri già ex voce e ex sassofonista dei mitici Pitura Freska. A loro il compito di aprire le danze. La band macina con disinvoltura un incalzante e raffinato ritmo ska/jazz che diventa il canovaccio sonoro per le rime di Furio che, da subito, ci tiene a raccontare:

“son venessiàn, venessiàn de Santa Marta,
ła prima a sinistra co ti vardi su na carta”

Per poi continuare spiegandoci una consuetudine di cui è spesso vittima:

“No xè che sia più un mistero,
sarò anche rosso ma i me paga senpre in nero…”

A conclusione della loro perfomance ecco la canzone “Socco” nella quale, quasi come fosse un mantra, Furio ripete all’uomo della strada la sua esortazione a prendere in mano il proprio destino:

“sveja sveja coco,
date da far coco!
Ancora fermo co łe stanpine de ła Giuventus,
łeggi ła Gazzetta e intanto cambia ił vento […]
Se ti xè soco no xè colpa mia,

date na svegiada!”

20150919_213300Dopo i veneziani Ska-J è il turno dei Los Massadores provenienti da Riese, divenuti negli anni celebri con il loro folk-rock trevisano che, a seconda delle canzoni, si mescola ai più svariati generi musicali. Il cantante Matteo Guidolin ci tiene a scusarsi con il pubblico perché, come dice lui: “non son miga bon de parlàr el diałeto” e quindi, sempre in trevisàn, ci introduce la canzone “Joani” che fu da loro suonata per la prima volta nel 2009 nel corso della manifestazione “Una notte per Vallà”, evento organizzato per raccogliere fondi per il paese di Vallà che era stato colpito da un altrettanto devastante tornado F3:

“Tra e Ca’ Miane e i Bassi passa i fossi de tutti
El sołe batte sui sassi xè tuto pien de ruinassi.
Cossa farò Joani… Cossa farò…
Iero so l’orto a bearare i sucati
dò tonedàe ai tre boti me gà fato zigare.
Sàra łe finestre!
xè qua el temporałe,
varda che l’è bruto… Maria Vergine,
dai vien dentro Joani…
Ma Joani Joani, cori suìto vien qua!
El gà rabaltà tuti i frutari,
el parea el demonio, sacramenton!
Varda quanti małani!”

20150919_221207E’ arrivato il momento dell’esibizione dei Rumatera, il gruppo che fa gli onori di casa perché, come cantano orgogliosamente, “semo i Rumatera da Cassago de Pianiga!” e “ła roba più importante in ogni posto dove vago xé che me porto senpre drìo un toco de Cassago. Il front-man “Bullo” dichiara ufficialmente che questo sarò il loro ultimo concerto prima di una lunga pausa giunta dopo un’avventura durata 7 anni. Il chitarrista Rocky Joe ha infatti annunciato che lascia il gruppo ed è stato innevitabile percepire un po’ di malinconia durante il loro concerto nonostante tutta la grinta e l’energia che hanno, come sempre, espresso sul palco. Il loro punk-rock potente e ben limato infiamma il pubblico, complici anche le coreografie delle “cheers” e le movenze indiavolate della più famosa tra le groupies venete, ovvero la dolcissima “Lady Poison”. Non poteva quindi mancare l’inno della gioventù veneta cantato a memoria da tutti i presenti:

“No g’avemo foje da zento ma soło che foje de raìcio,
erba bona bona pal vedeło e pal conìcio.
No semo traficanti, no semo gnanca santi,
e se ghe sarà crisi, coltivaremo i canpi!
Ghe xè chi che vièn, ghe xè chi che va…
ma la Grande V resta senpre qua!

Grande V… ne ła Grande V…
semo i teroni del nord e ‘łora scoltame scoltame mi,
Grande V… ne ła Grande V…
semo i teroni del nord e ne piaxe ne piaxe cussì!”

Conclude l’esibizione la loro famosa ballata folk intitolata “Sol barełoto del mas-cio”, ovvero una romantica serenata veneta che si conclude con queste delicate parole:

“Da quando che ti ho visto
sol bareotto del mas-cio,
ho capito che
ti amo pujto…”

Chissà quando li rivedremo di nuovo in concerto, ad ogni modo grassie Rumatera! Grassie anche per essere stati i primi a cantare “no gò mai deciso de nassare qua, ma gò vùo na fortuna incredibiłe”.

20150919_225420E’ ora il momento di un altro celebre nativo di Dolo, ovvero il sempre “fisso e tacchente” Herman Medrano, al secolo Ermanno Menegazzo classe 1972. Medrano può essere considerato tra i primi rapper, se non il primo, che ha composto e cantato in lingua veneta. Ad oggi io ritengo inestimabile il contributo che egli ha dato, e continua a dare, al nostro idioma perché grazie al suo talento e alla sua inventiva è riuscito a svecchiare e a ridare smalto ed espressività ad una lingua che era quasi morta in quanto ormai abbandonata dalle giovani generazioni. La poetessa milanese Alda Merini scrisse che “i Veneti hanno la fortuna di avere una lingua che è poesia in sé, una musica perfetta”, Medrano questo lo ha capito bene e, infatti, scrive le sue rime in veneto e poi le usa come colpi di mitragliatrice “rappando” sopra un tappeto sonoro che, dapprima, era puramente Hip Hop e poi, più recentemente, si è fatto più raffinato grazie alla band padovana dei Groovy Monkeys. Se l’Hip Hop era nato nelle strade malfamate degli USA, come veicolo espressivo di una situazione di disagio della comunità afroamericana, Medrano lo prende e lo trapianta nei paesi della periferia veneta, tra fabbrichette e campi, e qui inizia il suo processo di psicanalisi nei confronti di una società “bipolare”, sospesa tra i suoi antichi valori e tradizioni e il materialismo spinto del boom economico, una società composta da persone confuse e sradicate, alla ricerca di un’identità perduta. Medrano si mostra senza maschere e ambiguità “So queło tachente, queło picoło e rabegoło, vardame ben, no gò na bandiera che sventoło”. Lui osserva e intanto tira avanti tra mille difficoltà ma sempre saldo ai i suoi principi: “si, si fasso un cd e xè ok, ma prova ti a starghe drìo a ła stała co i porsei!“. Alla fine, la sua analisi non può che portare ad un caustico verdetto finale:

“Assa che i fassa, che i diga, che i pensa,
so che dà fastidio i problemi de ingerensa,
sarate in casa, meti un déo in cuło e nasa
el profumo de l’otimismo che pervade ła xente persuasa.
Te fè versi, verxi i oci, ocio dove che te toci,
se te poci in zerti posti łe xé broxe su i zenoci.
No te ghè un sarvèo o el tuo gà un sbrego?
Fatene uno coi Lego, se te voi te ło spiego.
Canbia el vento, altra farsa, altra facia, altro governo,
chi ghè casca? Bah, mejo l’Ałaska in inverno.
Ła xente xé marsa, ma marsa a l’interno,
co xé piena ła pansa tuto resta fermo.
Mi no posso insistare co ti che te voi resistare
e ogni roba che te digo senbra strana a presìndare.
Varda che no’l xé suòre, łassa star el dotore,
va co łe sùore a Mediugòre, me sa che a ti te ocore.
Te ghè un sarvèo, che gnanca un can!
Te ghè un sarvèo, vuto na man?
Te ghè un sarvèo, łassa stare…
el to sarvèo no sà pensare!”

Al concerto non poteva mancare la famosa “Basame e ciope“, ovvero un esortazione “bonaria” rivolta a tutti quei personaggi tira-e-molla che non sono in grado di dare un senso alla loro vita. Medrano non può farci niente perchè, come si dice, o ci sei o ci fai:

“mi no son un bon esenpio ma gnanca el pì senpio,
e ła voja de cagnara mi no posso dartea in prèstio,
ma se gnanca cuando te te cati in mexo no te ła fè
par ti speranse proprio no ghe n’è!

Movate, mołate, moeghéa de łagnarte!
Se te piase far ła fritoła, mi no so cossa farte.
Mah, spiegame na roba, votu passar da mona?
E ‘ndare casa ancora a dir: mama i me cojona!”

20150920_002012Concluso lo spazio dedicato a Medrano e i Groovy Monkeys  è giunto il momento topico della serata, l’attesissimo concerto dei Catarrhal Noise. Ora l’affluenza del pubblico è al suo massimo poichè in molti si sono qui radunati per rivedere di nuovo in azione una delle band venete più rappresentative degli ultimi decenni (sono stati attivi dal 1994 al 2007). Dal punto di vista strettamente musicale i Catarrhal Noise suonano (con grande perizia) una musica che può essere classificata death/trash metal con sporadiche incursioni nell’hardcore e tavolta nel folk-rock. A renderli unici nel loro genere sono i testi delle loro canzoni, tutti rigorosamente scritti in lingua veneta: un veneto duro, “di campagna”, a volte arcaico e un pò ostico per chi non è abituato a parlarlo abitualmente.    I Catarrhal Noise hanno tracciato un solco invallicabile tra loro e tutto il resto: non sono mai stati psicanalitici o “impegnati” come Medrano, Ska-J, Pitura Freska, nè gogliardici come i Rumatera o parodistici come i Massadores. I Catarrhal Noise sono semplicemente cinici e spietati, senza mezze misure. Qualcuno li definisce “demenziali” e se questo è il metro di giudizio allora a me fanno venire in mente lo stesso spirito demenziale e dissacrante degli Squallor. Ufficiosamente il loro genere musicale è stato classificato come “rock-boaro”  e già questo è tutto un bel dire… Ascoltare le loro canzoni vuol dire trovarsi catapultati nella più profonda provincia veneta, nelle frazioni di campagna tra il veneziano e la bassa padovana, immersi in un carosello felliniano di figure grottesche (Fonso el scarparo, Silvano, Duilio ecc…) e attività commerciali paesane sempre più improbabili (tra le quali spicca una rinomata impresa specializzata nello “spurgo dei possi neri e cessi intasati“). Il linguaggio, infarcito de paroeasse, denota una coprolalia quasi infantile tesa a rimarcare con ostinazione le tematiche scatologiche.           Il concerto scatena il pubblico che, a migliaia, si mette a pogare sotto il palco, i musicisti carburano in fretta e dipanano quel poco di ruggine che si era creato negli anni di inattività. Ripropongono una loro famosa ballata romantica: “Mi sono inamorato di Tatiana, una ragassa con il muso da sorana”, si lasciano andare ai consigli per gli acquisti “Se il varsuro hai imberlato, dai chi vai? da Cecchinato!”, raccontano delle ferie a “Rimini, Riccione, Portogruaro”.

Verso l’una di notte il concerto di conclude dopo il bis reclamato dal pubblico a furor di popolo, mi avvio verso l’uscita e vedo che la damigiana – utlizzata dagli organizzatori per raccogliere le offerte – ora è colma di soldi. Missione compiuta. Il Veneto è rock… anzi punk!

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Łìbaro e Veneto
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