Il Giornalismo italiano NON cambia

di Enzo Trentin

giornalistaIl giornalista deve essere il cane da guardia del potere; [“watch dog” come dicono gli inglesi] lo deve controllare e stargli sempre alle calcagna. Missione difficile questa a volte già nel cortile di casa, nella propria redazione. Il giornalista redattore si trova a confrontarsi con il potere editoriale della sua testata rappresentato dalla figura del direttore; quest’ultimo svolge un duplice compito: di interfaccia tra l’interesse commerciale, imprenditoriale della proprietà e di tutela del “diritto insopprimibile dei giornalisti alla libertà di informazione e di critica” (la legge Ordinamento della professione di giornalista è del 1963). Il giornalista ligio al rispetto delle regole della deontologia professionale rivendicherà sempre la propria indipendenza, e autonomia davanti a qualsiasi natura del potere: politico, economico, ecc.

Il mondo dell’informazione è in fermento. Il dibattito sul suo futuro è compulsivo e contraddittorio. Ci si chiede: che fine faranno i giornali? Quale futuro per la carta stampata? Quale ritratto per il giornalista di domani? Sarà polverizzato dal web insieme alle notizie oppure la sua funzione sarà di ordinare, di guidare il lettore, di verificare le informazioni che ci piovono da tutte le parti? Come lavorano le figure del giornalismo: il cronista, l’inviato, l’opinionista, il fotoreporter, il grafico, il direttore, il free lance, ecc.?

OSSERVIAMO COME SI COMPORTAVA IERI IL GIORNALISTA:

Dalla penna di Alfredo Oriani sgorgarono le prime lacrime africane dell’Italia imperialista. Fu per Dogali, il 27 gennaio 1887, quando la colonna De Cristoforis venne trucidata dalle orde abissine di ras Alula: «Fu un agguato imprevedibile, inevitabile. La vallata era angusta; vi ritraeste sul colle. Gli abissini sorgevano da ogni banda, volanti su cavalli sfrenati. Le loro urla sembravano venire dai deserti; erano confusi come il turbine. Un abbarbaglio di fiamme bianche vampeggiava sulle pelli dei loro scudi e sul ferro delle loro armi. Non era possibile contarli; erano troppi per essere battuti, troppi ancora per non sopraffarvi. Erano l’Africa selvaggia, nuda e nera nel sole, che sitibonda di sangue uccide quando perde, uccide quando trionfa, perché la morte è il suo solo pensiero e la sua unica sensazione».

Nemmeno Gordon Pascià, l’eroe degli eroi vittoriani, massacrato dai dervisci del Mahdi a Karthum, ha mai avuto un cantore come questo, che continua: «Urrah! Colonnello, fuoco! Il drappello alto allineato tuona; non è una battaglia ma una tragedia. Gli eroi sono pallidi, bianchi come le statue e fermi del pari; il fumo della moschetteria che li avvolge sventola sulle loro teste come una immensa bandiera, attraverso la quale il sole accende capricciosamente le iridi di tutti i vessilli del mondo. E il fiotto nero dell’Africa si addensa, discende da tutti i colli, ondeggia e rugge». (1)

Sulle prime pagine dei giornali trovava posto anche un’altra appassionante cronaca dell’epoca. Gli italiani seguivano con indignato godimento l’inchiesta che metteva sulla graticola la Banca Romana. Prima di concludersi, un secolo in anticipo su Tangentopoli, avrebbe travolto tre presidenti del Consiglio (Rudinì, Crispi e soprattutto Giolitti), tre ministri (Lacava, Grimaldi e Nicotera) e settantasei deputati del regno. Per non parlare dei funzionari pubblici e della copiosa messe di faccendieri.

Il clima non contribuiva certo allo sviluppo di giornali con idee nuove. Storia emblematica è quella della Cronaca bizantina. A Roma, nei palazzi della politica e nelle redazioni, il primo numero di un quindicinale con un nome così bizzarro passò inosservato. Era il 15 giugno 1881. Ma chi gli diede un’occhiata distratta, presto avrebbe dovuto guardare meglio. Non restò in edicola a lungo – meno di quattro anni, fino al 16 marzo 1885, quando il suo editore, il trentenne Angelo Sommaruga, venne arrestato -, i pochi numeri usciti, però, bastarono alla Cronaca bizantina per lasciare un segno indelebile nella storia del giornalismo italiano. Con una veste grafica elegantemente rivoluzionaria, il giornale fotografò, meglio d’ogni altro, il proprio tempo, mostrò una capitale avida, grassa, cinica, pigra e in piena decadenza [È cambiato qualcosa oggi?]. Era la Roma sfibrata delle poesie di D’Annunzio e delle romanze di Tosti, ma soprattutto era la capitale delle allegre finanze, messe in scena sotto l’abile regia di un politico accorto e manovriero, Agostino Depretis, inventore del trasformismo. Quello era il clima, quella la storia da raccontare e allora va da sé che un editore indipendente, ingenuo assertore del diritto all’informazione, non potesse fare lunga strada. Vale, per Angelo Sommaruga.

Per fortuna i giornali, oltre agli scandali, generarono anche un castigamatti, anzi un Bardo della democrazia, nella persona di Felice Cavallotti.(2) L’ex garibaldino, non pago di tambureggiare tutti i giorni sulle prime pagine dei quotidiani, nelle rappresentazioni teatrali delle sue opere, nei libri di poesia, nelle aule del Parlamento e nei comizi di piazza, fece allegare al Don Chisciotte e al Secolo una lunga Lettera agli onesti di tutti i partiti nella quale tuonava: «Scrivo queste pagine con disgusto, con rivolta dell’anima: ma le scrivo con la coscienza serena. Ho sperato più giorni si aprisse qualche porta per cui s’uscisse dalla situazione convulsa, impossibile, creata al paese e alla Camera, senza bisogno di farmi sembrare cattivo. E dico impossibile, perché non serve dire a un altro paese, come dire a un uomo, di lavorare, di attendere utilmente ai propri interessi di casa, se non ha il cuore in pace, se ha una spina confittavi, se un martello nell’animo gli manda sossopra le idee. È inutile pretendere che un’assemblea rappresentativa funzioni, se vi son dentro cento o centocinquanta persone tormentate dal sospetto o dal convincimento di trovarsi in faccia a un ministro disonesto. La tempesta di animi che impedisce alla Camera, al paese, ogni utile lavoro proseguirà, finché la pietra dello scandalo non sia rimossa».

E OGGI?

Ario Gervasutti – direttore de Il Giornale di Vicenza -, domenica 13.9.2015, scrive: Matteo Renzi molla tutto e vola a New York per assistere alla finale tutta italiana degli Open di Tennis tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Era proprio necessario, con tutto quello che sta succedendo in Italia e in Europa? Personalmente, penso di sì. I problemi non si risolvono in 24 ore, e ciò che sta accadendo a New York è un episodio sportivamente storico ma soprattutto è un evento che attira su di sé gli occhi di tutto il mondo. È l’Italia che rialza la testa, attraverso le braccia e le gambe di due ragazze serie, pulite, lavoratrici rigorose e lontane dal jet set, dalle manfrine, dalle cialtronate. Esserci, per dire che «noi siamo Roberta e Flavia» (e non soltanto altri nomi e altri spettacoli meno edificanti), è cosa buona e giusta. A patto, però, di non finirla lì. […] Va benissimo volare a New York per far passare il messaggio che l’Italia sa prendere a racchettate il mondo intero: a patto che il volo prosegua su altri tavoli e altre partite. Altrimenti, non meravigliamoci se ci diranno, ridendo: “Continuate pure a giocare”.

Nessun dubbio quindi sulla “opportunità” per un Presidente del consiglio dei ministri, di un’Italia gravata da un debito pubblico siderale, non solo d’andare a spese dei contribuenti a vedere un evento sportivo oltre oceano, ma di andare a festeggiare colei che, per anni, dovrebbe essere stata considerata un’evasore fiscale. Vedasi qui  e qui.

Sarà che il regime sta involvendosi, infatti, Liana Milella, su Repubblica, del 14.9.2015, scrive tra l’altro: «C’è l’emergenza corruzione, come dice Papa Francesco, ma il governo insiste per una stretta sulle intercettazioni. Sia contro i magistrati, che contro i giornalisti. E non solo: bisognerà stare attenti a registrare una conversazione e renderla pubblica, perché si rischiano da 6 mesi a 4 anni di carcere. Ancora: i pm avranno tre mesi di tempo per chiudere le indagini altrimenti potrebbe scattare un’avocazione. Nuovi ostacoli in vista anche per i giudici perché non saranno liberi come adesso nel contestare e contrastare le richieste dei pm. C’è un’altra mina vagante sulle toghe perché Ncd, col vice Guardasigilli Enrico Costa, porta i dati – 600 milioni di euro dal 1992 e 20,8 milioni nei primi 7 mesi del 2015 – per le ingiuste detenzioni sancite dalla Cassazione per le quali vorrebbe un’automatica trasmissione ai titolari dell’azione disciplinare. Tutto questo in un disegno di legge monstre di ben 34 articoli che sta per essere votato dalla Camera in prima lettura.» Tuttavia qual è il vero motivo che sta alla base della voglia di bavaglio? Sono solo una dozzina i casi di violazione della privacy registrati negli ultimi vent’ anni. La nuova legge dunque serve solo alla politica.

Anni fa, nel Paese di Arlecchino e Pulcinella, la Società Pannunzio per la libertà d’informazione ha redatto una «Bozza per uno Statuto dei diritti dei lettori» (vedi allegato), documento che esiste pressoché ovunque nelle grandi democrazie mondiali (ma che in Italia è più sconosciuto della collocazione di Alfa Centauri), in particolare nei Paesi scandinavi (dove il principio della disclosure risale addirittura a prassi della fine del 1700), in Gran Bretagna, dove venne introdotto nel 1958, e in Francia, dove è stato regolato nel 1978: esso trova il suo paradigma più compiuto nel Freedom of information act, in vigore negli Stati Uniti d’America, con successive modifiche, fin dal 1966.

Intanto, (detto en passant) nel 2014 sette giornali online statunitensi hanno detto basta ai commenti degli utenti. I commenti dei lettori sotto gli articoli dei siti di news hanno suscitato molti dolori e poche gioie. Il mantello di anonimato che il web regala agli utenti dà sfogo a critiche e polemiche sterili, per non parlare di insulti al limite della soglia legale. Tutti – o quasi – i giornali davano la possibilità a chi si informava sul sito di dire la sua. Ma nel 2014 in tanti hanno detto basta, almeno nel mondo anglofono. Vedi qui.

Ora, conoscendo alcuni pseudo-indipendentisti veneti ed i loro pseudo-leader, e considerandoli degli analfabeti di ritorno, dubitiamo che possano leggerlo, comprenderlo e soprattutto promuoverlo. Essendo essi prevalentemente trafughi dalla LN, il loro modello comportamentale è Umberto Bossi; notoriamente refrattario alla correttezza dell’informazione e più incline alla propaganda. I predetti pseudo-indipendentisti hanno dimostrato di preferire un giornalismo prono al potere. In più, ad oggi non hanno presentato alcun concreto progetto istituzionale per i territori che rivendicano liberi dal regime italico. Probabilmente non sanno nemmeno che esiste il documento citato, né come inserirlo in un nuovo progetto di libertà. Il loro pensiero dominante è farsi eleggere nelle istituzioni italiane, con annessi privilegi non solo economici. Raccontano un’infinità di fanfaluche a proposito dell’imitazione di Scozia e Catalunya, sottacendone maliziosamente le differenze con il regionalismo e la politica italiani.

La constatazione è che la democrazia gode di buona salute se è animata da ambizioni storiche di giustizia sociale, di libertà individuale e di partecipazione collettiva. Da anni tutti ci dicono che viviamo nella cosiddetta “era dell’informazione”. Se il ceto politico indipendentista manca di tali ambizioni e si ripiega su interessi privatistici, personali e di partito, è segno che la democrazia sta degenerando. Insomma, appare anche troppo evidente che l’indipendentismo (quello veneto è intriso di pseudo-leader inconsistenti e inconcludenti) è una cosa seria che ha necessità di persone ancora più serie per stilare un’ipotesi di nuovo assetto istituzionale, nel quale sia presente, tra le altre garanzie, anche un aggiornato diritto dei lettori a vedersi propinata meno propaganda e maggiore informazione.


NOTE:

(1) Pier Luigi Vercesi “Ne ammazza più la penna – Storie d’ Italia vissute nelle redazioni dei giornali” 2014 © Sellerio editore – Palermo

(2) Ferruccio Macola, il direttore della Gazzetta di Venezia, gli aveva recato, con i suoi articoli, «grave offesa». Di qui, inevitabile, un duello: il trentatreesimo sostenuto da Cavallotti. In genere, va detto, era Cavallotti a recare offesa agli altri con la sua penna. Una volta, per esempio, aveva definito proprio Ferruccio Macola un «mentitore di mestiere», ma poi la cosa era finita lì. Stavolta, invece, Cavallotti scendeva sul terreno nella parte dell’offeso. Era il 6 marzo 1898, una triste alba. I secondi si ritirarono e si incrociarono le lame. Come al solito Cavallotti si difendeva bene, anche se Macola mulinava il ferro da provetto spadaccino. Fu un destino beffardo a decidere l’esito della partita. Tempo prima, durante un altro duello, un colpo di fioretto aveva portato via un dente al deputato radicale: fu proprio attraverso quel varco che la punta della spada di Macola s’insinuò, recidendo la carotide di Cavallotti e lasciandolo esangue sul terreno

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