Indipendenza del Veneto – Siamo stati ingannati

di Enzo Trentin

Burocrazia 3Novantasette! Con il risultato, spiegava il segretario degli artigiani veneziani Giuseppe Bortolussi, che “è difficile essere a norma” per tutti quelli che non hanno la possibilità di affrontare il caos dotandosi di specialisti: “Troppe direttive, troppe leggi, troppi regolamenti creano solo confusione, mettendo in seria difficoltà non solo chi è obbligato ad applicare la legge, ma anche chi è deputato a farla rispettare“. Un caso fra i tanti: “Un parrucchiere mestrino, studiata la legge con l’architetto, ha ristrutturato il negozio e coperto le pareti di piastrelle fino a una certa altezza. Viene l’ispettore dell’Asl: devono essere più basse. Torna il piastrellista, toglie qualche fila di piastrelle. Arriva un secondo controllore dell’Asl: devono essere più alte. Quanto più alte? Come prima. È venuto da noi in lacrime“. (1)

Sembrano sciocchezze, ma quando noi critichiamo gli pseudo indipendentisti veneti per la loro mancanza di progettualità pensiamo proprio a questo. Ci vengono le lacrime a pensare che la cosa che soprattutto vogliono questi pseudo indipendentisti è farsi eleggere nelle istituzioni italiane. Affermano: «per cambiare le istituzioni!» Va bene, ma come? Non lo dicono. Rimandano a dopo, quando – secondo loro – avremo ottenuto l’indipendenza. Quando cioè si accenderanno le battaglie politico-partitico-ideologiche e nulla sarà possibile se non  attraverso il compromesso, la concertazione o l’inciucio. Tra loro s’intende, perché ancora una volta gli elettori saranno trattati come un “parco buoi”.

Tant’è. Infatti nel potere centrale italiano, l’accumulo di ritardi nella stesura dei regolamenti che consentono alle leggi di funzionare è ormai mostruoso. “Il lascito complessivo dei governi Monti e Letta all’esecutivo guidato da Matteo Renzi conta 513 decreti attuativi ancora da adottare per rendere pienamente efficaci solamente le riforme fondamentali per il rilancio dell’economia e la crescita varate negli ultimi due anni,” ha denunciato Marta Paris sul “Sole 24 Ore” subito dopo l’insediamento del governo renziano, “del pacchetto, 306 fanno capo ai provvedimenti firmati Letta, 207 a Monti.” Un caos: “Sui 513 ancora da varare, 169 sono già scaduti”.

Bettino Craxi sparò a zero all’assemblea di Unioncamere nel 1984: «Bisogna togliere dalle spalle di chi ha volontà produttrice il peso di una burocrazia eccessiva.» Sabino Cassese, fortissimamente voluto da Carlo A. Ciampi per cambiare la macchina statale, denunciò già nel 1993 “gli sprechi degli uffici pubblici che pesano sui conti come una tassa occulta di 15.000 miliardi di lire“. E Massimo D’Alema, nel 1999, quand’era a Palazzo Chigi, si avventurò a evocare addirittura un bombardamento: «A volte si ha la sensazione d’avere a che fare con un nemico invisibile, di cui non si riesce ad afferrare neanche la natura. Quando si pensa di aver trovato la chiave per accelerare le procedure improvvisamente tutto si ferma di fronte alla sentenza inappellabile di un Tar, di fronte a una sospensione sine die… È una fatica enorme, e a volte verrebbe l’idea che qualcuno di questi aerei che si alzano in volo potesse centrare con una bomba intelligente qualche nemico invisibile di casa nostra.» E dopo di lui toccò a Giuliano Amato, che nel discorso di insediamento del suo esecutivo inserì “fra e priorità” il taglio “dei costi fiscali e burocratici”. Per non dire di Silvio Berlusconi, che si spinse a garantire “una guerra contro la burocrazia” e a maledire i “troppi vincoli che hanno creato un medioevo burocratico intorno alle imprese”. (2)

burocraziaColpa di chi? Dell’incombente e potentissimo Ufficio delle Circonlocuzioni descritto con affilata leggerezza ne «La piccola Dorrit» da Charles Dickens: “Qualunque cosa ci fosse da fare, l’Ufficio per le Circonlocuzioni era alla testa di tutti gli altri uffici pubblici nello scovare il modo di non farla”. Che efficienza, nella tutela della inefficienza! “Se qualche mal ispirato funzionario statale si accingeva imprudentemente a fare qualche cosa, o c’era un lontano pericolo che vi si accingesse, l’Ufficio delle Circonlocuzioni gli piombava addosso con una nota, un memoriale o una lettera di istruzioni che lo annientavano.”

Da molto tempo gli indipendentisti più sensibili hanno abbandonato i partiti ma ancora non hanno trovato organizzazioni all’altezza delle loro aspirazioni. Tutti invocano l’unità dei vari movimenti, partiti e fronti di liberazione indipendentisti come pure delle associazioni culturali e di vario genere; ma unirsi per quale obbiettivo? Genericamente s’invoca l’indipendenza, ma per costituire quale nuovo organismo? La domanda rimane a tutt’oggi senza risposta.

Il frazionismo delle forze indipendentiste – almeno ad osservare l’affrancamento di alcuni popoli dai regimi coloniali – è una storia di divisioni spesso laceranti. A volte creato proprio dalle potenze coloniali stesse che avevano l’interesse ad abbandonare il potere il più tardi possibile.

Ci sentiamo stanchi di sentire le menzogne della gente, e soprattutto quelle dei politicanti. Leggiamo, come tutti, che la giunta regionale di Luca Zaia (uno pseudo indipendentista della più bell’acqua) ha deliberato la restituzione dei fondi raccolti per sostenere il referendum sull’indipendenza di cui alla Legge Reg. 16/2014. Risulterebbe che appena 1.363 cittadini su circa 5 milioni di residenti, avrebbero versato delle quote per sostenere l’iniziativa: 114.914,88 euro sui 14 milioni necessari. Ma allora vuol dire che l’indipendenza non scalda più la gente? E come potrebbe averla scaldata senza un progetto? Che non è più sentita come una priorità? Infatti i politicanti continuano a millantare il cosiddetto residuo fiscale del Veneto ammontante a circa 20 milioni di Euro, ma tacciono sul fatto che per averli si dovrebbe mantenere la stessa pressione fiscale, e allora…? Insomma si tratta solo di “ciacole” da bar!

bilancia eticaManca persino un’etica politica. Per esempio quello pseudo leader indipendentista dalla fragile reputazione che si faceva fotografare insieme a Alex Salmond non ha dimostrato la stessa etica del leader scozzese il quale una volta perso il referendum per l’indipendenza della Scozia si è dimesso. Né sembra provi ripensamenti per aver millantato in più interviste televisive che c’erano innumerevoli industriali pronti a finanziare il referendum veneto di cui alla Legge 16/2014. Non molto diversi sono gli aderenti alla lista Indipendenza Noi Veneto con Zaia che millantano volontà referendarie basate sulle aspirazioni più che sull’oggettività. Mentre nel frattempo sono attenti e ligi ad occupare poltrone nelle istituzioni italiane. Insomma, rappresentano una storia vecchia come il mondo: una masnada di individui avidi di potere, convinti di sapere meglio degli elettori cosa va bene per loro. E che nel frattempo continuano a forgiare le reali catene che ci costringono.

Eppure se si guarda alla storia della decolonizzazione, è utile osservare come la forza indipendentista che ha proposto un progetto istituzionale è quella che, alla fine, ha prevalso sulle altre. Ma il progetto istituzionale dei Veneti dov’è? Non è ancora pervenuto!

Eppure bozze e progetti per una nuova Costituzione e per nuovi Statuti di Enti locali, negli anni, ne sono circolati. Questo giornale ne ha addirittura pubblicati alcuni. Tuttavia, nessuna forza politica e/o pseudo leader indipendentista veneto s’è fatto promotore di qualche cosa che potesse lontanamente somigliare ad un’assemblea costituente che, partendo da quelle bozze di testo o da altre, potesse lavorare per una elaborazione condivisa, da poter successivamente porre all’approvazione del cosiddetto popolo sovrano.

Allo stato attuale constatiamo solamente un grande ed inconcludente frazionismo. La volontà di alcuni pseudo leader di circondarsi di ingenui pronti a battersi per il loro “capo” più che per un progetto di libertà e giustizia; il discutibile desiderio (fortemente alimentato dai predetti pseudo leader) di entrare nelle istituzioni italiane per imitare improbabili altri esempi. Uno per tutti quello della Catalogna che, come abbiamo più volte argomentato, è assai diverso da quello veneto per circostanze e “maturità” indipendentista della popolazione alla quale si rivolge. Intanto è già cominciata la delegittimazione dell’idea indipendentista. Qui un esempio tra i tanti.

burocraziaefficienzaNapoleone Bonaparte – a ragione – non è ben visto dalle parti del Veneto. Alcuni lo definiscono “l’infame”. Nelle sue memorie da Sant’Elena Napoleone, che disprezzava la “spaventosa burocrazia imbrattacarte”, ricorda le immense difficoltà a imporsi, spiegando che a volte restava impantanato anche lui: «Ci voleva tutto il mio carattere, dovevo scrivere sei, dieci lettere al giorno, diventare rosso di rabbia….» Ed era Napoleone! L’imperatore Napoleone! Del resto spiegava Max Weber “ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Lo stato cerca di sottrarsi alla visibilità del pubblico, perché questo è il modo migliore per difendersi dallo scrutinio critico”. Appunto: perché mai gli alti burocrati dovrebbero aiutare la macchina pubblica a funzionare anche senza di loro? Dove finirebbe il loro potere di interdizione che ha fruttato onori e prebende che un politico non può manco sognare? Orbene, dovremmo avere l’indipendenza del Veneto per sottometterci ad una nuova partitocrazia veneta corredata da una burocrazia veneta?


(1) GIAN ANTONIO STELLA: «BOLLI, SEMPRE BOLLI, FORTISSIMAMENTE BOLLI – LA GUERRA INFINITA ALLA BUROCRAZIA» – © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano – Prima edizione in “Serie Bianca” giugno 2014

(2) Idem c.s.

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2 risposte a Indipendenza del Veneto – Siamo stati ingannati

  1. Ugo Comparin ha detto:

    Grande Trentin !!! Come sempre il tuo punto di vista spiazza le illusioni di moltissimi …….e accende la fiammella per sperare in un ravvedimento (possibilmente democratico) politico di alcuni “vecchi” indipendentisti. Ma sarà dura……

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  2. Paolo ha detto:

    Sono d’accordo: l’unica possibilità è vendere, andarsene e ripartire in un paese meno incivile.

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