Indipendenza dall’Italia anche per un diverso giornalismo

di Enzo Trentin

media-manipulationGiuseppe Mazzini era leninista un secolo prima che Lenin scrivesse «Che fare?» eleggendo il giornale di partito a motore della rivoluzione. «La stampa periodica – diceva – è una potenza; è anzi la sola potenza dei tempi moderni. Ed è l’unica speranza nostra. Ogni riga stampata vi dà più potenza, che non venti lavori segreti.» Conclusione: ogni articolo deve portare la firma in calce. Non bastava dunque impegnarsi. Ci si doveva esporre in prima persona.

Aveva un bel dire Mazzini. Lasciare il proprio segno in calce a ogni articolo significava consegnarsi alle polizie dei vecchi regimi restaurati alla caduta di Napoleone. Essere giornalista, per Mazzini, era come dichiararsi cristiano ai tempi di Nerone: se scampavi alle belve, evitando l’onore del martirio, dovevi guadagnarti il paradiso vivendo da perseguitato, subendo condanne e processi, contento d’essere vigilato e spiato nella vita privata, negli affari, nelle amicizie.

Oggi non è cambiato molto, poiché ci sono regimi (per esempio, quello turco) che incarcerano i giornalisti che criticano il potere. Nel paese di Arlecchino e Pulcinella le cose vanno un po’ meglio, nel senso che i giornalisti non vanno in carcere, pur tuttavia debbono sorbirsi le litanie dei militonti di qualche fazione politica (nel nostro caso i sedicenti indipendentisti) i quali più che difendere l’idea di un nuovo Stato (quale considerato che non sta circolando nessun serio progetto istituzionale innovativo?) si dedicano alla difesa dello pseudo leader che hanno votato affinché (lui indipendentista) venga eletto nelle istituzioni italiane dalle quali vorrebbe secedere. E tuttavia è ben attento a incassare i privilegi e le prebende italiane. Tsz!

Sempre per esempio, pochi sanno o ricordano che la Legge 69/1963 (tutt’ora in vigore) istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, prese forma nello studio professionale dell’avvocato vicentino Uberto Breganze, la cui famiglia è presente nell’amministrazione di Vicenza dal XVI secolo. Egli fu più volte parlamentare democristiano e sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia nei primi anni Sessanta. Fu per quasi vent’anni Presidente dell’ente Fiera di Vicenza, promuovendo la produzione locale, specie orafa e metalmeccanica, ed inserendola in circuiti nazionali e internazionali, contribuendo in questo modo a far raggiungere al mondo economico vicentino posizioni di primato. Altri Tempi!

ordine giornalistiLa Legge 69/1963 è ormai obsoleta ed inadeguata. Meriterebbe un aggiornamento e un adeguamento alle nuove tecnologie. Tuttavia non c’è uno pseudo leader indipendentista, o suo sodale, che ci dica come un Veneto indipendente tutelerebbe la libertà di stampa, e le varie figure professionali che ad essa si riferiscono. Per il momento: solo “ciacole”. Questi pseudo indipendentisti meritano compassione similmente a quegli ultimi Samurai che dopo la fine della II G.M. per decenni continuarono a “combattere” nascosti nelle foreste delle isole Filippine e altrove. I giapponesi fedeli al loro imperatore, gli pseudo indipendentisti veneti aggrappati ai  loro pseudo capi più che ad un progetto istituzionale d’indipendenza che allo stato attuale non esiste. Alcuni di questi velleitari pensano di fare attivismo “controllando” cosa dicono di loro i vari mezzi d’informazione, per rintuzzare le critiche – anche costruttive – con le loro deboli argomentazioni.

Negli USA nel 2014 sette giornali online si sono stancati di questo andazzo, e hanno detto basta ai commenti degli utenti. I commenti dei lettori sotto gli articoli dei siti di news hanno suscitato molti dolori e poche gioie. Il mantello di anonimato che il web regala agli utenti dà sfogo a critiche e polemiche sterili, per non parlare di insulti al limite della soglia legale. Tutti – o quasi – i giornali davano la possibilità a chi si informava sul sito di dire la sua. Ma nel 2014 in tanti hanno detto basta, almeno nel mondo anglofono. [Vedi qui]

Quella della diatriba è una storia vecchia: estenuata dalle polemiche, la principessa di Belgiojoso rimase sola a rimuginare sul destino della Gazzetta (giornale da lei fondato, diretto e finanziato), fonte soltanto di feroci critiche. I suoi pari, l’aristocrazia lombarda soprattutto, mal tolleravano il messaggio che Cristina lasciava filtrare ad ogni riga dei suoi articoli, vale a dire che era giunto il tempo di occuparsi seriamente delle classi meno abbienti. Non si poteva immaginare di liberarle dal giogo straniero lasciandole nelle condizioni economiche in cui erano abbandonate: quasi servi della gleba. «Come potrà il popolo appoggiarci nella nostra battaglia politica se non ne trarrà alcun miglioramento?» si chiedeva. Il primo a deplorare le sortite della principessa fu Alessandro Manzoni. Quando, nel 1840, stava morendo Giulia Manzoni, figlia di Cesare Beccaria, Alessandro, lo scrittore suo figlio, vietò alla Belgiojoso di renderle l’ultimo saluto. Erano grandi amiche, Giulia l’aveva tenuta sulle ginocchia da bambina, eppure lei non venne ammessa in casa. Alessandro stabilì che la principessa, rivoluzionaria e forse atea, non potesse essere accolta in un ambiente timorato di Dio.

L’azione a tenaglia austriaca ebbe successo e la barriera divenne insormontabile. Cristina Belgiojoso, per reazione, tornò a Parigi e impugnò la penna per esprimere, senza mezze misure, il suo pensiero sul governo austriaco: «L’Austria ha esportato dall’Italia immensi tesori, senza che mai nulla facesse in beneficio del paese, o per cattivarsi gli abitanti. Calcolando a soli sessanta milioni all’anno la rendita netta, in trentadue anni si avrebbe l’ingente somma di due miliardi, senza contare il ricavo di tanti beni demaniali, o della corona, venduti a proprio profitto, e diverse espoliazioni fatte a pubblici stabilimenti e luoghi pii. Con tutto questo le sue finanze sono nello stato più rovinoso, il debito pubblico Lombardo Veneto è stato cresciuto esorbitantemente, le scienze, le lettere, le arti sono all’ultimo stato di decadenza, vincolata è l’industria, langue il commercio, i capitali spariscono, le imposte furono aumentate, e il più ricco paese d’Europa in trentadue anni di pace e di quiete interna ed esterna, minaccia di essere rovinato da capo a fondo da una amministrazione perversa».

Sembra di leggere una cronaca odierna, basta solo sostituire il governo austriaco con i governi della partitocrazia italiana, gli ultimi tre dei quali mai votati dal cosiddetto popolo ‘sovrano’ di cui all’art. 1, Comma 2, della Costituzione “più bella del mondo” anch’essa mai votata dal predetto ‘sovrano’. Mentre delle Costituzioni volute dal popolo, abbiamo una lista di casi in tutto il mondo pubblicata tempo addietro qui.

Su “Il Sole 24 Ore” del 28.10.2015, Ugo Tramballi scrive: «Da Hemingway a Giletti: in morte di una “mansione” giornalistica»: “Signori della Corte – di un ipotetico tribunale del buon giornalismo, composto da buoni lettori/tele/ascoltatori – non ho altro da chiedervi se non clemenza. Abbiate pietà della “mansione” alla quale appartengo ancora per poco, quella dell’inviato speciale. Il reportage dal Kurdistan di Massimo Giletti non è che il colpo finale al cavallo azzoppato; l’atto conclusivo, la conferma di morte avvenuta per una figura giornalistica un tempo dignitosa: quella dell’inviato speciale e della sua sottospecie, il corrispondente di guerra.”

Checché ne dicano alcuni militanti (o ingenui?) di partito, quello che cerchiamo di fare in questo giornale è quanto descritto da Franz Foti (Docente di giornalismo e comunicazione, Università statale dell’Insubria di Varese) laddove scrive: «I fasti del giornalismo della seconda metà del ‘900 son ormai reperti d’archivio. In quell’epoca il giornalismo accompagnò i mutamenti politici e culturali del Paese, diffuse la conoscenza, stimolò i processi di ammodernamento produttivo, contribuì all’affermazione e allo sviluppo della democrazia.»

[…] «Gli editori erano tali per vocazione e la pubblicità non condizionava i giornali. L’irruzione del partito-stato, la frammentazione della grande impresa e l’espansione del debito pubblico, accompagnato da estesa corruzione, sparigliarono i rapporti sociali, culturali e politici. Il vecchio mondo va in frantumi. La visibilità era garantita da giornali e televisione. Consumismo e potere erano i fattori distintivi della società “moderna”. La spartizione dello spazio comunicativo, giornali e televisione, era finanziata dallo stato, garantita da leggi e regolamenti, condivisa dalle parti politiche. Ormai il giornalismo era asservito al potere politico e industriale. I giornali divennero terreno di caccia dell’imprenditoria. I giornalisti da cani da guardia del potere, si trasformarono in professionisti controllati dal potere e dall’audience portatrice di commesse pubblicitarie. Crisi e precarietà hanno poi fatto il resto.»

libertà di stampaIn attesa che gli indipendentisti veneti avanzino le loro soluzioni riguardo la libertà di stampa, noi in questo giornale continuiamo a materializzare le cose che sappiamo fare decentemente. Esse sono tre: lavorare, leggere e scrivere. Fino ad oggi coincidono. Speriamo di poter coniugare ancora i tre verbi al futuro, altrimenti saranno i nostri lettori a decidere sulla nostra imperfezione.

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2 risposte a Indipendenza dall’Italia anche per un diverso giornalismo

  1. GIANCARLO ha detto:

    La democrazia in italia è rimasta una parola e basta.
    La costituzione come dice l’articolo “la più bella del mondo” è continuamente ignorata in vari articoli che la compongono ed è a uso e consumo degli addetti ai lavori politici e parlamentari.
    Ai signori della sinistra e a coloro che continuano a votarli dico che sono degli emeriti ipocriti e che farebbero bene a non chiamarsi più PD = partito democratico, ma PC = PARTITO CRIPTATO |||
    infatti non si capisce mai cosa vogliono, cosa fanno e come mai non vanno d’accordo e da decenni tengono il paese ostaggio delle proprie diatribe interne e dei personalismi infiniti.
    Ma dove andremo a finire dico io !?!?!?
    WSM

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  2. GIANCARLO ha detto:

    La libera stampa in italia non esiste se non in piccolissime realtà che faticano a sopravvivere data la loro proverbiale critica ai vari governi che si succedono. Non importa se legittimi o illegittimi.
    Vedi la sentenza della Consulta. Allora se la stampa non è libera ma sottomessa ai vari padroni non esiste democrazia. Le TV idem come sopra…….i partiti stessi sono covi di apparente democrazia, ma in realtà sono covi di potere occulto e non per poter continuare a lucrare sulle pubbliche casse e ignorare le vere istanze dei cittadini.
    A quando l’abolizione dei partiti e dei sindacati che ci ritroviamo ancora oggi.
    Nel Veneto indipendente questi covi non ci saranno perché la fondamenta saranno create con molti anticorpi e molte attenzioni per evitare degenerazioni come quelle italiote.
    E’ con emozione se penso la possibilità di poter creare un nuovo stato più giusto, con una democrazia diretta da parte dei cittadini, con referendum sul tipo svizzero e molte altre cose interessanti, ma prima ci dovrà essere unità d’intenti da parte di tutti i Veneti.
    WSM

    Mi piace

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